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Intervista

Leo Nucci: «Compleanno nel segno di Verdi»

16 aprile 2016, 07:00

Leo Nucci: «Compleanno nel segno di Verdi»

Vittorio Testa

«Giorno non vidi mai sì fiero e bello»: la frase d'esordio del Macbeth tante volte interpretato riassume la felicità e l'orgoglio di Leo Nucci, baritono di stupefacente longevità, fenomeno vocale e interpretativo gioiosamente condannato ai bis, che oggi, giorno del settantaquattresimo compleanno, festeggia l'assegnazione del «Verdi d'oro Città di Busseto», il premio verdiano per eccellenza che gli verrà conferito il 3 luglio nel corso del concerto in memoria di Bergonzi, primo «Verdi d'oro» nel 1972.

«E' un onore che mi riempie di gioia e di gratitudine: dedico questo riconoscimento al grande Carlo, straordinario maestro di vita e di palcoscenico, di dedizione, di intelligenza artistica, di rigore. Da lui e da Alfredo Kraus, altro esempio di maestria vocale e morale, ho imparato la disciplina ferrea, la fedeltà e il rispetto del compositore, il dovere e il sacrificio», dice Nucci con la voce tremula d'emozione.

Una carriera scintillante, la sua, costruita con la tenacia e la tempra di uomo autentico, capace di superare mille difficoltà, a cominciare dall'umiltà dei natali, Castiglion de'Pepoli, appennino bolognese, ragazzo dedito all'ottavino nella banda del paese che scopre d'avere una bella voce, le prime lezioni di canto mentre cresce e diventa operaio alla Fiat di Bologna. Il primo ingaggio, una particina in «Adriana Lecouvreur», sei rappresentazioni al Comunale felsineo: «Mi dicono che il compenso è di ottantamila lire. Io ne guadagnavo sessanta al mese. Bel colpo, penso. Salgo felice in macchina, fermo a un semaforo rosso guardo il contratto: sono ottantamila lire a sera! Sbalordito, mollo la frizione e tampono l'auto davanti».

Poi lo studio, la dedizione totale al canto. Nel 1967 vince il concorso a Spoleto, l'entusiasmo, poi la crisi: «Smetto, progetto d'emigrare in Australia, mi trasferisco a Roma, ma devo campare e la sirena canora c'è sempre. Una mattina leggo gli annunci sul Messaggero: al ristorante Meo Patacca cercano un cantante che allieti la clientela, mi presento al gestore, un americano. “Sai fare la cavatina del Barbiere?”. Ci mancherebbe! dico. E lì ogni sera son “Figaro qua Figaro là” cinque, sei, sette volte». Poi il matrimonio e l'ingresso nel coro della Scala: «Dove incontro altre due persone alle quali devo moltissimo: Romano Gandolfi e il sovrintendente Paolo Grassi. Mi spronano a studiare da solista, mi concedono permessi, nel '73 l'esordio: Rigoletto a Legnago, al teatro Salieri. Gilda è mia moglie, Adriana Anelli, in felice attesa, come si dice, di sei mesi. Coro della Verdi di Parma, tra i tenori il Pavarotti padre di Luciano». Il primo successo con il Gobbo, mai come per Nucci portafortuna: «L'ho interpretato 523 volte, recite ufficiali, con prove e concerti arriviamo al migliaio». La cinquecentoventitreesima «Vendetta tremenda vendetta», il mese scorso, accende d'entusiasmo la platea della Scala: ed è giocoforza, dopo dieci minuti di ininterrotte ovazioni, concedere il bis anche nel tempio in cui vige il divieto, rotto soltanto in precedenza dal bis del “Va pensiero” nell'86 per l'esordio di Riccardo Muti alla direzione musicale.

Potrebbe mai essere altro che un lungo cammino di successi, quello intrapreso con la forza d'animo e la capacità artistica di questo baritono dallo squillo tenorile e uomo dalla saldezza di una roccia? E infatti eccolo mietere applausi in tutti i più grandi teatri del mondo, Scala, Metropolitan, Vienna, Londra, Barcellona, Buenos Aires, Madrid, Zurigo: e Parma, che gli conferisce la cittadinanza onoraria. Settantaquattro anni, oggi. Giorno in cui l'anagrafe si rivela un conteggio bugiardo, per Leo Nucci la cui voce ha mantenuto intatta la luminosità dello squillo, acquisendo timbri e sfumature ancor più affascinanti, come se tutta la sua esemplare vita, umana e artistica, così intensa e generosa, si sia negli anni tramutata in forza espressiva e raffinata capacità di cogliere l'essenza più autentica dei personaggi. Buon compleanno, dunque, Leo Nucci maestro di canto e di arte, longevo ramingo deliziatore di platee, prenotato dai teatri più prestigiosi fin per il 2018, e verdiano nel profondo del cuore: «Ora sarò Miller a Madrid, poi un concerto a Felino, quindi a Valencia per una festa tutta verdiana, poi Las Palmas e dopo eccomi Simon Boccanegra alla Scala». Verdi, soprattutto Verdi: «Da anni ho deciso di dedicarmi solo al grande Peppino delle Roncole. Per rispetto alla sua unicità, per poter penetrare, per quanto possibile, nell'intimo delle sue geniali creazioni, capire le sue indicazioni, il senso del suo canto che è sì un dover cantare ma soprattutto interpretare, scolpire i caratteri, la parola scenica, l'anima del personaggio e della trama». Viva Verdi, dunque, e viva questo intramontabile Verdi d'oro Città di Busseto.

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