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La Parma che vorrei

Mauro Coruzzi: «Una città da curare»

30 aprile 2016, 07:02

Mauro Coruzzi: «Una città da curare»

Mara Varoli

Con Mauro Coruzzi la chiacchierata non scivola via, ma rimane, ricca com'è di pensieri buoni per un fiume di riflessioni. Tant'è che alla fine ti dispiace che sia finita e vorresti trovare il pretesto per saperne di più: di lui, della Plati e dell'amata città sul torrente, con i suoi borghi popolari, dove si riavvolgono i ricordi.

Quando e dove sei nato?
Sono nato il 4 novembre 1955 al Maggiore. Bianca e Ugo erano contadini della campagna di Felino. In città, da agricoltori lei è diventata operaia in fabbrica e lui muratore. E mi hanno insegnato l'autonomia e a lavorare. Con mia sorella Maura c'è un legame profondo: per la sua grande apprensione, si è trasformata in una mamma.

Dove giocavi da bambino?
In una delle prime case che abbiamo avuto in città, sempre in via Venezia: lo scenario del gioco era in un cortile di sassi e ghiaia e con un triciclo che andava malamente. Ero sempre solo, in attesa dei miei, sotto l'occhio di qualche vicino.

Che scuole hai fatto?
Le elementari in un primo tempo al Villaggio del Fanciullo, dalle suore, in via Trieste, con insegnanti laiche, poi alla Giordani, di fronte al Cinema Verdi. Le medie alla Bottego, le superiori all'istituto magistrale Sanvitale, per finire al Dams a Bologna.

Qual era il tuo sogno?
Il mondo della comunicazione: la prima idea era quella del teatro, poi all'università ho scelto l'indirizzo spettacolo e quindi regia, con le bellissime lezioni di Luigi Squarzina.

Com'era Parma allora?
Una città vivace: i miei vent'anni hanno coinciso con la nascita di Radio Parma, la prima radio privata in Italia, per cui c'era molto fermento e in molti venivano da fuori per sapere cosa stava succedendo qui.

Come ti divertivi e dove andavi?
C'erano un sacco di locali. Ma a 20 anni ho iniziato anche a collaborare con la Gazzetta di Parma: non dimenticherò quel giorno del 1975 quando sono stato inviato al Jumbo per il concerto di Patty Pravo. E il Jumbo era un locale che offriva grandi spettacoli. Poi, con gli amici alla domenica pomeriggio si andava al King, dove suonava Robi Bonardi, che faceva un gioco musicale e io vincevo, per cui mi portavo sempre a casa i dischi in premio: ero l'incubo di Bonardi. Se invece si andava fuori città, si arrivava al Corallo di Scandiano, che per noi era lontanissimo.

Dove hai iniziato a lavorare?
Da un fruttivendolo di via Venezia, al sabato, per 500 lire: consegnavo la spesa a casa dei clienti con la bici. Radio Parma è arrivata nel 1975 e in contemporanea la collaborazione con la Gazzetta. Ma nel frattempo, facevo anche il gelataio allo Sugar Sugar di via Farini, sotto i portici, per pagarmi l'università.

Quando è nata Platinette?
Platinette è nata una sera del 1976 all'Arci club Garibaldi, all'angolo con via Melloni. Quella sera c'era un gruppo di cabaret sul palco, il collettivo teatrale Trousse Merletti Kappuccini e Kappelliere. Il collettivo aveva messo in scena «La signora di lusso». E io mi innamorai subito della situazione, per cui la sera dopo presi l'unica parrucca libera. Così prima è nata «Oscar Selvaggia» con smoking, garofano verde e quella parrucca grigio topo lavata male. Poi è nata Platinette, sempre con la stessa parrucca, ma ben lavata.

Quando sei uscito da Parma?
A metà degli anni Ottanta a Milano, per lavorare in un gruppo di comunicazione, il Cnr del Gruppo Espresso: una specie di laboratorio che offriva programmi alle stesse radio locali. E lì facevo il conduttore e l'autore.

Come la vedi Parma oggi?
La vedo poco, da passeggero. Ma quando mi fermo, trovo una città che ha abbassato un po' le armi: dal punto di vista sociale. Prima c'era più armonia tra le varie zone, ora le differenze sono più evidenti: la parte popolare è diventata molto degradata e l'altra, per intenderci via Solferino, ripiegata un po' in se stessa.

Come vedi i parmigiani?
Dalle cronache mi sembra di capire che non ci sia più una spinta propulsiva forte. E non so se per mancanza di figure di riferimento. Allora c'era l'assessore Ulisse Adorni, che se pur lontano dalle mie posizioni, mi faceva sempre una valanga di proposte e di iniziative.

E i giovani, come li vedi?
Spesso ancorati a quei due o tre locali che funzionano e che sono un po' tutti uguali. Non c'è un centro forte di propulsione di idee. Sono pochi quelli che si distinguono per la musica, come lo Shakesperare ad esempio.

E le parmigiane? Se la tirano ancora?
Le giovani non hanno più quel tiro sofisticato della donna di anni fa: di donna ben vestita e ben curata. Donne che diventavano dei simboli, delle influencer della moda, come la stessa Siria di San Leonardo: chicchissima.

La cultura a Parma: cosa faresti per migliorarla?
Intanto, più salvaguardia della cultura tradizionale e della stagione lirica, che è andata a farsi benedire: il Teatro Regio e tutto quello che concerne alla fine non è mai decollato. Dispiace poi che la musica degli artisti locali non abbia fatto salti in avanti. Ma soprattutto, non c'è un museo della moda, con il passato che abbiamo avuto, dalle Sorelle Fontana in poi, Cambi e Pellegrini compresi: quella della moda è un'occasione mancata. Che offrirebbe un'altra visione della città. La moda è rimasta in embrione e sarebbe una bella possibilità culturale.

La movida: cosa va e cosa non va?
Sul tema sono impreparato. L'unica cosa che so è che nelle foto riportate vedo sempre e solo qualcuno con un bicchiere in mano.

La sicurezza: nel tuo quartiere la situazione è peggiorata?
In San Leonardo non è peggiorata, è addirittura deragliata. L'altro ieri il tassista che mi ha portato in quartiere mi ha detto: «Andiamo nel Bronx». E in effetti via Palermo, via Trieste e via Venezia oggi somigliano più a un ghetto che a strade popolari. Spacciatori ovunque. E via Trento non è più curata come una volta. L'aspetto è quello da estrema periferia, più che da quartiere vicino al centro.

E' l'anniversario dell'incoronazione di Maria Luigia: cosa è rimasto di lei? Ti manca?
A dire la verità non mi è mai mancata, ma mi è sempre piaciuta l'idea che ci fosse una donna dietro l'identità della mia città. Maria Luigia era un po' una «matta», nel senso buono del termine, che ha voluto gli Champs Elysées a Parma, ma che ha dato alla città un carattere non indifferente. E il carattere conta. Grazie a lei è una città elegante, rispetto alle vicine.

Ma Parma è ancora elegante?
Formalmente sì, ci sono squarci del lungoparma, le infilate dei borghi che, quando sono illuminati da una certa luce, sono bellissimi. E' il clima a non essere più elegante: in giro vedi meno sorrisi e la gente è meno protesa alla socialità. Anche per colpa delle scelte delle amministrazioni, Parma si è fatta un po' da parte: si è arresa. E se ti arrendi vince lo stile che non è stile.

Da chi vorresti essere invitato a cena?
Da Franco Maria Ricci: sono sicuro che nel suo Labirinto mi farebbe godere di un'ottima cena e di un'ottima conversazione. E mi piacerebbe mangiare una "Vecchia".

E Platinette? Da chi vorrebbe essere invitata a cena?
Dalla dottoressa che mi ha curato: Elisabetta Dall'Aglio del Maggiore, che ha un po' lo stile della donna borghese, ma con una voce allegra. Una donna che è in grado di passare dal pettegolezzo al proibirti cosa mangiare. E sono sicuro che Cocchi non mi deluderebbe.

Cosa ricordi con più nostalgia?
Il «Picasso» in borgo Santo Spirito: un'avventura incredibile, quella dal 1980 al 1985. Il Picasso era il circolo che aveva più tessere di tutta la città. E battere il «Pedale Veloce» non sembrava possibile. Tutti passavano di lì. Era il locale di Attimo Azzoni, Fabio Saccani, Marco Piancastelli, Rita Dassenno e del sottoscritto: un gruppo assortito stranamente. Si ascoltava musica e si organizzavano spettacoli nella piena originalità dell'epoca, come l'imperdibile «Padany» a puntate e che prendeva spunto da «Dallas». Un locale dove non c'erano differenze tra uomini e donne: all'avanguardia.

Che cosa si dice in giro di Parma?
Grazie a Dio è rimasta la fama di allora: chic rispetto alle altre. Poi, la food valley è un'ottima carta d'identità.

Qual è la via che ha perso meno «colore»?
Via Garibaldi sembra la stessa, via Bixio è cambiata. Faccio fatica a riconoscerla, così come per altre strade. Lo splendore e la vivacità di via Cavour e della Piazza di una volta si sono persi.

Se volessi far serata dove andresti?
Per fare la «gnocca» entrerei alla «Raquette», con gonna, camicetta e con décolleté. Non mancherebbe un aperitivino davanti ai bellocci che giocano a tennis.

Un buon biglietto da visita per i turisti?
Premunirsi di un buon portafoglio per lo shopping, alla ricerca di negozi che necessitano di un'attenzione maggiore.

Un tema che ti sta a cuore: la radio va ancora di moda?
Non solo va molto di moda, ma la rinforzerei per darle ancora più spessore: la radio è una comunicazione vera, il primo degli strumenti per velocità e per raggiungere più persone. Bisognerebbe recuperare la radio dei quartieri, così come accade in America.