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Donazione

L'archivio Carpanelli alla Fondazione Cariparma

15 febbraio 2016, 06:00

L'archivio Carpanelli alla Fondazione Cariparma

Katia Golini

L'architetto Franco Carpanelli dona alla Fondazione Cariparma il suo enorme archivio di disegni e progetti. Da due anni ha cessato l'attività, ora chiude lo storico (e bellissimo) studio in centro storico e lascia alla città un patrimonio di inestimabile valore. Carpanelli è il «padre», tra l'altro, della Camera di commercio, delle Poste centrali di via Pastrengo e dei primi palazzi per uffici interamente in vetro realizzati tra viale Mentana e viale Fratti. Dagli anni Sessanta in poi è stato tra coloro che hanno cambiato il volto di Parma, catapultandola nella modernità attraverso interventi all'avanguardia, all'insegna dell'internazionalità.

E pensare che sono vivo per miracolo. Chi l'avrebbe mai detto che sarei arrivato fino a qui?». Scampato a un eccidio nazista nel '44, Franco Carpanelli racconta la sua vita da romanzo, con la verve di un ragazzo che quest'anno compie 93 anni. Giocare gli piace ancora. Colleziona animaletti danzanti, animati dalla forza cinetica: il picchio che becchetta l'albero, il gabbiano sospeso che sbatte le ali, il piccolo carabiniere a cavallo che galoppa in aria. C'è qualcosa di magico ai suoi occhi in quegli oggetti dal meccanismo perfetto. Si diverte a toccarli per metterli in moto. «Sono rimasto un po' bambino» sorride. «E poi credo molto nella capacità espressiva delle mani. Lo dico sempre ai ragazzi: “Non utilizzate solo il mouse. Privilegiate la manualità, mi raccomando”». A supporto della tesi ricorda una delle ultime interviste di Ettore Scola nel salotto di Fabio Fazio: «Alla domanda: “Quale oggetto si porterebbe via se potesse sceglierne uno soltanto?”. Il grande regista rispose: “La matita”. L'episodio mi è sembrato tanto significativo che l'ho raccontato ai ragazzi delle scuole durante un recente intervento in pubblico in ricordo di Camillo Rondani. Hanno ascoltato e recepito il messaggio. Alla fine mi hanno tributato un lungo applauso».

UNA MINIERA DI ESPERIENZE

Carpanelli è una miniera di sapere, un fiume di esperienze. Nasce a Livorno nel '23, da padre parmigiano, e vive la giovinezza in Toscana, terra che gli ha lasciato l'inflessione inconfondibile che dà grazia alla parlata spigliata e una ricchezza lessicale impeccabile. E' proprio in Toscana, tra l'altro, che conosce Frank Lloyd Wright, il grande architetto americano, all'epoca in Italia per il suo «grand tour». Adora la cultura in tutte le sue espressioni. Ama il passato e adora l'innovazione. Non a caso è presidente dell'Accademia nazionale di belle arti di Parma e di Italia Nostra. Può citare Sant'Agostino e Jacques Maritain senza batter ciglio, saltellare dall'arte alla letteratura, senza mai scadere nella banalità dei luoghi comuni. L'architettura è però la materia prediletta, sua vera passione. Di architettura ha vissuto e all'architettura ha dedicato l'esistenza. La sua parola d'ordine? «Armonia». Il filo rosso del suo lavoro: la ragione unita al senso del bello. «In architettura le parole chiave sono forma, misura e numero - spiega -. E' fondamentale il modulo che, ripetendosi, produce armonia. Non sai perché, ma la senti aleggiare nell'aria. Questa è la bellezza».

Dei grandi architetti è stato amico. Rivivono, nel suo racconto, i protagonisti della modernità. Prendono forma reale, come in un film, giganti spiegati nei libri di storia dell'arte. Dalla cartellina ingiallita, esce il carteggio con Le Corbusier, Alvar Aalto, Walter Gropius, Pier Luigi Nervi, colossi dell'avanguardia, fondatori dell'architettura moderna e padri del design. Fra tanti amici, nel cuore Carpanelli ne ha uno in particolare, il suo maestro: «Mies van der Rohe era davvero grande. Voleva essere chiamato per nome. Credo di essere stato l'unico architetto italiano nei primi Anni Cinquanta a studiare e progettare nella Graduate School of Design con lui. Allora ero giovane, disegnavo per lui pezzetti minuscoli di grattacieli. Parlava poco e non gli piacevano le persone che parlavano troppo. Il linguaggio che prediligeva era il lavoro. Il suo motto, quello per cui anche i non addetti ai lavori lo conoscono, era “The less is more” (il meno è più). Ed è proprio vero: solo chi non sa fare aggiunge. Al contrario, chi sa fare toglie. Tutti gli architetti ancora oggi devono confrontarsi con questa regola».

DA FIRENZE A CHICAGO

Dalla facoltà di Architettura a Firenze (dove si laurea nel '49) vola immediatamente a Chicago, negli Stati Uniti, sede di una famosa scuola di specializzazione a cui accede grazie a una borsa di studio (vince il Fulbright Scholarship all'Illinois Institute of Tecnology). Il mondo si svela ai suoi occhi. Guarda, ascolta e impara. Sono gli anni Cinquanta, l'America è il centro del mondo. «Era facile incontrare personalità di interesse internazionale. Per motivi politici e razziali si erano trasferiti negli Stati Uniti i fondatori del Bauhaus, per questo ho avuto modo di conoscere tante persone che hanno fatto la storia».

C'è un incontro in particolare che Carpanelli ha scolpito nella memoria. Nulla a che fare con l'architettura: «Conobbi Enrico Fermi alla prima americana di “Miracolo a Milano”, presentato personalmente da Vittorio De Sica alla International House di Chicago nel 1952. In seguito mi invitò al Congresso internazionale di Fisica in Michigan Avenue ove lo nominarono presidente onorario della Società internazionale di fisica. Mi commosse il fatto che un italiano, seppur celebre, in terra straniera, ricevesse un un riconoscimento così importante. Mi fece sentire orgoglioso e meno solo. Siamo diventati amici. Da quel giorno lo accompagnavo spesso a passeggiare sulle rive del lago Michigan. L'inventore della bomba atomica era un uomo semplice, gentile e ingenuo».

La splendida esperienza americana segna per sempre la vita, professionale e personale, del giovane architetto. Il bagaglio colmo di conoscenze e entusiasmo lo aiuta a farsi notare. Rientrato in Italia si guadagna un posto da docente all'Università di Bologna. Fa ricerca, insegna e insieme progetta. Vince concorsi nazionali (due molto importanti per il ministero degli Affari esteri e per il Consiglio nazionale delle ricerche) che lo mettono in luce sulla piazza italiana. Decisivo il concorso nazionale del 1953 per la stesura del nuovo Piano regolatore di Parma, che da quell'anno diventa la sua città.

LA RIBALTA INTERNAZIONALE

Insegna e inventa, l'architetto Carpanelli. Prosegue la carriera accademica (per 30 anni è il direttore dell'istituto di architettura e disegno della facoltà di Ingegneria all'Università di Parma), e insieme lavora a progetti per grandi edifici pubblici in varie città da Nord a Sud (caserme, strutture sanitarie, edifici universitari). Il giovane professionista, allievo di Mies van der Rohe, che sa coniugare l'avanguardia alle esigenze pratiche, il bello al funzionale, è molto gettonato. Vince concorsi, tiene conferenze in giro per il mondo. Le università americane se lo contendono e lui, che adora viaggiare, va ovunque ci sia qualcosa di nuovo da scoprire. E' del '57 il progetto di cui va più orgoglioso: «Partecipai al concorso internazionale indetto da Wiesenthal del Centro Ebraico di Vienna per il Memorial del campo di sterminio di Auschwitz. Oltre 700 i partecipanti da tutto il mondo. Una soddisfazione infinita per me».

La proposta più intrigante arriva nel '62 dalla prestigiosa Harvard University (Cambridge, Massachusetts): il preside, il celebre architetto Jose Luis Sert vorrebbe tanto Carpanelli nella sua squadra di docenti. Arriva a dargli carta bianca su qualsiasi forma di collaborazione e, addirittura, di retribuzione. Niente da fare: Carpanelli è disposto a tenere lezioni in ogni università, ma non lascia Parma. Negli stessi anni collabora con la Scuola di architettura del Politecnico di Varsavia in Polonia, invitato personalmente dal ministro dell'Istruzione, e Richard Neutra lo vuole al suo fianco per un progetto a Maracaibo in Venezuela.

La ribalta internazionale prosegue per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Nel '72 prende contatti con la Scuola di architettura di Shangai e Pechino, partecipando alla prima missione culturale e professionale del governo italiano in Cina. Nel 1988 torna a Chicago per una serie di conferenze in occasione del centesimo anniversario della nascita di Ludwig Hilberseimer.

CARRIERA IN ITALIA

Nel '58 consegue la Libera docenza in composizione architettonica. Si guadagna il titolo con una determinazione che lo porta ad arrivare primo nella graduatoria nazionale. La motivazione è a dir poco lusinghiera: la commissione gli riconosce all'unanimità «una non comune preparazione culturale, maturità di pensiero, attitudine alla ricerca e spiccate qualità didattiche».

Carpanelli è ormai parmigiano a tutti gli effetti. Su Parma concentra le sue energie inventive, in un ambiente carico di entusiasmo e voglia di fare. C'è una città da ricostruire. Come non ricordare il suo progetto di ricostruzione «Com'era e dov'era» del Neoclassico palazzo ducale del Bettoli in piazzale della Pace; progetto mai realizzato nonostante l'unanime consenso ottenuto al referendum. A metà degli anni Sessanta arriva una delle sfide più toste: inizia a pensare il progetto per la Camera di commercio. La modernità avanza, serve un luogo ad hoc: «Una novità assoluta. Doveva inglobare anche la Borsa merci, che fino ad allora svolgeva l'attività all'aperto, in piazza Garibaldi. Erano i tempi in cui i contratti si stipulavano con una stretta di mano». L'edificio di via Verdi viene inaugurato nel 1970 e per il progettista è una specie di «battesimo di fuoco». La sua attività continua incessante. Si dedica ad altre progettazioni, tra cui il palazzo direzionale delle Poste e telecomunicazioni di via Montebello, l'Istituto tecnico industriale di via Toscana, i grandi magazzini Coin in via Mazzini, il complesso direzionale tra viale Fratti e viale Mentana (realizzati in vetro, un'innovazione assoluta per Parma), il Cepim di Fontevivo, il Consorzio agrario, oltre a residenze private, strutture per uffici e commerciali in centro storico.

Eccola qui, elencata tutta d'un fiato, la carriera professionale di Franco Carpanelli. La sintesi - impossibile elencarla nella sua completezza - delle opere realizzate però non contiene il resto. Oltre che per l'architettura, l'amore per l'arte, ad esempio. «Ho sempre adorato Remo Gaibazzi, un uomo libero. Rifiutò di lavorare con uno dei più importanti galleristi americani, che lo avrebbe reso famoso, solo perché non voleva vincoli. Se dovessi dire di altri artisti con cui sento di avere un certo feeling direi che mi piace l'Informale - dice guardando “La strage di innocenti” del 1964 firmata Vasco Bendini -. Era un grande, forse il più grande pittore informale italiano. L'Informale è il genere che preferisco, impegna l'uomo in modo più profondo del figurativo».

Amici, incontri, esperienze, viaggi. Una produzione professionale ingente. Un unico rimpianto: «Avrei sempre voluto progettare un grattacielo. Non ovviamente a Parma, città bellissima, che va salvaguardata e protetta con amore nei suoi aspetti storico, artisti e architettonici».

ANDREI: «UNA DONAZIONE A NOI E' UNA DONAZIONE ALLA CITTA'»

Una grande soddisfazione. E un grande orgoglio. La gioia dello scambio riguarda entrambe le parti. Il donatore in primis: «La Fondazione Cariparma è l'ente che meglio di chiunque altro sa conservare e valorizzare beni d'arte preziosi e custodire la memoria storica della nostra città. In un ambiente di qualità, con la cura e il rispetto dovuto». L'architetto Franco Carpanelli ne è convinto. Tanto che aggiunge: «E' davvero un momento importante per me: poter lasciare in ottime mani l'intero mio archivio mi rasserena e mi rende orgoglioso. Tutti i miei progetti, pensati e realizzati soprattutto per Parma non potevano trovare migliore collocazione».

«Siamo noi a ringraziare. Siamo noi orgogliosi di questa acquisizione - dice Paolo Andrei, presidente della Fondazione Cariparma -. Ciò che viene donato alla Fondazione viene donato alla città. In questo atto che l'architetto Carpanelli ha voluto compiere c'è una generosità che va a vantaggio dell'intera comunità. Si tratta di un patrimonio dal punto di vista culturale e professionale davvero significativo, un patrimonio di valenza storica. Orgoglio e soddisfazione riguardano anche il fatto che presto saremo in grado di rendere consultabile il materiale. Del resto tra le nostre finalità c'è proprio la diffusione della cultura in tutte le sue forme».

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