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BORGOTARO

Molinari, il ferroviere eroe della Shoah

29 gennaio 2016, 06:00

Franco Brugnoli

Ogni anno, nei giorni dedicati al ricordo dell'Olocausto, nella mente di tante persone riaffiorano ricordi legati a parenti che, in qualsiasi modo, sono stati protagonisti di quel periodo.

E' il caso di Pietro Molinari, classe 1910, morto all'età di 70 anni, nel 1980. Pietro, come ci racconta la figlia Clara, quando ne aveva l'occasione, raccontava sempre ai suoi figli ed ai nipoti, alcuni avvenimenti, di cui era stato protagonista nel 1943, durante la deportazione degli ebrei da parte delle milizie tedesche.

«A quei tempi, - racconta Clara - mio padre era ferroviere addetto agli scambi, nella stazione di Fornovo Taro, che era ovviamente occupata dai tedeschi. Vi transitavano numerosi treni pieni di ebrei, tra cui molti italiani che venivano deportati nei campi di concentramento. Questi treni, composti, per lo più, da carri bestiame, stipati all'inverosimile, sostavano spesso, anche per ore, in stazione a Fornovo, sul binario morto». I prigionieri invocavano aiuto ed i loro lamenti giunsero alle orecchie di Pietro che escogitò un sistema per cercare di aiutarli, chiedendo la collaborazione di due colleghi: il macchinista, che era di Pisa ed il manovratore Gino Invernizzi, pure lui di Borgotaro. Due brave persone.

«Quella sera - con tinua Clara - pioveva a dirotto. Mio padre era in turno di notte e, prima di uscire, aveva messo nella tasca della giacca una grossa tenaglia. Era nervoso e mia madre capì che aveva in mente qualcosa di pericoloso, per aiutare i prigionieri sul treno ed iniziò a tempestarlo di domande ed a supplicarlo, piangendo, affinché non facesse nulla, per non provocare l'ira dei militari tedeschi, che non avrebbero certo esitato a sparargli. “Pensa alla tua famiglia - gli ripeteva disperata, - se ti scoprono ti ammazzano”. Mia madre, per la verità, non era affatto insensibile a tutto ciò: con altre mogli dei ferrovieri già portava a quei poveretti, destinati alla morte, dei panini, offerti dai commercianti del luogo e spesso accadeva che da quei vagoni cadessero dei biglietti, con gli indirizzi delle loro famiglie, e le donne si prodigavano a inviare notizie». «Mio padre però era deciso e sicuro del suo piano, e, con il provvidenziale aiuto del brutto tempo, l'avrebbe portato a termine».

Mentre la guardia tedesche si trovavano all'interno della stazione, tranciò la catena che chiudeva uno dei carri, avvisando i prigionieri di tenersi pronti, che dopo la galleria il treno avrebbe rallentato ed, a quel punto, dovevano buttarsi fuori, lungo la scarpata dove erano stati nascosti dei vestiti per nascondersi. Il macchinista avrebbe provveduto a richiudere il carro».

«Quella fu la prima volta. E siccome tutto andò bene, mio padre prese coraggio e ripeté la cosa altre volte, contribuendo così a salvare davvero molte vite. Poco tempo dopo, i tedeschi occuparono tutto il territorio e mio padre abbandonò le ferrovie, per unirsi ai partigiani borgotaresi».

«In questi giorni mi è parso doveroso raccontare questa storia come riconoscimento del coraggio e dell'altruismo di mio padre e di mia madre».

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