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Alpinismo

Gasherbrum II, l'ottomila parmigiano

30 aprile 2016, 07:00

Leonardo Sozzi

E' una storia di montagna e di amicizia. Tre ragazzi, legati da una corda «vera» - quella che si annoda all'imbrago - e una impalpabile che, come un cordone ombelicale, li ha portati per tanti anni a vivere ogni frazione del tempo libero insieme, attaccati a una placca di roccia ad arrampicare o con piccozza e ramponi su una parete ghiacciata. Già, la montagna. Quella passione che - è l'estate del 1985 - li spinge a «tentare la follia»: lasciare le pareti «di casa», le valli alpine, per l'Himalaya. Catapultati nell'olimpo dell'alpinismo mondiale, là dove l'aria è rarefatta, a cercare di conquistare un ottomila. Il primo (e per ora unico) «Ottomila parmigiano». E' la storica spedizione al Gasherbrum II (8.035 metri) del Cai Parma, che l'11 luglio del 1985 portò in vetta Gabriel «Bubi» Ubaldini Slonina, psichiatra marchigiano ma parmigiano d'adozione, insieme allo sherpa Muhammad Ali e, nello stesso giorno, a Goretta e Renato Casarotto. Con Ubaldini, quell'estate di trentun anni fa, in Himalaya c'erano gli altri due parmigiani della spedizione: Enrico Mutti e Valerio Bruschi. Loro dovettero rinunciare alla vetta per problemi di salute, ma vissero in pieno quella avventura unica. Oggi, di questo trio inseparabile - Ubaldini, Mutti (a cui è dedicata la scuola di scialpinismo del Cai di Parma) e Bruschi - rimane solo quest'ultimo.

Bruschi: il testimone
Alpinista di pianura, classe '56 («Sono nato a Piacenza, a 50 metri dal Po», svela), è un uomo schivo, di una riservatezza quasi fastidiosa. C'è voluto un incontro a sorpresa - organizzato dalla moglie Laura in combutta con l'amico alpinista Beppe Foscili - per farlo sedere attorno al tavolo della sua casa di Varone di Pellegrino e farsi raccontare, strappandogli dalla bocca e dal cuore i ricordi di quella spedizione, quella storia di alpinismo e amicizia. La vita di Valerio Bruschi si è intrecciata con quella dei maggiori alpinisti italiani e internazionali degli anni Settanta e Ottanta: da Renato Casarotto a Gian Carlo Grassi, da Jean-Mark Boivin a Wojtek Kurtyka, tanto per citarne alcuni. «Nessun merito», dice subito, «solo perché ero lì, in quel momento». Dopo la maturità, la montagna per caso. «Con gli amici siamo andati a fare un giro sulle Dolomiti e mi sono trovato a salire la prima torre del Sella slegato». Poi la frequentazione con gli alpinisti più attivi dalla fine degli anni Settanta, come detto, in particolare i piemontesi («Taciturni, magari scorbutici, ma tosti»). In quegli anni nasceva l'arrampicata su ghiaccio. Bruschi partecipa al primo meeting di cascate di ghiaccio in Val Daone. Roba per pochi appassionati. Con loro anche Mauro Corona, oggi scrittore da milioni di copie. «Ci ho dormito cinque giorni in tenda con lui. E forse ci saremo detti 5 parole in tutto...», racconta divertito. «A metà degli anni Ottanta credevamo di essere dei bravi alpinisti - spiega ancora - ma eravamo nel nostro piccolo mondo. Poi abbiamo avuto modo di incontrare i "veri'' grandi alpinisti. E questo ha rovesciato un po' la prospettiva con cui guardavamo l'andare in montagna. Le persone che ho conosciuto vivevano, e morivano, in montagna per 365 giorni all'anno. Noi di pianura, che avevamo un lavoro, ci andavamo il fine settimana. Nessuno di noi ha avuto il coraggio, la spinta, forse le capacità, di fare il salto e dedicare tutta la vita alla montagna. Io, Enrico e Bubi abbiamo cercato di frequentarli il più possibile, gli alpinisti di allora, di far tesoro di quelle esperienze, senza mettersi in competizione».

La spedizione
Nel 1984 - dopo che due anni prima al campo base del K2 aveva conosciuto Renato e Goretta Casarotto - «Bubi» Ubaldini lancia l'idea ai due amici. Quella che subito appare a tutti come una follia, diventa realtà. «La fiducia tra noi era totale - spiega Bruschi, che ha raccontato questa avventura sul numero 9 dell'Orsaro, la rivista del Cai di Parma - non esisteva nessuna competizione. Per salire un ottomila dovevamo almeno essere in 5. Noi eravamo 3, con Renato e Goretta eravamo perfetti». La ricerca delle informazioni («Nell'era pre-internet già di per sè un viaggio») con gli straordinari incontri a Milano con Ardito Desio («Era alto così, infuriato col figlio perché faceva l'ingegnere e non l'esploratore e di destra che più di destra non si può: un personaggio che ha fatto la storia... Inizialmente volevamo andare anche sul Chogolisa e lui conosceva la strada») e a Firenze con Fosco Maraini («Che aveva tentato il Gasherbrum 4 e sapeva bene come arrivarci»). Poi la ricerca degli sponsor, la preparazione atletica con le salite sul monte Bianco per acclimatarsi e «le infinite corse ripetute in salita a trascinare copertoni d'auto: avevamo letto su una rivista che si faceva così». Quindi la spedizione del materiale acquistato a fatica, chiuso in bidoni. Il 23 maggio 1985 la partenza, l'attesa per i permessi, catapultati nel gotha dell'alpinismo dell'epoca. Il viaggio di avvicinamento sulla Karakorum highway con il pullman che si rovescia e rischia di finire nel fiume, l'ingaggio dei portatori e 15 giorni di avvicinamento. Finalmente, l'arrivo al campo base a 5.400 metri. L'incontro con Agostino da Polenza, Gianni Calcagno, Tullio Vidoni, Eric Escoffier. Con «Bubi», Enrico e Valerio c'è anche il portatore d'alta quota Muhammad Ali, ingaggiato per salire con loro. «L'errore più grande? Fu quello di non aver ingaggiato il cuoco», confessa Bruschi. In vari viaggi, alternandosi, il gruppo porta materiale al campo 1 (6.100 metri) e poi al campo 2 (6.600 metri). Il 26 giugno, durante la salita della «banana» cade e muore Turu Nakano, il fotografo giapponese di Boivin. L'alpinista francese chiede loro aiuto. Enrico e Valerio non riescono a dire di «no» e si mettono a disposizione. «Lo sforzo per trasportare il cadavere attraverso la seraccata fu immane - ricorda Bruschi - e ci costò una fatica da cui, forse, non saremo riusciti a riprenderci più del tutto», racconta. Il mal di schiena di Mutti, del quale soffriva da tempo, si aggrava.

La rinuncia
Ubaldini, Bruschi e Muhammad Ali salgono allora al campo 1 per poi puntare al campo 2. Ma nella notte, nella piccola tenda che ospita i tre, Valerio inizia ad accusare un dolore all'addome, che man mano diventa sempre più intenso. Nella bufera di neve riescono a rientrare al campo base. I medici presenti visitano Valerio: si pensa ad un attacco di appendicite (che poi si rivelerà un'ernia). «Ammutolii per alcuni giorni, non riuscivo parlare dalla rabbia», racconta Bruschi che però tenta di salire al campo 1 almeno per recuperare i sacchi letto e le costosissime tende in gore-tex. «Mi beccai dell'asino in tutte le lingue, ma provai lo stesso, con due portatori ingaggiati sul momento che poi scoprirò totalmente inadeguati». Al campo 1, arrivati molto tardi, la decisione: «Ho male, il rischio è troppo alto. Non ce la faccio: è dura ma devo mollare, mi costa tanto, davvero tanto, però non c'è alternativa». La discesa è una piccola odissea, con un carico disumano sulle spalle (per non perdere il prezioso materiale), la temperatura ormai troppo alta per superare in ponti di ghiaccio in sicurezza, e l'inadeguatezza dei portatori. Valerio però riesce a rientrare sano e salvo. Nei giorni successivi il tempo peggiora. Enrico e Valerio - anche per motivi di lavoro - sono costretti a rientrare. Il viaggio di ritorno è di dieci giorni a piedi, poi l'aereo e il bus su strade cancellate dalle frane e dalle piogge. Il mal di schiena, una punta all'addome e tanta la rabbia in corpo.

«Bubi» a quota 8.035
«Ma Bubi era rimasto, lui poteva. E noi, con tutte le nostre forze, volevamo che riuscisse a salire». Ubaldini ci riesce: l'11 luglio del 1985 con Muhammad Ali (che gli grida: «Gabriel, success!») , dopo esser rimasti una notte bloccati dalla bufera, mette piede sulla vetta del Gasherbrum II. Lo stesso giorno, con loro, in vetta, ci sono Renato e Goretta Casarotto, prima donna italiana ad arrivare a quelle quote.

La morte di Mutti
Renato Casarotto, l'anno seguente, perderà la vita finendo in un crepaccio scendendo dal K2. Anche il portatore Muhammad Ali verrà travolto da una valanga e morirà. Giancarlo Grassi perse la vita nel 1991, rientrando dalla scalata di una cascata di ghiaccio sui Monti Sibillini. «La sera di quel giorno doveva venire a casa nostra», ricorda Bruschi con emozione. Ma c'è un dramma che coinvolge direttamente Valerio Bruschi: è il 31 luglio del 1988. Due parmigiani, lui ed Enrico Mutti, stanno scalando tanto in quell'anno. In autunno c'è in programma una ripetizione al Fitz Roy, in Patagonia. Quella terribile domenica si trovano sul diedro Astel del Crozon di Brenta, in Trentino. Sono sul pilastro dei francesi. Stanno salendo «in conserva» (uno dietro l'altro, con la corda che li unisce). Mutti è il primo, Bruschi il secondo. E' un tratto facile, c'è solo qualche chiodo, qualche dado. Mutti all'improvviso cade e si tira dietro Bruschi. Su una roccia «marcia» si staccano gli ancoraggi. Entrambi rimbalzano più volte. «Mi sono sentito strappar via, il dubbio è che sia venuto giù un terrazzino - ricorda Bruschi -. Lui è volato, al primo chiodo mi ha tirato su. Ho pensato: adesso ci fermiamo, invece siamo volati giù». Bruschi si fa 80 metri e si infila in una fessura. Mutti invece non si ferma, va oltre (avevano due corde, una si strappa) e sparisce sotto di lui, fa circa 120 metri, sbatte violentemente. Muore sul colpo, ma il compagno non lo vede e non lo sa. Bruschi lo tiene sospeso. «Non riuscivo a tirarlo su. Ho messo giù un po' di chiodi, un po' di dadi. Avevo una clavicola e una caviglia rotta. In pratica non mi ero fatto niente. Lui invece non rispondeva». Lo tiene per 4 ore, legato alla vita, finché non arrivano i soccorsi. «I due che erano sul pilastro sono scesi e poi ci hanno calato». Per Mutti, come detto, non c'è nulla da fare. Chissà cosa si prova in queste occasioni, viene da chiedere. «Nessuna paura o angoscia, non ho rivisto la mia vita. Piuttosto ho sentito una gran sensazione di calma. Quando ho realizzato che ero praticamente morto, molta tranquillità. Ho in mente una gran valle con i prati verdi. L'angoscia è venuta dopo, quando cerchi di capire se il tuo compagno è vivo o morto. Una sensazione che ti resta tutta la vita». Il «dopo» è stato molto difficile, «perchè il nostro era un gruppo chiuso, era una grande amicizia. E' stata dura».

Spirito da esploratore
Da 25 anni, cioè da quando gli è nata la figlia Martina (che la passione l'ha nel sangue e fa la rifugista al Mariotti del Lago Santo) non fa più l'alpinista. Ma la voglia di stare in montagna, di esplorare, non l'ha persa. I compagni sono stati sostituiti dalla moglie Laura. «Mi ha appassionato lui e nel mio piccolo ho fatto delle belle escursioni», ammette timida. Nel 2012, insieme, hanno effettuato il «trekking tre colli» in Nepal, una via di mezzo tra un'escursione e una spedizione alpinistica (c'è un passo a 6200 metri). Solo pochi mesi fa, invece, insieme hanno visitato una delle regioni più sperdute e affascinanti dell'Asia, il Chadar, camminando per giorni sul fiume ghiacciato nel nord dell'India, l'antica via utilizzata per trasportare e vendere il pregiato burro di yak. «Una regione bellissima - conferma Laura - un viaggio incredibile». «Sono curioso, voglio le cose e cerco di farle, tutto qui», il commento di Bruschi. Un alpinista fuori dai canoni dell'alpinismo. Hai conosciuto anche Walter Bonatti, ma qual è l'alpinista che più ti ha segnato? «Renato Casarotto, era forse la persona più pura dell'ambiente. Odiato, forse perchè non accettava compromessi. Ma anche una persona di una bontà infinita. Senza una grande cultura - era infermiere, non aveva studiato - anche nei libri che ha scritto esprimeva concetti fuori dalla norma». La montagna oggi è cambiata. «Con Laura, l'estate scorsa, abbiamo percorso l'Alta via numero 1, da Bressanone a Feltre: gente che arrampica non ce n'è più. Sulle vie classiche non c'è più nessuno. Sono tutti in falesia o in palestra. E poi oggi se non lo metti su Facebook è come se non l'avessi fatto». Cos'hai trovato nella montagna? «La tranquillità , la pace, la paura, il freddo. Tutti i sentimenti, insomma. Ecco, in montagna c'è l'essenziale, tutto il resto capisci che è superfluo». Resta la voglia di esplorare, di camminare nel silenzio, di raggiungere un posto che puoi vedere solo dopo tanta fatica. Ma resta soprattutto il ricordo di quella spedizione e degli anni vissuti con i compagni di fatica ed emozioni. «Del gruppo oggi restiamo solo Goretta ed io: il sentimento più intenso è certo la nostalgia per gli amici e per le esperienze che abbiamo vissuto e condiviso insieme. E che mi legheranno a loro fino alla fine».

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