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Reportage: Brescello e le mafie

Oggi le dimissioni del sindaco

30 gennaio 2016, 06:00

Francesco Bandini

Quando si dice la fortuna. Arrivare in piazza a Brescello e subito imbattersi nientemeno che in Don Camillo in persona. Sì, proprio lui, in carne e ossa, anche se in borghese. Al secolo, Boni Abdon (uno di quei nomi che solo i reggiani sanno inventare), che da oltre vent'anni, per conto della Pro loco, interpreta in fiere ed eventi ufficiali il battagliero prete della saga guareschiana. Ed è stato proprio in una recente fiera a Verona che Abdon-Don Camillo si è sentito rivolgere la seguente domanda: «Ma è vero che a Brescello avete la mafia?». Lui, che la sa lunga e che ha il compito di attirare turisti nel proprio paese, ha fatto buon viso a cattivo gioco e ha subito colto la palla al balzo: «Venite a visitare Brescello e lo scoprirete», ha risposto senza battere ciglio.

Da quando il sindaco Marcello Coffrini, ormai un anno e mezzo fa, si è lasciato sfuggire un'infelice frase di apparente elogio su Francesco Grande Aracri – condannato per mafia e fratello del boss dell'omonima cosca calabrese attualmente in galera – e da quando il Comune è a rischio di scioglimento per possibili infiltrazioni mafiose, la nomea di Brescello-paese-mafioso si è amplificata a dismisura. Già prima, con quella trentennale colonia di calabresi di Cutro che ha fondato un intero quartiere non a caso ribattezzato «Cutrello», una certa fama ce l'aveva già, ma una volta innescato il meccanismo mediatico, non c'è stata tregua. Fino a oggi, giorno delle annunciate dimissioni del primo cittadino.

«Non si può far dimettere un sindaco per una frase mal detta: il Pd stavolta l'ha fatta fuori dal vaso», dice Adbon-Don Camillo, interpretando il pensiero di molti altri brescellesi che difendono a spada tratta il proprio primo cittadino dimissionato. Sulla presenza della 'ndrangheta, spiega: «Io sono stato un artigiano e non ho mai avuto una sola pressione di alcun genere da nessuno. E come Pro loco, a onor del vero, devo dire che tutte le volte che abbiamo avuto bisogno di qualcosa per il paese, i calabresi ci hanno aiutato. D'altra parte, se hai bisogno di un muratore, ormai devi rivolgerti a loro, perché non c'è più nessun altro che fa questo lavoro. Ma piuttosto chiediamoci: chi ha mandato qui al confino i primi cutresi, tanti anni fa? Di sicuro non li abbiamo chiesti noi. È nostra la colpa se ora li abbiamo qui a chilometro zero?».

La piazza è il luogo magico degli incontri che non t'aspetti e che ti aiutano a capire. Ad esempio, c'è l'ex dirigente pubblico, ora in pensione, che ti svela che quando otto anni fa era sul punto di presentarsi alle elezioni con una propria lista civica, si è visto presentare un esponente della comunità calabrese che gli ha fatto la seguente proposta: «Se fai la lista, ti porto mille voti». In cambio di cosa, non c'è stato il tempo di appurarlo: «Gli ho detto di no e comunque poi non mi sono candidato». Un tentativo di condizionamento mafioso della vita politica? Chissà. Comunque sia, lui l'etichetta di Brescello-paese-mafioso la rigetta: «Qui la mafia non c'è, almeno quella intesa come pizzo, intimidazioni, metodi mafiosi, infiltrazioni negli appalti. Ci sono stati alcuni personaggi coinvolti in vicende di 'ndrangheta, ma senza coinvolgere il Comune». E se ora il sindaco deve andarsene «è perché il Pd, dopo sessant'anni che comanda, non può perdere la faccia». Grande Aracri lui lo conosce bene: «Certo che lo conosco, da 25 anni: una persona bravissima, che però ha un fratello boss». Anche se, ammette, non si può escludere che abbia ricevuto soldi...». Soldi – s'intende – delle cosche.

Il suo compagno di passeggiata è meno ottimista: «Forse non si possono provare le collusioni, ma pressioni devono essercene state anche qui: una presenza massiccia di queste persone qualcosa provoca, per forza. Che poi non ci siano state manifestazioni di criminalità eclatanti, non conta più di tanto. Però rifiuto l'automatismo “presenza mafiosa>paese mafioso”». Ma la presenza, quella c'è.

E su questo quasi nessuno discute, a dire il vero. A parte i clienti che nella tepida mattina di gennaio stazionano davanti al bar Peppone: le domande su sindaco e soprattutto 'ndrangheta provocano il mutismo generale e l'allontanamento di più d'uno. L'unico che parla è un agricoltore: «Qui siamo gente di campagna, parliamo di erba medica e bestiame. Le altre cose non ci interessano», sentenzia. Anche nell'altro bar della piazza, il «Don Camillo», il gestore cinese dichiara di saperne zero dei temi che hanno portato Brescello alla ribalta nazionale. «No, qui nessuno ne parla», dichiara. Anche all'edicola della piazza la voglia di parlare è pari a zero: «Non ci esprimiamo». Anzi, di più: «Questo non è il posto dove fare interviste». Un cortese invito ad accomodarsi fuori. Dove un'anziana sta osservando da vicino la locandina di un giornale che parla di inchieste di mafia: «Ma cosa c'è scritto? “Mai avuto a che fare con la co... co...”». Per la cronaca, la parola difficile da decifrare era «cosca».

Ma fra quelli che parlano, che a dire il vero sono la maggior parte, il concetto che viene ripetuto è più o meno questo: «Sì, presenze di personaggi legati alla criminalità ci sono e lo sappiamo, ma problemi qui non ne danno». Al negozio di alimentari della piazza, la titolare è più arrabbiata perché se ne va un sindaco «perbene a cui non hanno permesso di lavorare» piuttosto che per l'immagine deteriorata del paese. Non si nasconde comunque la realtà: «Non possiamo negare che ci sono determinate presenze, ma cosa dobbiamo fare? Li ammazziamo? I primi sono arrivati perché ce li hanno mandati in soggiorno obbligato, si sa. Ma questi in paese non hanno fatto niente di male, poi fuori non so... Adesso noi di Brescello sembriamo le pecore nere, però le macchine le bruciano a Reggio Emilia...».

In una trattoria a due passi dal centro i temi caldi non li affrontano: «Non parlo», si chiude a riccio la titolare, che però è orgogliosa di mostrare le belle foto di scena dei film con Fernandel e Gino Cervi che tappezzano le pareti. Nella vicina osteria il titolare spiega che «25 anni fa il clima era diverso, ma adesso problemi non ce ne sono». Lo conferma anche la moglie: «Qui non c'è da avere paura a uscire la sera e il pizzo non ce l'hanno mai chiesto: se l'avessero fatto, avremmo chiuso subito bottega», dichiara. Non le piace l'immagine del paese che si va diffondendo: «I locali lavorano praticamente solo con il turismo, che finora non ha risentito di tutto quello che si è detto. Speriamo non ci siano problemi in futuro». I calabresi? «Sì, ce ne sono tanti, ma è come scoprire l'acqua calda».

Alla Fondazione «Paese di Don Camillo e Peppone» la presidente Elena Benassi si dice «ottimista» sull'esito (ancora ignoto) del lavoro della commissione che per mesi ha scartabellato in Comune per capire se vi siano gli estremi per lo scioglimento per mafia. «Non mi aspetto grandi novità. Comunque penso che sarà utile conoscere il contenuto delle carte per prendere coscienza di quale sia la realtà della nostra comunità: sono convinta che sarà utile per tutti».

Il sindaco: «Non siamo la Corleone della Bassa»

«Brescello non è la Corleone della Bassa». Marcello Coffrini, sindaco del paese reggiano, non si stanca di spendersi per confutare il cliché di una Brescello patria e rifugio di malavitosi legati alla 'ndrangheta. Lo fa fino all'ultimo: proprio questa mattina rassegnerà le dimissioni da primo cittadino, cedendo alle pressioni del proprio partito, il Pd, e ponendo fine a sedici mesi di tormentone mediatico, dopo quell'infelice frase su Francesco Grande Aracri, esponente dell'omonima cosca calabrese residente da trent'anni in paese, condannato per mafia in via definitiva e da lui definito in un'intervista del settembre 2014 «gentilissimo, molto tranquillo, molto composto ed educato, uno che ha sempre vissuto a basso livello». Frase che, col senno di poi, definisce ora «inopportuna, parole che ho disconosciuto subito e che non ripeterei, ma che non volevano dire quello che mi è stato fatto dire. Di sicuro non c'era la volontà di elogiare». Che quelle parole abbiano danneggiato il suo paese, no, non ci vuole credere. «Il 2015 è stato l'anno in cui abbiamo avuto più turisti in assoluto», ricorda. «No, non credo che l'immagine del paese ne sia uscita peggiorata». Però si rende conto che, andandosene, allenterà una pressione che ormai i propri concittadini sentono come opprimente: «Interrompo la mia esperienza perché c'è una stanchezza personale ormai insostenibile e soprattutto perché penso che le mie dimissioni possano servire per dare pace ai cittadini. Andandomene, credo di abbassare questa tensione immotivata che si è creata nel mio paese».

Quello sull’argine del Po resta però un paese a rischio commissariamento per mafia: di sicuro, un brutto segnale nell’Emilia che si sente tanto lontana dalla grande criminalità del sud. «Io non sono mai stato neanche indagato e non ho niente da temere a livello personale: esco a testa alta», puntualizza Coffrini. Quanto all’imminente pronunciamento ministeriale sulle infiltrazioni mafiose sulla base della relazione della commissione prefettizia che per mesi ha aperto tutti i cassetti del municipio, Coffrini attende fiducioso: «Ci tengo che questa situazione venga chiarita una volta per tutte, affinché la comunità possa scrollarsi di dosso una fama immeritata». Presenze di personaggi legati alle organizzazioni mafiose? «Sì, può esserci questa presenza, ma come in decine di altri comuni del nostro e del vostro (parmense, ndr) territorio. Come evidenziato anche dall’inchiesta Aemilia, Brescello non è né la culla del fenomeno, né il luogo dove il fenomeno ha contorni diversi rispetto ad altre realtà. Non si vuole negare niente, ma non si può nemmeno generalizzare».

Oggi il sindaco ufficializzerà le proprie dimissioni. «Penso di avere avuto tanto dai miei concittadini, che mi hanno eletto con il 70% dei voti e mi sono sempre stati vicini. Me ne vado perché voglio staccare la spina, ma con la speranza che per il mio paese la cosa si risolva per il meglio». Un futuro di nuovo in politica? «Non sono un politico, non lo sono mai stato e nella vita faccio altro. Al momento penso a tutto meno che a questo, però tengo molto che la cosa si chiuda bene per Brescello. Quanto a me, spero di poter riprendere una volta per tutte una vita normale».

f.ban.

Parla il parroco don Evandro

Don Evando Gherardi, parroco di Brescello ed erede ideale di Don Camillo, non fa rimpiangere la franchezza del personaggio creato da Guareschi: «A Brescello ci sono i mafiosi, ma non è un paese di mafiosi». Il tessuto della comunità, secondo il sacerdote, è sano: «Non siamo sotto scacco della 'ndrangheta, non ci sono intimidazioni, né collusioni, né si paga il pizzo. È un paese dove ciascuno svolge la propria attività come meglio può, senza che questa presenza lo condizioni». Quello che preoccupa don Evandro, piuttosto, sono altri due aspetti: «La divisione che temo si creerà in paese in seguito alla polemica politica», ma anche «la scarsa integrazione della comunità calabrese», che nonostante tanti anni di permanenza «continua a rappresentare un mondo a se stante».

Meno ottimista la consigliera della Lega nord Catia Silva, che negli anni ha sporto varie denunce per minacce: «La gente pensa ancora che la mafia sia il picciotto con la coppola in testa e la lupara, ma forse non capisce che la malavita cerca di inserirsi nella politica e negli affari e che se si insedia in un piccolo paese come il nostro è perché nella tranquillità riesce a fare meglio i propri interessi». Per Luciano Conforti, altro consigliere di opposizione, «non bisogna fare di tutta l'erba un fascio: non si può dire che Brescello sia un paese mafioso, ma sappiamo tutti che certi personaggi ci sono. Se qualcuno li prende e li porta via, ci fa un favore».

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