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Punti di vista

La famiglia numerosa e la coppia gay

02 febbraio 2016, 06:03

LA FAMIGLIA NUMEROSA

«Io credo nei diritti di tutti, però penso anche che ci siano delle oggettività da salvaguardare: una di queste è la famiglia per quello che è sempre stata, in tutte le culture, e cioè quella formata da un uomo e una donna». Pierluigi Aragosti, medico anestesista, di famiglia ne sa qualcosa: lui e la moglie Andreina – educatrice che si occupa di ragazzi disabili – hanno cinque figli, tre maschi e due femmine, il più piccolo 7 anni, la più grande 17.

Si dichiara «contrario alla logica della contrapposizione, del sì contro il no», così come si dice a favore «della ricerca del bene comune più che del trionfo del proprio punto di vista». Ma detto questo, non rinuncia a ricordare che «va bene tutelare le minoranze, ma non si può nemmeno ignorare la maggioranza». Riconosce che «è bene tutelare chi fa scelte diverse» e che «ci sono situazioni che hanno il diritto di essere riconosciute e trattate con decoro, rispetto e dignità, ma senza degenerare in problematiche opposte». E cioè nel danneggiare la famiglia tradizionale, «che non è che l'abbiano scoperta i cristiani o i musulmani. L'operazione giusta deve essere quella di tutelare le minoranze e i loro diritti, ma senza attaccare la famiglia, altrimenti si fa confusione. Si vuole difendere qualcosa o attaccare qualcos'altro? La difesa delle minoranze è un dovere di tutti, ma attaccare valori universalmente riconosciuti non credo sia una cosa utile per nessuno».

Soprattutto, per Aragosti non va perso di vista il principio secondo cui «il diritto dei soggetti più deboli viene prima di tutto». E per soggetti più deboli intende ovviamente i bambini. Il tema è quello delicatissimo delle adozioni per gli omosessuali, rispetto alle quali il disegno di legge Cirinnà apre un varco con la possibilità di adozione del figlio del partner. «Nessuno è partito dal punto di vista del soggetto più debole, che è il bambino, il quale rischia di diventare oggetto di desiderio più che portatore di diritti. Personalmente credo che sia meglio che cresca in una famiglia tradizionale, ma accetto di essere smentito: il fatto però è che oggi nessuno è ancora stato in grado di esibire studi oggettivi e riconosciuti che dicano da quale famiglia è meglio che un bambino venga adottato, se tradizionale, omosessuale o non so cos'altro. E sarebbe bene fare studi seri prima di legiferare, altrimenti si rischia di decidere non sulla base di evidenze scientifiche, ma dell'emotività». E aperto un varco, non si sa dove si può andare a finire: «Quando devio dalla strada, più vado avanti e più mi allontano».

Sulla stessa posizione la moglie Andreina: «È giusto riconoscere l'unione civile con diritti e doveri anche per chi fa scelte diverse, ma penso che la famiglia tradizionale sia quella formata da un papà, una mamma e dei figli», perché per un bambino «è importante avere come riferimenti una figura maschile e una femminile: è nella diversità che si può formare la personalità».f.ban.

LA COPPIA GAY

«Chiamateli come volete: matrimoni, unioni civili, unioni di fatto... Purché si riesca finalmente ad avere quei diritti che oggi non ci sono». Non bada alla forma Andrea (il nome è di fantasia), omosessuale di 42 anni, da otto una convivenza con il compagno che due anni fa è culminata nel matrimonio, celebrato a New York, a Central park (là si può scegliere perfino la location). Quel che conta per lui è la sostanza: i diritti, per l'appunto. Per questo non comprende il perché del Family day andato in scena sabato a Roma: «Loro i diritti li hanno già. Faccio fatica a capire perché andare a manifestare: loro una famiglia la possono avere e vederla riconosciuta senza alcun problema. Siamo noi, che una famiglia così com'è intesa oggi non possiamo averla, che abbiamo bisogno che ci sia parità di diritti».

Sposarsi a New York è stata una scelta di principio e un po' anche di lungimiranza. «Anche se in Italia non vale, volevamo qualcosa che potesse tenerci uniti e che comunque avesse valore là dove è riconosciuto». E se poi un domani anche l'Italia dovesse riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso, tanto meglio: «In quel caso saremo già pronti e ci sarà da fare solo la trascrizione».

Oggi, però, questo è per loro ancora un sogno. Mentre quello che potrebbe diventare realtà, se passasse il disegno di legge Cirinnà, è il riconoscimento dell'unione civile e la possibilità di adottare il figlio del partner. E queste cose, per Andrea e il suo compagno, sarebbero già tanto: «Una gran cosa, una conquista di civiltà».

La cosa che più angoscia Andrea è il pensiero di non avere il diritto di avere accanto a sé la persona che ama in caso di bisogno, ad esempio in caso di emergenza medica. «Io ho deciso di passare la mia vita con lui e vorrei che nel momento del bisogno ci fosse lui accanto a me. Questo, oggi, non è possibile, non c'è nulla che ci tuteli. Perché?».

Quanto alle adozioni, Andrea sarebbe per consentire non solo quella del figlio naturale del partner, ma di permetterle senza limitazioni anche per le coppie omosessuali. «Se parliamo della possibilità per un bambino di essere cresciuto da due persone che si amano e che amano lui, non vedo dove sia il problema: meglio darlo a due persone omosessuali che lasciarlo in balia del nulla. E poi sappiamo bene che ci sono coppie omosessuali che possono essere una famiglia molto di più di certe coppie eterosessuali». E problemi per la formazione del piccolo non ne vede proprio: «Di sicuro uno non diventa omosessuale perché cresce in una coppia omosessuale. Quanto alla formazione della sua personalità, non è importante che le persone che lo crescano siano di sesso diverso: conta invece che cresca in un ambiente in cui è amato e con persone che riescono a trasmettergli valori positivi».

Detto questo, Andrea è onesto fino in fondo e ammette: «Io e il mio partner abbiamo entrambi 42 anni: anche se fra qualche anno in Italia dovesse essere introdotta la possibilità di adottare per gli omosessuali, non lo faremmo: saremmo troppo avanti con gli anni e non sarebbe l'ideale per il bambino».

Andrea e il suo partner sono talmente rispettosi della sensibilità altrui da evitare effusioni in pubblico: «Capiamo che a qualcuno può dare fastidio. Comunque non abbiamo mai avuto problemi». Anche se, ammette, «i pregiudizi sono ancora troppo diffusi».f.ban.

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