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Teatro Due

Ninetto Davoli ricorda Pasolini

18 dicembre 2015, 06:00

Ninetto Davoli ricorda Pasolini

Mara Pedrabissi

Frasi cesellate in romanesco, filosofia spiccia di un ex ragazzo del «quartieraccio» di Borghetto Prenestino destinato a fare il falegname e, per una di quelle «sliding doors» che ti cambiano l'esistenza, divenuto attore icona di Pier Paolo Pasolini. Ninetto Davoli e PPP, due opposti che si attraggono. Il ragazzo senza sovrastrutture, che prende la vita col sorriso, e l'intellettuale scomodo, a disagio, inviso anche alla sua parte politica: un'amicizia (per il regista qualcosa in più, si disse) congelata dalla mano della morte, la notte del 2 novembre 1975. A distanza di quarant'anni, Davoli riveste i panni di «attore pasoliniano» con «Il vantone», pièce teatrale dal «Miles gloriosus» di Plauto, tradotta in romanesco in versi settenari e rima baciata dal regista, poeta e scrittore. Un omaggio dichiarato, che arriva anche a Parma, sul palcoscenico di Teatro Due, stasera e domani alle 21.

Ninetto Davoli, come nasce questo spettacolo? Perché Pasolini si interessò a una commedia del III secolo avanti Cristo e volle tradurla in un dialetto non suo?

«Si torna indietro nel tempo, Pier Paolo realizzò la traduzione intorno al '63, su richiesta di Vittorio Gassman. Il loro progetto non andò mai in porto. Sapevo di questo lavoro ma me ne ero sempre disinteressato finché nel 1983 l'ho ripreso in mano, trovandolo intrigante, e ho deciso deciso di portarlo in teatro con Franco Citti. Cosa che ho ripetuto poi nel '93 con Paolo Ferrari. Ora, nell'anno dedicato a Pier Paolo nel quarantesimo della morte, ho voluto fare anch'io qualcosa, rendergli il mio omaggio»

I testi di Pasolini sono piuttosto forti. E' così anche questo?

«Questo non è un testo di Pier Paolo, è una traduzione. E' rispettata la traccia di Plauto. Il risultato è molto divertente, direi. Abbiamo iniziato la tournée a giugno, al Festival di Spoleto, e siamo stati davvero ben accolti»

Come se l'è cavata Pasolini col romanesco?

«Pasolini all'epoca conosceva già bene Sergio Citti, regista e sceneggiatore, personaggio tipico della romanità insieme al fratello Franco, l'attore. Scrivevano insieme. Conosceva già anche me. Pier Paolo era una spugna, assorbiva ciò che lo circondava»

La vostra conoscenza: si è mai domandato che cosa avrebbe fatto se non avesse mai incontrato Pasolini?

«Ah, non lo so. Facevo il falegname, il lucidatore di mobili. Forse avrei fatto quello per tutta la vita o forse no, chi lo può dire? Invece ho avuto questa fortuna, questa “manna caduta dal cielo”, come diciamo a Roma»

E' toccato a lei riconoscere il corpo, all'obitorio quella mattina...

«Già. Pier Paolo ha consumato la sua ultima cena con me, mia moglie e i miei due figli, in un ristorante nella zona di San Lorenzo. Quando abbiamo terminato, ci ha salutati e se ne è andato. Poi è successo quel che è successo»

E' successo quel che è successo, dice. La morte di Pasolini però resta una dei misteri italiani. Crede che abbia fatto tutto Pino «la rana»?

«Lei mi fa la stessa domanda che mi hanno già fatto 150mila persone. Io credo che quella fosse una serata sbagliata, sfortunata per Pier Paolo. Una serata nera»

La teoria del complotto politico?

«Io non la penso così. Pasolini era scomodo, dava fastidio, era amato e odiato, forse più odiato che amato, però non mi sembrava a un livello tale da giustificare un delitto politico»

E adesso è diventato un santino che va bene per tutti...

«Sì, e questa è una cosa che a me fa rabbia e avrebbe fatto rabbia anche a lui. Ma gli italiani sono così. E Pier Paolo lo sapeva».

Cosa le manca di più di Pier Paolo?

«Mi manca Pier Paolo, l'amico, la persona su cui poter contare. Mi manca la sua testa, i suoi pensieri: io, tante volte, non capivo ma lui spiegava benissimo e alla fine mi era tutto chiaro».

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