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La Parma che vorrei

Mario Biondi: «Più luoghi per fare musica»

19 marzo 2016, 06:00

Mario Biondi: «Più luoghi per fare musica»

di Mara Pedrabissi

La Parma che vorrei declinata da Mario Biondi, «il Barry White della musica italiana», come veniva etichettato all'esplodere della notorietà. Ora, a 45 anni appena scoccati, è semplicemente Mario Biondi, senza bisogno di un secondo termine di paragone. E' la fama, bellezza.

Non è sempre stato così e non ne fa mistero. Ci sono stati gli anni duri della gavetta e i momenti in cui il coraggio e la voglia di sfondare andavano a braccetto con l'incertezza e la nostalgia canaglia per un ragazzo solo, all'inseguimento di un sogno nella Parma «bomboniera perfetta» degli anni Novanta. «A me, che venivo dalla Sicilia, terra difficile sotto il profilo della legalità, l'Emilia Romagna sembrava un posto sopra le parti, una sorta di Svezia o Danimarca d'Italia. Siamo caduti tutti dal seggiolone nel momento in cui ci hanno travolto i problemi che sono problemi universali quando c'è di mezzo troppo denaro o troppo potere concentrato in alcune persone che si lasciano prendere la mano. Credo che il ruolo di controllo da parte della società civile sia fondamentale».

Parma e l'Emilia Romagna ereditate nella mappa genetica, dal nonno prima e dal papà poi, insieme alla passione per l'arte della musa Euterpe. Biondi è il cognome d'arte che Mario (al secolo Ranno) ha scelto per solcare i mari della musica in ideale continuità con il papà Giuseppe, che non c'è più ma continua a sorridere dalle copertine vintage di due cd incisi negli anni Settanta come Stefano Biondi. Mario li tiene lì, nella libreria dello studio, accanto ai propri cd, tra cimeli e trofei di una carriera internazionale. Il “buen retiro” è una villa antica nell'immediata campagna fuori Parma, a due passi dalla città eppure remota, ampia porzione di una corte restaurata, dove si respira un odore di buono, di paese. E' lì che Mario ci riceve, in una pausa del lavoro, prima di andare a prendere all'uscita da scuola due dei sette figli. E' subito profumo di caffé, grazie alla moka gentile di mamma Stella, signora accogliente e garbata.

Siamo alla vigilia del «Beyond Tour» europeo, al via da Atene, con tappe a Stettino (Polonia), due date a Belgrado, poi Londra e Vilnius in Lituania. Un giorno di sosta e comincia il tour italiano, un puzzle di teatri su e giù per il Belpaese, fino al 15 aprile. «Impegnativo? Sì, parecchio - sorride lui - E poi si sta sempre meglio a casa. Ma penso valga per qualsiasi professione. E il mio è un lavoro, con precise responsabilità, la necessità di investire e innovare. Ci sono tante persone che si muovono con me, intorno a me. Di media un'ottantina, arrivo fino a 150. Mario Biondi, in fondo, è un'azienda».

Partiamo dall'inizio. Com'è arrivato qui?

«E' una storia un po' strana. Il nonno fu il primo a venire al Nord, aveva lo spirito dell'imprenditore e qui c'erano le opportunità. Negli anni Sessanta aprì uno dei bar più grandi di Reggio Emilia, con gelateria, pianoforte, i cinque fratelli di mio padre che ci lavoravano. Papà stava un po' defilato, aveva altri interessi. Arrivò a Reggio con me e la mamma, nel 1976, portato dal suo lavoro, nel campo dell'abbigliamento. Collaborava con importanti aziende. Per lui poi, amante della musica, la vicinanza con Milano era importante, gli permetteva di coltivare un sogno. Restammo fino al 1982, quindi tornammo a Catania. Giù ho frequentato le scuole medie e superiori. Ho preso il diploma di odontotecnico (ride, ndr), avevo comunque a che fare con la bocca. Di tanto in tanto tornavo su, a trovare gli zii. Una sera presi la decisione: trasferirmi a Reggio. Mi feci accompagnare da Dario, un amico, in stazione: avevo in tasca 100mila lire, guadagnate poco prima con un concerto. Spesi 85mila lire per il viaggio, mi rimasero in tasca 15mila lire e da allora vivo con quelle 15mila lire... Incredibile, eh?».

Beh, nel frattempo si sono moltiplicate...

«Ho lavorato tanto. Facevo serate ovunque a quei tempi. Macinavo chilometri in tutta Europa. Ogni due anni buttavo via le macchine, sfruttatissime»

Il passaggio a Parma come è avvenuto?

«A Reggio avevo preso a cantare in un american bar, il Tutankhamon; facevo serate da solo, in duo, in trio, come capitava. Un giorno mi dicono che a Parma c'è un bravo pianista che lavora parecchio, Vito Castelmezzano, e che forse ha bisogno di un cantante. Lo chiamo e attacco con lui... quante serate al Nabila, locale che adesso non c'è più. Era il 1994-'95, da allora mi sono stabilito qui»

Le sarà sembrata bellissima Parma, anche perché quando si è ragazzi tutto ha una speciale luce...

«A dire il vero, no. E' stato difficile staccarmi da Catania dove avevo tutte le amicizie, quelle importanti che stringi tra i 10 e i 20 anni. E poi mi mancava il supporto della mia famiglia; mio padre era un uomo stimato e rispettato, mia madre una donna intelligente e affettuosa. Sentii molto anche il differente temperamento della gente. Catania, pur avendo una dimensione metropolitana, è accogliente. Qui, ricordo, i primi contatti non furono dei migliori per me che incarnavo la condizione svantaggiosa dell'immigrato con la valigia di cartone. Per scelta, ma pur sempre immigrato»

Cosa ricorda, in particolare?

«Piccoli particolari, cose futili ma che a quell'epoca mi ferirono. Una sera, al Nabila, chiesi una sigaretta a una ragazza; lei mi guardò stizzita e me la allungò come fosse un'elemosina. Ci rimasi male. Ero abituato al Sud, dove se per strada ti capita di chiedere una sigaretta, scatta quasi una gara, sembra che sia tu a fare il favore all'altra persona perché la metti nella condizione di usarti una cortesia. Insomma i primi tempi sono stati difficili. Ma mi dicevo che dovevo andare avanti e ho resistito. Quando è nato il mio primo figlio, Marzio, la scelta è diventata definitiva. Sa che proprio in questi giorni ha compiuto 19 anni?»

Ha scelto questa casa a Parma, con uno sguardo aperto sulla campagna ma all'interno di una corte, con altre famiglie. Perché? Lei è una star, potrebbe stare più isolato...

«Mi piace molto avere dei vicini, per inciso sono persone squisite. Qui vivo e lavoro. E' una casa studio; con i miei collaboratori, musicisti di Parma, abbiamo realizzato gli ultimi progetti, tra cui l'album Beyond Special Edition. Questo è un luogo che ha un silenzio speciale, trovo una bella concentrazione»

Come vorrebbe Parma oggi?

«L'unica cosa che mi sento di dire è che la vorrei più aperta alla socializzazione. Parma è una città “sociale”, ci sono studenti, gruppi di aggregazione. Però talvolta la trovo un po' troppo a gruppi in cui è difficile entrare. Ripeto, forse perché arrivo dal Sud. A Catania andavo in giro con 5mila lire in tasca e trovavo regolarmente qualcuno che si apriva a me e a cui potevo aprirmi. Quando torno, a distanza di 25 anni, e mi capita di passeggiare in centro, mi imbatto sempre in qualcuno che ha fatto parte di un incontro, con cui ho condiviso discorsi, alti e filosofici o di banale quotidianità. Questa è una cosa che mi è mancata»

E dal suo punto di vista, di uomo che vive il mondo e di imprenditore, cosa può fare ora Parma per risollevarsi dalle difficoltà degli ultimi anni?

«Non ho dubbi, Parma ce la farà, ce la sta già facendo. E' una città forte, bella, ricca. Ricca non solo di denaro ma di spirito. E non dimentichiamo i grandi imprenditori di qui, persone che hanno saputo creare imperi. Parma è il centro mondiale della buona cucina con i suoi prodotti tipici, l'idea stessa di buon vivere innata nei parmigiani».

Le hanno mai chiesto di fare politica?

«No, e credo che non lo faranno mai, non credo di essere la persona adatta. Sono un sognatore, un naif. Per far politica servono persone convinte. Mi capita di incontrarne spesso, andando in giro: sono persone che parlano come se avessero il mondo in mano... Io a volte non sono convinto neanche delle scarpe che ho ai piedi. Credo di sbagliare molto spesso»

Non è il dubbio che rende creativi?

«Non lo so, sono come sono e mi accetto per come sono. Meglio, ho imparato a accettarmi. Ma mi metto sempre in discussione»

Forse, ora un po' meno...

«No, mi succede spesso. Quando canto, sono in studio di registrazione, mi confronto con i miei collaboratori, vedo i miei difetti. Mi metto in discussione anche nella relazione con i miei affetti più cari, i miei figli. Mi interrogo sempre: Starò facendo la cosa giusta?, mi domando»

Parma è la capitale della musica. Abbiamo il Teatro Regio, dove per inciso lei registra il tutto esaurito. Cosa si può fare di più in questo ambito?

«Sicuramente creare dei centri di aggregazione. Immagino una zona “free” dove chi ha la passione possa trovare occasioni per vivere la musica in maniera più easy, più facile, più fruibile. Luoghi dove si possa andare a prendere un caffè e trovare della buona musica. Ovviamente con il rispetto e la cura che la musica richiede».