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Intervista

Maurizio Micheli: «Da Parma a Zalone»

20 gennaio 2016, 06:00

Mara Pedrabissi

Per i ragazzi 2.0 è il papà di Checco Zalone in «Quo vado?». Per gli ex ragazzi, quelli nati negli anni Sessanta e Settanta, è stato un protagonista della stagione del grande varietà, negli anni d'oro della tv, spesso sotto la regia del vate Antonello Falqui. Maurizio Micheli ha riempito il piccolo schermo dei suoi personaggi popolari, stralunati e garbatamente divertenti, dalla parlata pugliese (per chi vuole rinfrescare la memoria, l'avvocato Rocco Tarocco del foro di Trani del «Fantastico» con Adriano Celentano conserva intatta la sua “vis comica” su YouTube). Volto della tv, qualche felice passaggio al cinema, radici ancorate nel teatro.

Lo dimostra il suo spettacolo cult, «Mi voleva Strehler», che, dal debutto (nel 1978) a oggi, ha messo nel sacco più di mille repliche, in arrivo sabato alle 21 al Teatro Nuovo di Salsomaggiore (info 0524 580211, 0524 335556 e su www.teatronuovosalsomaggiore.it).

Maurizio Micheli, una carriera transgenerazionale la sua...

«E' vero, sono tanti anni che lavoro. E in un certo senso ho debuttato a Parma. Avevo 19 anni, studiavo giurisprudenza all'Università di Bari, quando portammo uno spettacolo del teatro universitario al Festival di Parma. Venimmo al Regio, per me fu un'emozione incredibile. Fummo accolti bene anche se lo spettacolo, lo riconosco, era dilettantesco. Era il marzo 1966. Sono passati 50 anni. Poi sono stato molte altre volte da voi, l'ultima qualche anno fa, al Pezzani, con un testo mio. Tornando alla domanda, sì ho fatto molto: televisione, teatro e un po' di cinema, a volte impegnato a volte più popolare. Sono stato due volte alla Mostra del cinema di Venezia, nel 1984 e nel 2007».

In tanta ecletticità, con quale criterio sceglie le proposte di lavoro?

«Le leggo. Se una cosa mi piace, mi somiglia, la piglio. Me ne accorgo subito, dopo poche pagine»

Lei non sembra soffrire della «sindrome da intellettuale», a differenza di molti suoi colleghi

«Perché non lo sono. Credo semplicemente di avere un discreto senso del buon gusto nello scegliere. E' per questo che non sono diventato ricco»

Non ha paura di passare dallo chic al nazional-popolare. Lo dimostra nell'ultimo film di Checco Zalone. Il suo personaggio, divertentissimo, è quasi una parodia...

«Una piccola parte, che ho fatto però molto volentieri»

L'inserimento del suo personaggio e di quello di Lino Banfi si può leggere come un omaggio alla commedia italiana degli anni Settanta?

«Lo è sicuramente. Questi due ragazzi, Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco, sono molto intelligenti. Sanno perfettamente da dove vengono e cosa c'è stato prima di loro. Tra l'altro, io e Banfi avevamo lavorato insieme in un film di successo, “Il commissario Lo Gatto”, per la regia di Dino Risi »

Il suo «Mi voleva Strehler», un “one man show”, è un caso significativo nel panorama teatrale italiano.

«Quando l'ho debuttato, nel '78, i monologhi in Italia erano tre: il mio, il “Cioni Mario di Gaspare fu Giulia” di Giuseppe Bertolucci per Roberto Benigni e il “Mistero buffo” di Dario Fo. Con le dovute proporzioni, sono molto soddisfatto. Sono arrivato a 1200 recite»

E' un testo divertente...

«Fa molto ridere, pur con un fondo di amarezza. Con il pretesto di un provino che un oscuro attore di cabaret deve sostenere davanti al mitico Strehler, offre uno spaccato del teatro italiano tra gli anni Sessanta e Settanta. Al debutto, fece così fortuna che i giornalisti di Repubblica se lo adattarono in “Mi voleva Scalfari”»

Il testo lo ha scritto con Umberto Simonetta, che ci fa piacere ricordare a quasi vent'anni dalla morte

«Simonetta ha dato molto al teatro, alla canzone (con Gaber) e alla letteratura. Non è stato compreso. Lui sperava in una comprensione postuma. Chissà se arriverà»

Infine, cosa diverte Maurizio Micheli?

«Mi solleticano le situazioni in cui il drammatico (non il tragico) sfocia nel comico. Mi fa ridere, ad esempio, l'atteggiamento dell'omuncolo di fronte al potere».

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