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La tutela del Lambrusco: battaglia in Senato

04 dicembre 2015, 06:00

La tutela del Lambrusco: battaglia in Senato

Egidio Bandini

Evidentemente a Parma – e non solo - l'argomento Lambrusco è davvero sentito se, dopo il nostro corsivo, oltre alla risoluzione presentata da due parlamentari, in Regione i consiglieri della Lega Nord Gabriele Delmonte, Fabio Rainieri e Stefano Bargi, a loro volta con una risoluzione hanno chiesto alla Giunta Bonaccini di «sostenere, in accordo con gli enti locali e gli altri soggetti interessati, la tutela della produzione regionale del vino Lambrusco attraverso il riconoscimento a livello europeo della sua delimitazione nelle province di Parma, Reggio Emilia e Modena in Emilia oltre che Mantova in Lombardia».

E non è tutto: ieri al Senato in commissione agricoltura si è tenuta un'importante audizione dei rappresentanti dei Consorzi dei produttori del Lambrusco e del Consorzio Vini Mantovani sulla tutela della denominazione del vino Lambrusco, promossa dalla vicepresidente della commissione, Leana Pignedoli. La senatrice PD insieme ai colleghi Stefano Vaccari e Giorgio Pagliari hanno dichiarato che «se la paventata ipotesi dell'Unione Europea venisse confermata si disperderebbe il lavoro delle istituzioni delle terre del Lambrusco che hanno caratterizzato le proprie economie e disegnato i propri paesaggi su una produzione di altissima qualità. Le province di Modena, Reggio Emilia, Parma, Bologna, Mantova, rappresentano una denominazione nei fatti - sottolineano i parlamentari emiliani - per questo chiediamo che si tuteli questo patrimonio di cultura ed economia di questo importante vino in sede Europea, affinché non venga stravolto l'attuale quadro normativo e evitando che si realizzi la paventata liberalizzazione dell'utilizzo dei vitigni».

Anche Maurizio Dodi, presidente del Consorzio di Tutela Vini di Parma, plaude alle iniziative parlamentari e regionali: «Siamo davvero soddisfatti della risoluzione presentata ieri alla camera e degli esiti dell'audizione odierna in Senato, come dell'intervento a livello regionale a tutela del nostro Lambrusco che, per l'Emilia Romagna, significa la produzione di qualcosa come centosessanta milioni di bottiglie l'anno ed è, come sottolineano anche le dichiarazioni dei parlamentari e dei consiglieri regionali, il vino italiano più esportato nel mondo. È chiaro l'intento di questa proposta dell'Unione Europea – ha rimarcato il presidente del Consorzio – siccome il Lambrusco funziona, e bene, in tutte le parti del mondo, ora ce lo vogliono scippare. Dirò di più: temo che quest'Europa abbia l'intenzione di farci assimilare ai modelli americani, stile Mc Donald's per intenderci, omologando il prodotto, sia come marchio che come gusto, in ogni continente, cancellando le nostre tradizioni e facendoci diventare quasi come polli d'allevamento. L'Emilia Romagna, in Europa, è la regione con il maggior numero di prodotti a denominazione d'origine protetta. Chi ha ideato questa liberalizzazione, per il Lambrusco come per gli altri vini “identitari” d'Italia – ha continuato Dodi - è nemico delle eccellenze locali e amico delle multinazionali che vogliono prodotti tutti uguali. Loro pensano ai bilanci e ai profitti, noi pensiamo alla salute!».

Tornando a Parma e al tipico Lambrusco Maestri della nostra provincia, la DOC è stata richiesta già nel 2003, anche se non sono molte le aziende che la utilizzano. Oltre a questo, ci ha confermato il presidente del Consorzio, la produzione parmense di Lambrusco è piuttosto limitata: «Abbiamo una superficie vitata di circa 300 ettari dedicati alle uve rosse – ha sottolineato Dodi – mentre nel piacentino ne hanno 6000. Questo perché siamo sul mercato da poco tempo, anche se eravamo i primi, nei secoli scorsi». La ragione di tutto ciò risale al 1927 quando un francese, allo scopo di farsi un bersò, importò in Italia una vite americana le cui radici erano infestate dalla Filossera. Il risultato fu il propagarsi dell'infestazione e la distruzione dei vigneti nel parmense, ad iniziare da Collecchio.

Proprio in quell'anno, poi, venne varata la legge che diede luogo alla cosiddetta «battaglia del grano», con il Governo che chiedeva agli agricoltori di seminare frumento, per andare incontro alla necessità di nutrire il maggior numero di persone. Così nel parmense si seminò il grano e non si dedicarono risorse ai vigneti, anche perché avevamo altri prodotti d'eccellenza, come il prosciutto, il parmigiano, il pomodoro. Negli anni ‘60, quando le altre regioni, come il Trentino, la Toscana e il Piemonte erano pronte a vinificare, a Parma si stava iniziando a ripiantare i vigneti. «A Parma, però – ha concluso Dodi – abbiamo caratteristiche di terreno tali che, se l'uva viene lavorata bene, si ottengono vini di assoluta qualità. Non sono vini famosi, magari, ma sono davvero ottimi e così stiamo promuovendoli assieme agli altri Consorzi di Parma. Lo slogan è chiarissimo: Prosciutto, Culatello, Salame, Parmigiano sono ottimi, abbinati al Lambrusco e alla Malvasia lo sono ancora di più!»

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