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Ubaldi, una città in testa: ecco il libro di Zurlini

06 marzo 2016, 06:00

Era il nome di un partigiano. Ora è quello di un sindaco. Anzi, del Sindaco, o almeno di qualcuno che ne ha incarnato un prototipo. Elvio Ubaldi: ancora queste lettere non campeggiano sulla targa di una strada o di una piazza, ma ora compaiono sulla copertina di «Elvio Ubaldi, una città in testa» (Edicta edizioni). L'autore è Gian Luca Zurlini, redattore di lungo corso della «Gazzetta di Parma»: uno specialista delle cronache di amministrativa che Ubaldi lo ha conosciuto bene, seguendolo giorno dopo giorno nel suo cammino di primo cittadino, ma anche di consigliere comunale di opposizione. Era tempo che quel nome, che ha riempito fogli e fogli di giornale, trovasse un approdo più sicuro nelle pagine di un libro. Il volume sarà presentato al pubblico sabato prossimo, 12 marzo, alle 9,30 di mattina nella sala Aurea della Camera di commercio.

Che cosa c'è alla base di questo lavoro?

«Il libro, che comprende anche numerose testimonianze dirette di alcuni dei suoi collaboratori più stretti, è molto focalizzato sui nove anni di Ubaldi come primo cittadino di Parma, ma in realtà è il racconto dell'avventura di un politico anomalo, che per 35 anni consecutivi ha seduto in consiglio comunale. Non si tratta di una biografia, ma del resoconto di un'esistenza dedicata alla politica: vita privata e vita pubblica sono nettamente separate».

Anomalo perché?

«Perché ha sempre privilegiato l'interesse per la città rispetto ad altre ambizioni. Tra un seggio in Parlamento e la poltrona di sindaco, non ho dubbi: avrebbe sempre scelto la seconda».

E tra il ruolo di premier e quello di primo cittadino?

«Il capo del Governo gli sarebbe piaciuto farlo, se gli fossero stati dati gli stessi poteri che aveva da sindaco».

Un decisionista.

«Senza dubbio. Era un sindaco che cambiava le giunte da un giorno all'altro. Ma anche uno che sapeva ascoltare, prima di compiere le proprie scelte».

Un uomo infaticabile, nonostante i problemi di salute.

«Non era troppo mattiniero. Difficilmente si presentava in Municipio prima delle 9 e mezza. Ma alla sera non si sapeva mai quando sarebbe uscito dal municipio. Spesso, le sue riunioni proseguivano fuori. Fino a quando resistevano i collaboratori: lui era sempre l'ultimo ad alzare bandiera bianca».

Un episodio in particolare che racconti la sua passione?

«Accadde durante il suo secondo mandato. Ubaldi subì un delicato intervento al cuore e fu ricoverato per diversi giorni in Terapia intensiva a Milano. Lo dimisero con la raccomandazione che stesse calmo e a riposo per almeno un mese. Pochi giorni dopo, era in Piazza, sul palco per il 25 Aprile, con la forza di sempre. Era il momento più importante dell'anno, per lui. Non poteva mancare. Chi non sapeva della sua situazione di salute non s'accorse di nulla. Gli altri erano pronti a soccorrerlo».

Il 25 Aprile: una data fondamentale per il nipote di un partigiano morto durante la guerra...

«E' così. Lui portava il nome di quello zio morto partigiano. Era cresciuto a pane e politica. Il padre, segretario della Dc, teneva le riunioni di partito in casa a Vigatto. E lui, negli anni '70, era già segretario regionale dei giovani democristiani».

Il suo ingresso in consiglio comunale?

«Nel 1979, quando era sindaco Cremonini, al posto di un consigliere dimissionario. La legislatura seguente, era già capogruppo dei Dc in consiglio».

Il suo rapporto con i comunisti, che per decenni ebbero il potere assoluto a Parma?

«Lui, democristiano di sinistra, criticava il loro immobilismo. E nell'85, fu grazie a lui che Parma ebbe per la prima volta la possibilità di varare una giunta senza il Pci. Divenne il vice del sindaco socialista Lauro Grossi. Fino ad allora, era stato suo oppositore, ma la stima era sempre stata reciproca. Fu in quegli anni che si inaugurò un pezzo di tangenziale Sud e si raddoppiò il Palasport».

«Una città in testa». Perchè?

«Tutte le cose che faceva erano parte di un progetto. In questo libro ho cercato di mettere in luce la sua personalità politica, le prospettive che aveva in mente. Possono piacere o meno, ma facevano parte di una visione d'insieme».

Largo spazio è dato alla nascita di Civiltà Parmigiana.

«Crollato il Muro, eravamo in mezzo alla tempesta di Mani pulite: Ubaldi non trovava più riferimenti nella politica nazionale. Così, tra il 1993 e il 1994, con un gruppo di amici fondò “Civiltà parmigiana per l'Europa”. Una formazione civica di centro. Berlusconi, che era appena sceso in campo, non lo digeriva. E la Lega Nord per lui non è mai esistita...»

Ma Forza Italia lo appoggiò quando divenne sindaco.

«Ma da alleata, come i centristi del Ccd. Civiltà Parmigiana era un soggetto a sé. E non volle mai neppure allearsi con An, troppo di destra per le sue convinzioni».

E, una volta al potere, diede vita a «Parma città cantiere».

«Molto del libro è dedicato a quei nove anni. La città cambiò. Tanto per citare qualche aspetto, la tangenziale, che prima era intervallata da diversi semafori, divenne una vera e propria tangenziale; Parma ottenne l'Efsa; l'illuminazione fu rifatta. Si arrivò a progettare la metropolitana. Si può essere o meno d'accordo, ma fu una svolta dall'immobilismo di prima. Ubaldi voleva che Parma fosse ambiziosa».

Sbagliò anche dei calcoli, no?

«Credette di poter “manovrare” in qualche modo Vignali, che fece eleggere sindaco con il sostegno della lista “Parma per Ubaldi”, mettendo il suo nome in campo e ricevendo il record assoluto di quasi 10 mila preferenze come consigliere comunale Non fu così. Molti amici si dimostrarono non veri amici, abbandonandolo. Nonostante questo, anche lui fece le spese degli errori che non erano suoi. Fino all'ultimo sperò di avere un terzo mandato, per riscattare fino in fondo il proprio nome».

Parma cambiò nei suoi 9 anni. E la sua vita privata?

«Viaggiava con un'auto in comodato d'uso, che riscattò dopo un po' di anni. Viveva in un appartamento di via Montanara, quando fu eletto. E abitava ancora nella stessa casa, alla scadenza del suo secondo mandato. Questo dice tutto sulla sua integrità».r.c.