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Freddo e umidità: chiusa un'altra casa per anziani

17 febbraio 2016, 06:03

Freddo e umidità: chiusa un'altra casa per anziani

PELLEGRINO

DAL NOSTRO INVIATO

Paolo M. Amadasi

Stanze da letto fredde, con ragnatele e bagni senza acqua calda, infiltrazioni di umidità dal soffitto, intonaco ammalorato in un corridoio, farmaci custoditi in un armadio non chiuso a chiave e stufe incandescenti prive di protezioni antiscottatura. La casa di accoglienza gestita dall'associazione «A casa mia», inaugurata appena il primo maggio scorso all'interno dell'ex albergo Gardenia, in località Pietra Spaccata, è stata chiusa.

La decisione è stata presa al termine di una ispezione condotta dai carabinieri dei Nucleo antisofisticazioni, alla quale hanno preso parte anche il servizio di Igiene pubblica e un geriatra dell'Ausl. Sul posto è stato chiamato anche il sindaco Emanuele Pedrazzi. Di fronte alle contestazioni mosse da carabinieri e azienda sanitaria, il sindaco ha ordinato la chiusura della casa di accoglienza «per criticità strutturali» e ne ha disposto lo sgombero. L'atto è stato emesso allo scopo di garantire l'incolumità e la sicurezza degli ospiti.

I tredici anziani che si trovavano nell'ex albergo sono stati costretti ad andarsene: una novantenne non autosufficiente è stata trasferita nella locale casa protetta «Pietro Corsini» con un'ambulanza della Pubblica assistenza di Pellegrino; altri hanno trovato sistemazione presso familiari nei paesi di provenienza (Fidenza, Salsomaggiore, Bedonia, Varsi, Borgotaro e addirittura località oltre il confine toscano). Fra chi non ha più parenti e chi li ha, ma presi da problemi di lavoro, l'operazione non è stata agevole e si è conclusa soltanto nel pomeriggio di ieri. Anche perché, all'inizio, alcuni anziani non volevano saperne di allontanarsi da quella che ritenevano ormai essere diventata la «loro» casa.

In paese girava voce che la chiusura fosse stata decisa per inagibilità del complesso, ma il sindaco ha assicurato che la struttura, risalente agli anni in cui Pellegrino rappresentava una allettante meta turistica, non ha problemi del genere. «L'ex albergo - ha sottolineato - è stato ristrutturato con ingenti risorse dalla società che ne ha acquisito la proprietà».

Ora, però, per poter tornare ad accogliere anziani, dovrà essere sottoposto a nuovi rilevanti lavori.

I carabinieri del Nas si sono presentati all'ex albergo Gardenia nella mattinata di lunedì. Appena entrati nel complesso, si sono qualificati alla presidente dell'associazione, Maria Chiara Devoti, che è anche responsabile di staff del sindaco, e hanno chiesto l'intervento dell'Azienda sanitaria. Giuseppina Frattini, direttrice del Distretto valli Taro e Ceno, ha spiegato di aver inviato a Pietra Spaccata la dottoressa Natalia Sodano del servizio di igiene pubblica, accompagnata da alcuni operatori, e il geriatra Giovanni Gelmini.

«Quest'ultimo - ha raccontato - ha avuto il compito di valutare le condizioni degli ospiti e il loro stato di salute. E' emerso che 11 erano autosufficienti o parzialmente autosufficienti, mentre 2 non erano autosufficienti. Nessuno presentava segnali di maltrattamento».

Al personale guidato dalla dottoressa Sodano è spettato il compito di accertare se le condizioni igienico sanitarie e di sicurezza dell'immobile potessero compromettere la salute e la sicurezza di chi vi soggiornava.

«Sono stati trovati ambienti molto freddi e non tutti i bagni delle camere erogavano acqua calda. Inoltre, non funzionava il sistema antincendio - ha spiegato la direttrice del Distretto - e c'erano infiltrazioni d'acqua alle pareti e dai soffitti. Sono emersi anche problemi nella cucina e la stufa non era protetta, per cui qualcuno avrebbe potuto scottarsi».

Al termine dell'ispezione, Nas e Asl hanno stilato un verbale congiunto nel quale si evidenziava l'inadeguatezza della struttura ad accogliere gli anziani, dei quali è stato disposto un «ricollocamento».

La dottoressa Frattini ha quindi aggiunto che, in base alla normativa, «la casa di accoglienza è una struttura di passaggio, non solo per anziani, nella quale le persone che hanno problemi abitativi sostano per periodi brevi».

LA PRESIDENTE: «PRONTI A FARE I LAVORI»

PELLEGRINO

D'estate il panorama deve essere incantevole. Ieri, le nuvole basse riducevano la visibilità a poche decine di metri. E una pioggerellina insistente impregnava abiti e animi. Il giorno dopo lo sgombero, l'ex albergo Gardenia era un andirivieni di familiari passati a ritirare indumenti e oggetti degli anziani costretti ad andarsene. La nipote di un'ospite non si trattiene. Nemmeno di fronte ai rimbrotti del marito: «Scriva che qui stavano benissimo. Da quando è qui, mia zia è migliorata. C'è qualcuno che vuole danneggiare la struttura».

Maria Chiara Devoti, 35 anni, presidente dell'associazione «A casa mia», accetta di aprire le porte del complesso alla Gazzetta e di illustrarne il funzionamento. Per presentarsi, sottolinea di possedere il secondo master Eunomia e il master ForsAm dell'Anci in pubblica amministrazione.

Attraverso l'ingresso-segreteria, un tempo reception dell'albergo Gardenia, si accede a un salone dominato da un camino acceso, con il focolare chiuso da un vetro. A lato, l'impianto di ventilazione forzata, di metallo, è esterno e accessibile. Il soffitto di uno dei corridoi che portano alle camere (una dozzina, tutte con il bagno privato) è scrostato: il colore è tutto sollevato. «Abbiamo riparato un'infiltrazione d'acqua dal piano superiore - giustifica la Devoti - ma l'imbianchino ha detto che per il ripristino dell'intonaco bisogna attendere che si asciughi bene». Sul retro, ci sono sacchetti di cemento e una carretta.

Le camerette, alcune singole, altre doppie («chi vive qui decide se condividere la stanza, o stare da solo»), sono rivestite di perline in legno. Il legno abbonda anche sulla facciata

La Devoti si siede al tavolo. Di fianco, una scacchiera usata dagli ospiti. «Noi - corregge - li chiamiamo abitanti. Gli anziani e i loro familiari sono soci di “A casa mia”, associazione senza fini di lucro ma non onlus, in quanto siamo ancora in attesa di riconoscimento. Chi sceglie la nostra struttura lo fa per esigenza di supporto abitativo o di compagnia. L'associazione si autosostiene: paga l'affitto per l'utilizzo dell'ex albergo e dà lavoro a sei dipendenti, la maggior parte dei quali assunti con contratto a tempo indeterminato. Qui, la sera, si mettono tutti intorno al camino a chiacchierare o a fare qualche partita a briscola o a scacchi. Partecipano anche alcuni volontari, specie familiari degli anziani».

Pur scossa per l'improvvisa chiusura, non nega le carenze evidenziate nell'ispezione. «Noi però - sottolinea - guardiamo avanti. Il nostro tecnico ha detto che in dieci giorni lavorativi tutto può andare a posto, in quanto non si tratta di un intervento particolarmente complesso. Il vero problema è dovuto ai passaggi burocratici: dovremo sentire i proprietari dell'immobile (una società con sede in centro Italia, ndr) e accordarci. Bisogna capire come reperire i fondi».

Oltre alle contestazioni sulle condizioni strutturali dell'immobile e sull'impiantistica (acqua fredda dai rubinetti, camere non adeguatamente riscaldate, impianto antincendio non funzionante), l'Ausl ha rilevato la presenza di due persone non autosufficienti. In base alla normativa, la struttura non dovrebbe accoglierne. «Negli ultimi tempi - afferma la presidente - le condizioni di una delle abitanti erano peggiorate e i familiari avevano chiesto la valutazione per ottenere l'assegno di accompagnamento. Una prima volta, il responso era stato negativo».

I Nas hanno rilevato inoltre la presenza di 13 ospiti, uno oltre il tetto massimo previsto dalla legge. «Gli abitanti della struttura sono 12 - sostiene la sua versione la Devoti -: l'altra persona è una donna che ci è stata temporaneamente affidata per un progetto di inserimento lavorativo». P.M.A.