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Grandi maestri

Muti: «Io e Toscanini»

11 gennaio 2016, 06:00

Vittorio Testa

«L'erede di Toscanini è Riccardo Muti. Ha una forza interiore perentoria e dolce al tempo stesso: e sa trasmetterla ai cantanti e all’orchestra. Ha dei vigori vitalissimi e degli abbandoni morbidi, un gesto stupendo. Di Toscanini ha lo stesso ferreo rigore: e come Toscanini ha un carisma immediato».

Sorride, alle soglie della commozione, il maestro Riccardo Muti davanti al cronista che raccolse e ora rilegge l’entusiastico giudizio di Renata Tebaldi. «Era la sera del concerto per il cinquantesimo anniversario della riapertura della Scala - rammenta - Non saprò mai trovare le parole per descrivere il fascino e la gioia di quella celebrazione, impreziosita dal gesto della sublime ‘Voce d’angelo’ , come la definì Toscanini che l’aveva voluta nello storico ritorno scaligero nel maggio 1946. Aver avuto la stima di Renata è una delle più belle soddisfazioni della mia vita».

Verdi, Toscanini, Votto, la Scala, Parma e Busseto, la Tebaldi: Il mondo verdiano di Riccardo Muti, incoronato unico degno successore del Maestro dei maestri da una delle più grandi artiste dell’opera di tutti i tempi, la “Voce d’angelo”, la preferita dal ‘Grande Despota’ del podio. Allievo di Antonino Votto, Muti coltiva con gratitudine il ricordo del talentuoso musicista scaligero. «Era stato il braccio destro di Toscanini. Per me fu il ponte con la tradizione, mi fece sentire e capire l’unicità della Scala e la grandezza di Toscanini, la sua lezione di umiltà, rigore e dedizione assoluta al compositore, il coraggio e la passione nel riscoprire e imporre il vero Verdi, sottraendolo a certa prassi interpretativa di esecrabile volgarità, con effettacci e acuti non scritti dal Maestro. Un malcostume che ha finito per diseducare il pubblico: quando il grande Carlo Bergonzi eseguì il si bemolle del 'Celeste Aida' in pianissimo, come scritto da Verdi, un energumeno gli gridò 'Bravo Tajoli' e davanti alle rimostranze del tenore che gli mostrava le tre p a indicare pianissimo, sostenne che si trattava di un errore dello stesso Verdi».

Non a caso la bacchetta usata da Muti per il «Falstaff» bussetano del centenario 2001 è esposta nella teca del Salone Barezzi accanto a quella del Toscanini facitore del «Falstaff» nel venticinquennale del 1926. Destini artistici paralleli: entrambi insigniti della cittadinanza onoraria di Busseto; non bastasse, Muti, già vincitore del Verdi d’oro Città di Busseto, da anni è presidente onorario del concorso vocale e delle celebrazioni annuali, dedicate a Carlo Bergonzi, il tenore verdiano per eccellenza. «Parma e Busseto mi hanno sempre colmato di gentilezze e di momenti magici. Ho sempre viva nella mente l’emozione di quella Messa da Requiem diretta nel ’76 in piazza Verdi, di fronte al monumento al Genio, raffigurato in posa meditabonda e il volto quasi corrucciato, come scoprii l’indomani, ricavandone un certo terrore: ‘Vuoi vedere, o maldestro Riccardo’ mi dicevo’ che si è imbronciato perché insoddisfatto della tua direzione?». Scherza concedendosi un pizzico di legittima civetteria, il musicista nato a Napoli, liceo classico a Molfetta, allievo di Nino Rota a Bari, diplomato in pianoforte a Napoli e in composizione e direzione a Milano, per 19 anni ai vertici della Scala, un’indimenticabile stagione di successi, sovrintendenti Badini e poi Fontana. E’ devoto a Verdi con un’ardente dedizione: «Per Verdi potrei uccidere», dice, sottolineando l’iperbole con un gesto minaccioso: «Quando senti certi giudizi frutto di ignoranza cadono le braccia. No, in lui non c’è nemmeno una sola battuta volgare. Dietro ogni apparente rozzezza, generalmente frutto di cattiva esecuzione, c’è sempre un obiettivo estetico, teatrale, colto dal genio di questo titano, questo mago che ha portato l’opera dall’Ottocento al Novecento». Il Titano rivalutato grazie soprattutto ad Arturo Toscanini, ‘l’adorabile e temibile tiranno’ in memoria del quale Muti ha voluto compiere un gesto generoso, acquistando e regalando al Conservatorio di Milano il frac indossato dal maestro parmigiano: «Lì dentro ogni sera Toscanini racchiudeva il suo corpo. Quel panno nero è intriso di lui stesso, della sua passione, delle sue ire furibonde, del suo feroce rigore, della sua dedizione all’arte», dice Muti sublimando poeticamente la scattante corporalità toscaniniana.

Parma, Busseto: luoghi dell’anima artistica di Riccardo Muti, luoghi amati: «I giorni del Falstaff bussetano nel 2001 sono stati intensi e rasserenanti, colmi di evocazioni struggenti: Roncole, Villa Verdi, il Salone Barezzi, il pianoforte sul quale suonava da giovane il Genio…».

Quel giorno, invitato dal professor Corrado Mingardi a toccare i fatidici tasti, Muti combatte a lungo con se stesso («mi sembrava un sacrilegio»), per poi infine cedere: ed eccolo accennare, canticchiando, alcune battute del duetto - Ebben sì t’amo…- del Ballo in maschera, «un miracolo di celestiali espansioni liriche». Per Muti momenti da incorniciare: «Ero percorso da sensazioni indicibili: toccavo i tasti quasi in ‘trance’: le mie mani accarezzavano i tasti sui quali si erano posate le dita di Verdi! Il mio era un atto d’amore: e d’istinto ho ripercorso qualche battuta del duetto di Riccardo e Amelia, tra i più belli della storia dell’opera. Racchiude tutta la maestria artistica e umana di Verdi che va dritto al cuore, con prodigiosa capacità di scolpire i più profondi sentimenti dell’uomo. Wagner avrebbe elaborato da par suo questo motivo con una lunga, densa e sontuosa orchestrazione. Verdi invece è deliziosamente impaziente di cogliere l’attimo sublime, trasmettendo fulminee emozioni».

Riccardo Muti rievoca quel pomeriggio di incanti e felicità davanti alla gloriosa tastiera dell’Erard di Antonio Barezzi, lungimirante padre artistico di Peppino delle Roncole. E rintraccia segni verdiani nella campagna della Bassa: «Quegli orizzonti infiniti di campi, pioppi e argini, una pianura prodiga di tramonti melodrammatici, una panorama di respiro ampio, come la musica di Verdi. Lì ho capito perché a cogliere come pochi l’essenza di Verdi è stato un parmigiano: Bruno Barilli. Parmigianità per me è una categoria dello spirito, gentilezza e bonomia, raffinatezza e cordialità: virtù praticate con garbo e stile da Pietro Barilla, indimenticato grande amico insieme alla sua famiglia».

Direttore dal temperamento veemente, Riccardo Muti è anche uomo concreto del fare: «Sono veramente grato che il mio appello a trovare una sede stabile per il Museo Tebaldi sia stato accolto: non appena possibile verrò a Busseto a visitarlo, tornerò poi a Parma per rivedere lo studio di Toscanini regalato dalla nipote Castelbarco al Conservatorio».

S’è fatto tardi, in questo pomeriggio milanese. Incombe la presentazione del cofanetto con 32 cd ‘mutiani’, un’iniziativa del Corriere della Sera; subito dopo c’è l’intervista di Fabio Fazio in tv. E domani partenza per una lunga tournée in Oriente con l’orchestra di Chicago. Si è al commiato. La chiusura è in allegria e in un ideale brindisi verdiano: «Che altro posso dire alla Gazzetta di Parma e ai parmigiani? Buon 2016, e soprattutto: viva Verdi!»