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Amarcord

Le osterie di una volta

15 febbraio 2016, 06:00

Le osterie di una volta

LORENZO SARTORIO

E ora il percorso tra le «strade del vino» ci porta sui luoghi dov'erano ubicate un tempo le osterie di qua dal torrente dopo ave visitato quelle «dedlà da l'acua». Questa volta le guide del cronista sono addirittura quattro: «Gigètt» Mistrali, Claudio Mendogni, «Carlén» Grassi e Gianni Bergamini «il Conte». Iniziamo il nostro parmigianissimo tour partendo dal cuore di Parma: la cara - vecchia Ghiaia. In borgo Paggeria sorgeva l'osteria della Vittoria, famosa per lo stracotto con la polenta. Accanto all'osteria, la famosa drogheria Canali, che ha chiuso i battenti di recente, un negozio di abiti usati e, poco distante, la drogheria Barbazza dove il droghiere-oste mesceva vino chinato di ottima qualità ed anche la famosa «mestura äd Cargnàn», corroborante per i facchini della Ghiaia nelle giornate più fredde. Attualmente la vecchia osteria sopravvive grazie a Simona e Andrea. In via Carducci- angolo borghetto della Ghiaia, l'osteria «dal Gobén»: salumi di primissima qualità, vino ottimo e clientela, per la maggior parte dei casi, formata da cantanti e coristi del vicino Teatro Regio. L'osteria della «Cavallerizza» sorgeva nell'omonimo borgo. Era un'altra tappa dei facchini della Ghiaia che, lì, potevano consumare «buzéca» e «lambrùssch». In borgo Copelli l'osteria di Bruno, in seguito gestita da Mauro Zanichelli e dalla moglie Mirella, cugina del grande Alberto Michelotti. Nell'osteria di Mauro e Mirella gli avventori erano per lo più melomani e macchinisti del «Regio». Inoltre questo locale aveva una particolarità. Nel pomeriggio dell'ultimo dell'anno si faceva festa in attesa della mezzanotte con mai contate bottiglie di bianco e rosso. Il cotechino veniva degnamente celebrato nell'osteria della «Cesarina e ‘dl arzàn» in via Mameli. Estate ed inverno panini imbottiti con fette di cotechino caldo e tanto lambrusco. In borgo Angelo Mazza, l'antico «bórogh Bondjóla», nell'osteria «da Arnést », si poteva brindare con un ottimo vino proveniente dalle «Valli di Collecchio». Un nettare per gli intenditori. In via Emilia Est, l'osteria Busani, con annesso campo di bocce, luogo prediletto dai giocatori di scopa che offrivano vino anche a chi assisteva alle loro agguerrite partite. L'osteria «Primoto» era in «bórogh dal Vèsscov» (via XX Settembre). Ed anche questo era un covo di incalliti melomani. Famosissima l'osteria di Mederico in via XX Settembre- angolo borgo del Naviglio. Mederico, padre di Orazio Tosi, indimenticato presidente di Parma Lirica e grande melomane e nonno del popolarissimo Mario Tommasini, fu un oste molto amato dalla sua gente. Cedette poi il locale a «Tomachén» e alla moglie Maria, suocera del popolare campione di pugilato Marcello Padovani. Anche in questa osteria tanti appassionati di bella musica e anolini da sballo cucinati dalla Maria.

In borgo del Carmine, famosa, era l'osteria dei Corrieri gestita da Peppino ed i suoi fratelli. Frequentatori abituali del locale giocatori di briscola e buongustai che potevano assaporare una straordinaria «fritura äd cunì». In strada Farini, anche se non era una vera e propria osteria ma ne assolveva degnamente i compiti, il Bar Commercio, il mercoledì e il sabato, era frequentato dai montanari che scendevano in città per il mercato settimanale portando i prodotti della loro terra: dai formaggi ai funghi. Non potevano certo mancare abbondanti bevute di vino robusto. In via Saffi regnava l'osteria Belina, un tempo gestita da Giuseppina e dal fratello Dado.

Sotto il bersò, in estate, gli avventori potevano gustare una spalla cotta calda da sogno, bere un bicchiere di quello buono e fare anche una partita a bocce. In via Cavallotti, la Sedia Elettrica, famosa per servire un vino talmente forte e duro da dare una forte scossa alle gambe dell'avventore il quale, una volta seduto, stentava ad alzarsi in piedi. In borgo Montassù l'osteria del Greco dove «bacco, tabacco e... Venere» non mancavano. Lì accanto la salumeria Baistrocchi all'angolo con vicolo Scutellari. In borgo Onorato era l'osteria Da Lino che teneva banco con i suoi panini a prova di bomba: salame piccante con gorgonzola calda. Nel sessantotto e negli anni '70 fu frequentata da studenti appartenenti ad organizzazioni di sinistra. L'osteria Leoncino, in via Ferdinando Maestri («bórogh d'al Gèss»), proprio dinanzi alle agitate e corazzate finestre della sede del Msi, ospitava prevalentemente studenti ed intellettuali di destra.

La gestivano i fratelli Sala, gran brave persone ed osti di razza di origini piacentine. In borgo Pipa era ubicata un'altra osteria all'ombra del campanile del monastero di San Giovanni, mentre, in borgo del Correggio, non si poteva non gustare, nell'osteria di Quinto Re, il suo singolare menù a base di: «bali äd tor», «rognón trifolè»,«buzéca». Tutta roba di prima qualità in quanto il locale era frequentato da numerosi estimatori di questi cibi: i «paradór e i tripär» del vicino Macello come «Gaväl» e soci. Nell'osteria di Angelo in strada Saffi, proprio davanti al negozio di abbigliamento-maglieria Pezzani, si mesceva una profumata malvasia piacentina che rinfrescava l'ugola dei numerosi coristi che la frequentavano. In strada Repubblica, dove ora sorge il ristorante Parizzi, molto famosa era l'osteria Libassi, soprannominata «al vagón» per via della disposizione allungata dei locali. In borgo delle Colonne, angolo con borgo della Pace, l'osteria Modugno, ora Rangón.

Un'altra osteria omonima, ossia un altro Rangón, era in borgo San Silvestro. Da Rangón, in borgo delle Colonne, riceve tutti i giorni, o quasi, il «sindaco» di borgo delle Colonne: il simpaticissimo e loquacissimo Graziano Bondani.

Contesini era a metà strada tra un'osteria ed una trattoria con locale in viale Duca Alessandro dove, sotto i tigli, funzionavano un paio di campi di bocce. Immancabili, oltre i piatti tipici parmigiani, le uova sode per chi voleva gustare, a tutte le ore, un buon bicchiere di bianco o rosso. Nell'osteria della Jole Cantoni, tra via Monte Corno e via Alessandria, meta dei facchini dell'attiguo scalo merci e dei ferrovieri, bicchieri di lambruscone dei «cantinoni» locali e di bianco veronese dei Fratelli Pasqua, accompagnavano cestini di «óv dur» e taglieri di salame «casalino».

Ad un tiro di schioppo dalla Jole, l'osteria di Medici con un delizioso lambrusco reggiano. In strada Nuova, frequentatissima, l'osteria Al Cavallo Bianco condotta da Estella Forlini, dal marito Guerrino Massari e dalla nipote Maria Angela. Un'osteria con annessa stalla, poiché Guerrino, commerciava in cavalli da tiro. Al Cavallo bianco si serviva il vino esclusivamente «in-t-al scudlén». Era quasi un rito notare tutti i clienti dell'osteria, in gran parte «barrocciai» o «cavallari», che, con il pollicione dentro alla «scudéla», ingurgitavano, dal tardo pomeriggio a notte inoltrata, fiumi di lambrusco intervallando la bevuta con partite a briscola ritmate da forti manate sui tavoli in legno sui quali, col gesso, venivano segnati i punti delle varie «mani» della briscola. E la domenica - estate ed inverno - i clienti potevano gustare, come in tante altre osterie parmigiane, il «sorbìr», ossia una tazza di brodo ristretto di manzo e gallina, bollente, con una nuvoletta di lambrusco: un elisir di lunga vita. Nel cortile dell'osteria si disputava il «gioco della rana» mentre, il martedì, era il giorno dedicato alla «buzéca».

Fra gli avventori del «Cavallo» c'era anche un personaggio che portava un largo cappello alla «cow-boy»: si trattava del simpaticissimo Giuseppe Chiari, classe 1903, l'ultimo «casonér äd Pärma». Arrivava con la sua bicicletta nel primo pomeriggio da borgo Nazario Sauro, dove abitava, e, quando a tarda sera lasciava l'osteria, la strada, era a tutta sua disposizione. Infatti, non esistevano più né la destra né la sinistra. Cantando a squarciagola, zigzagando in sella alla bici, se ne tornava a casa testimoniando inconsapevolmente l'ultima Parma autentica e gioiosa che sarebbe poi notevolmente cambiata negli anni.

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