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C'era una volta il Parco Ducale

22 febbraio 2016, 06:00

Lorenzo Sartorio

Al termine della stagione fredda, e più precisamente a fine di febbraio - inizi marzo ( non dimentichiamo la «fiera di San Giuseppe» con i suoi « baracconi» «de dla da l'acua»), i parchi cittadini ( che alla fine anni cinquanta- inizi anni sessanta erano solo due: Cittadella e il Parco Ducale), si rianimavano di ragazzi, nonni, genitori, specie alla domenica. Nel vialone principale che conduce al laghetto, all'ombra dei secolari ippocastani, stazionava, parcheggiata sul lato sinistro, la scuderia di macchinine a pedali alle quali si aggiunsero, dopo qualche anno, anche i «grilli» sempre a pedali. Le macchinine a pedali erano una sorta di siluri di latta a forma di suppostone, solitamente di colore rosso. Non appena il papà o la mamma pagavano il pedaggio, il bimbo poteva balzare su quel bolide e, azionando i pedali, partiva cigolando lungo le piste della spensieratezza e della gioia. Non era raro che alcuni «bolidi» entrassero i collisione, ma tutto finiva in un innocuo groviglio subito dipanato dai genitori o dal custode delle macchinine. Le auto a batteria, invece, erano molto ambite anche se in numero più ridotto rispetto a quelle a pedali. Avevano una strana forma bombata tipo «scodellona da latte» ed anch'esse erano prevalentemente rosse: il colore della sfida. Silenziose e piuttosto pesanti, ospitavano a bordo ragazzini un po' grandicelli i quali, non appena entrati nell'abitacolo, pigiavano sull'acceleratore che consentiva all'automobilina di partire dolcemente specchiandoci nelle acque ferme e limacciose del laghetto. Per i più romantici, specie per le bimbe (un tempo molto meno scatenate delle attuali in quanto non avevano ancora respirato aria di parità con i maschietti), non poteva mancare un giretto a bordo di un calesse trainato da un asinino riccamente bardato ed i cui campanelli si udivano a distanza. Per i «moròz», invece, la domenica pomeriggio poteva prevedere un romantico giro in barca nel laghetto, meta l'isolotto impreziosito dalla fontana del «Trianon». I più piccini erano invece attratti dal venditore di palloncini. Magro, con una faccia lunga, barba di un paio di giorni, maglietta a righe, sordomuto, si posizionava negli angoli più strategici del centro cittadino durante i giorni feriali, mentre alla domenica e nei festivi non mancava mai in Giardino Pubblico piazzandosi solitamente all'inizio del vialone. Era l'ossessione dei genitori e la delizia dei bambini di allora unitamente a «Belluno», il gelataio ambulante e a suo cognato Cero che, d'estate, vendeva pure lui i gelati, mentre nella stagione autunnale dispensava ceci caldi e pattona. Il «venditore di palloncini» era attorniato da decine di eteree palle multicolori che ondeggiavano all'aria legate da un sottilissimo filo di cotone che teneva fissato al braccio. Oltre che con «palloncini», l'uomo attirava l'attenzione dei piccoli con altre «sirene» tipo: armoniche a bocca, macchinine di latta, girandole che roteavano come pale di mulini a vento, bamboline, fischietti, tubicini multicolore ricolmi di acqua e sapone per fare le bolle, animaletti in lenci e in legno. Il Parco Ducale, per qualche anno, fu pure teatro, in primavera, della «festa del grillo canterino» organizzata da uno dei fratelli Musi, grossisti della Ghiaia ed importatori di banane. Gli animatori della festa facevamo incetta nelle varie osterie (ed un tempo Parma ne vantava un bel numero) di tappi di sughero che venivano accuratamente lavorati al punto di ricavarne strane gabbiette. Il tappo veniva scavato al suo interno e, l'abitacolo ricavato, era delimitato da tanti spillini come una gabbietta dentro la al quale venivano messi i grilli. «Le gabbiette di sughero - ricorda Gigét Mistrali - venivano poi distribuite ai bambini. Venivano anche installati gli alberi della cuccagna in mezzo al laghetto la cui conquista gratificava il vincitore con qualche munizione da bocca». Concludeva degnamente la trionfale giornata festiva al Parco Ducale un etereo batuffolo di zucchero filato nel quale i bimbi immergevano persino gli orecchi, oppure un gelato dei due ambulanti che, dai loro carrettini a forma di nave, raspavano nei contenitori, con l'apposito aggeggio, un paio di gusti (panna e cioccolata) che deponevano con cura su croccanti coni. Terminata la giornata, il sole faceva capolino dietro le Torri dei Paolotti. L'esercito dei piccoli faceva chiassosamente ritorno a casa, le automobiline venivano nuovamente parcheggiate ai bordi dei viali, l'uomo dei palloncini, immerso in una nube multicolore si incamminava, quasi volando, sul Ponte Verdi, mentre non era raro intravedere, incastrati ai rami, alcuni palloncini colorati sfuggiti alla presa. Gli altri, invece, ondeggiavano alla brezza della Parma che portava lontano gli echi e i sogni della spensierata giornata di festa.

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