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Il vero suono di Verdi

10 aprile 2016, 07:00

Il vero suono di Verdi

Giuseppe Martini

«E per parte mia dichiaro che mai, mai, mai nissuno ha mai potuto e saputo trarre tutti gli effetti da me ideati... nissuno!! mai mai... né Cantanti né Maestri!!».

Forse nel frattempo qualcosa è successo in meglio da quando Verdi, forse esagerando, scriveva questa frasona (era il 1875), ma quell'affermazione sugli effetti espressivi nascosti nelle sue partiture dà sempre a che pensare: non sarà che abbiamo perso qualcosa per strada dai suoi tempi, qualcosa che riguarda un modo di suonare che aveva ben presente quando pensava la propria musica? È da dubbi come questo che si è formata l'idea del «Laboratorio suono verdiano», promosso da Fondazione Teatro Regio e Fondazione Arturo Toscanini, un corso rivolto ad esplorare il modo di suonare all'epoca di Verdi e a formare strumentisti specializzati nella prassi esecutiva ottocentesca non solo italiana.

Il concetto va preso nell'accezione più ampia: non solo formazione tecnica ma rivolta a una presa di coscienza completa, che non ignora anche l'aspetto storico e culturale, del modo di concepire il suono e la sua esecuzione da parte di Verdi. Avendo a che fare con l'operista più rappresentato al mondo, il Laboratorio si presenta oltretutto come l'idea più caratterizzante possibile per un Festival che si intitola a Verdi, nel quale troverà naturale sbocco.

E del resto la creazione di una compagine perspicua alla natura del Festival non è un risvolto secondario per un corso promosso all'interno degli interventi di alta formazione nella produzione artistica dello spettacolo cofinanziati dalla Regione Emilia-Romagna con risorse del Fondo Sociale Europeo, che ha trovato larghi appoggi fra realtà territoriali legate al mondo verdiano (Comuni di Parma e Busseto, Istituto nazionale di studi verdiani, Cirpem – Centro internazionale di ricerca sui periodici musicali e Università di Parma).

Docente principale del Laboratorio, diplomato in violino barocco alla Civica Scuola di Musica di Milano, docente di Musica d'insieme al Conservatorio di Alessandria, Maurizio Cadossi frequenta da tempo il mondo della prassi esecutiva d'epoca, specialmente nel repertorio cameristico settecentesco e primo ottocentesco. In quel settore la scorta sono soprattutto i trattati e le testimonianze indirette. Per Verdi la faccenda è un po' diversa.

Seduti a un tavolino del Caffè del Teatro Regio, prima di finire dentro qualche trattato, provo a chiedergli senza giri di parole cosa intende per suono verdiano.

«Verdi è parola e gesto drammatico, perciò i suoni delle sue partiture rispecchiano questo tipo di teatralità. Non è tanto una faccenda di strumenti. All'epoca di Verdi in Italia convivevano violini di struttura tardobarocca con quelli moderni, gli archi erano pressoché simili ai moderni, qualche differenza si giocava rispetto ad oggi sulla forma del ponticello e sulla montatura delle corde. Il grosso della differenza sta nella prassi, nel modo di suonare. Era diversa l'intensità del suono, minore la densità, più articolato il fraseggio, più omogenea l'emissione del vibrato e meno frequente il suo utilizzo».

Il che non sarà una caratteristica tanto di Verdi, quanto del suo tempo.

«Certo, il contesto storico è fondamentale: il repertorio che si studierà al Laboratorio si estende da Alessandro Rolla agli autori italiani dell'epoca di Verdi, considerando che il repertorio didattico italiano per archi di quel periodo è ricchissimo».

Stiamo parlando solo di archi?

«In questa prima fase sì. Le iscrizioni al Laboratorio sono aperte per ventiquattro posti, stiamo cercando 14 violinisti, 4 violisti, 4 violoncellisti e 2 contrabbassisti desiderosi di esplorare. L'anno prossimo auspicabilmente apriremo i corsi anche ai fiati. Si tratta di incontri cadenzati per preparare dapprima singole sezioni d'archi con lezioni tecniche, poi ci sarà una fase d'insieme con tutte le sezioni, e una parte, la più sostanziosa, di esercitazione orchestrale indirizzata all'esecuzione. In tutto trecento ore, da maggio a novembre 2016».

A chi si rivolge il Laboratorio? Voglio dire, qualcuno potrebbe pensare a un vero e proprio master per strumentisti esperti…

«No: lo scopo è duplice, da un lato allestire una compagine filologicamente specializzata, dall'altro quello di offrire, in prospettiva, opportunità di occupazione. Ci rivolgiamo perciò sia ai neodiplomati, sia a strumentisti che aspirano a riqualificarsi o che sono interessati ad ampliare il proprio bagaglio tecnico o curiosi di aprirsi a un nuovo punto di vista storico sul proprio strumento. Dato che le lezioni si svolgeranno alla Fondazione Toscanini e al Teatro Regio, l'opportunità è anche di entrare nel cuore di due istituzioni musicali professionali del territorio».

C'è una differenza fra la filologia applicata a Bach e Mozart e quella applicata a Verdi: e cioè che Verdi ha i suoi sacerdoti integralisti, custodi di un modo di eseguirlo. Temete di traumatizzarli?

«A dire il vero con questa operazione non puntiamo a stravolgere le partiture, né a rivoluzionare alcunché, ma a fare prima di tutto un laboratorio. Il che significa sperimentare. Significa integrare l'esplorazione storica a ciò che già si conosce e si fa. Significa provare a sentire quel che si sentiva allora, e capire cosa può esserci di ancora valido per oggi. Poi si può correggere il tiro, senza una cieca volontà di tornare a situazioni incompatibili con l'ascolto moderno».

E al termine del corso?

«L'impegno è di eseguire tanto per cominciare qualche concerto all'interno del Festival Verdi. E per il 2017 si pensa di allestire finalmente un'orchestra completa, filologicamente preparata, e orientata a esecuzioni operistiche».

Ma come suona il Verdi in prassi d'epoca? L'impatto non potrà non essere innovativo.

«Lo vedremo, probabilmente sarà così, ma presto il risultato diventa coerente con la vocalità e la drammaturgia verdiana. Quando mi è capitato di suonare Verdi con il violino incordato in budello, le difficoltà tecniche erano incomparabilmente aumentate, ma l'effetto sonoro è stato di una bellezza commovente: il suono ha pastosità, morbidezza e penetrazioni molto diverse rispetto a quelle moderne. Ma non si può spiegarlo, per capirlo va assolutamente ascoltato».

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