Archivio bozze

Palanzano

Michela, da operaia a pastora

01 maggio 2016, 07:00

Michela, da operaia a pastora

Ilaria Moretti

Montagne, prati, animali al pascolo: benvenuti in un posto chiamato libertà. Già, libertà, una parola grande: «Che per me non significa fare tutto quello che si vuole, ma semplicemente non sentirsi rinchiusi», dice Michela mentre ti mostra il suo mondo, fatto di spazi aperti, pecore, capre e perfino due asine (Lucy e Rosy) da accudire ogni giorno. Lei, Michela Leri, 39 anni, è una delle rare donne pastore delle nostre zone. «L'azienda è del mio compagno Michele - racconta -: io lo aiuto volentieri perché occuparmi degli animali per me è una passione». La loro stalla è a Vaestano, la casa a Palanzano. Ma Michela arriva da un'altra vallata. Camporaghena è il paese in cui è cresciuta: comune di Comano, impervia Lunigiana. «I miei zii erano pastori - ricorda - facevano la transumanza in Maremma: prima andavano a piedi, poi iniziarono a trasportare gli animali in treno. Papà lavorava in Comune, ma avevamo anche le mucche. Un giorno portò a casa un agnellino femmina: avremmo dovuto mangiarlo per Pasqua ma non ne abbiamo avuto il coraggio». Risultato: l'agnellino si è salvato e da lì a poco la famiglia Leri si è ritrovata ad accudire un gregge di pecore. «Appena ho finito le medie ho iniziato ad aiutare i miei genitori: ci occupavamo degli animali, facevamo il fieno, la legna e tutte quelle cose di cui c'è bisogno in montagna». Per un periodo ha lavorato anche in fabbrica, ma una volta uscita dai cancelli c'era sempre il mondo rurale ad aspettarla. Quando suo fratello Ulisse si è spostato a Scurano per il periodo della transumanza lei è venuta a trovarlo e ha scoperto il nostro Appennino: «Ho pensato subito che fossero posti bellissimi, gli spazi sono così ampi rispetto a quelli in cui sono cresciuta». E' in quel periodo che ha conosciuto Michele, il suo attuale compagno, il papà della loro Daniela che oggi ha 12 anni. E' insieme a lui che sta scrivendo questo capitolo della sua vita nelle Terre alte del Parmense: «La mattina presto si va nella stalla - spiega -, si controlla che tutto sia a posto, poi porto gli animali fuori, sono circa trecento tra capre e pecore. In inverno, la notte li riaccompagno nella stalla, con la bella stagione li lascio all'aperto, protetti dalla recinzione elettrica». Seguirla in una mattina di primavera è come riaprire gli occhi sul mondo: con lei ci sono i cani, veri e propri compagni di lavoro. I maremmani: vigili e attenti da buoni guardiani anti-lupo; i meticci più piccoli, i cosiddetti portatori: sempre avanti e indietro per tenere raccolto il gregge. Le due dolcissime asinelle chiudono la fila, ogni tanto si fermano, vanno richiamate, fanno amicizia con le persone: basta un attimo e capita di ritrovarti il loro muso tranquillo appoggiato su una spalla. «La mia preferenza - sorride Michela - va alle capre: animali dispettosi, ma intelligenti. Però amo anche le pecore. Quando ero in fabbrica facevo tutti i giorni le solite cose: con un lavoro così, quando viene sera chiudi una scatola, spegni un computer ed è finita lì. Qui è diverso perché di fronte a me ho degli esseri vivi: non puoi chiudere la porta della stalla e non pensarci più. Non saprei dire quante notti sono tornata con Michele perché c'era una pecora che doveva partorire. Sì è vero, mettono al mondo gli agnellini anche da sole, ma siccome ho partorito anch'io e so quanto si sta male, se posso aiutarle lo faccio volentieri». Quasi un gesto di solidarietà. Spazi verdi, silenzio: qui è facile arricchire l'anima: «Ho portato spesso mia figlia con me anche quando era più piccola. Cosa vorrei per lei? Beh, prima di tutto le dico di studiare, poi se avrà passione per questo mestiere, se ce l'ha nel sangue, sarà lei a decidere». Certo le difficoltà sono tante: la sveglia è puntata alle 5 del mattino e poi rientro a casa dopo le 10 e mezza di sera. Mai vacanze, mai un giorno di festa. «Ma in città non potrei stare, c'è troppo stretto, troppe macchine». Al contrario le piacerebbe fare la transumanza. Una volta ha provato. «Quaranta giorni in Badignana con Michele e nostra figlia. Far pascolare il gregge era difficoltoso ma alla sera ci fermavamo in una struttura apposta, la casa del pastore, dove non c'era neanche la tv e dove i telefonini non prendevano. Ho provato un grande senso di pace». E' un valore aggiunto essere donna in un mestiere così? Un tema di cui si sta occupando anche la scrittrice e filmaker parmigiana Anna Kauber intervistata di recente sulle pagine della Gazzetta da Chiara Cacciani. «In realtà il mio compagno è bravissimo - dice Michela - e da lui ho tanto da imparare. Quando entra nella stalla nel giro di pochissimo si rende conto se qualcosa non va. Io magari ci metto la dolcezza e l'amore di una mamma». Una mamma coraggiosa. Nessuna paura di imbattersi nel lupo. «In realtà sono convinta che ci stia sempre dietro. Tre anni fa ne ho incontrato uno davanti alla stalla: non si era accorto di me e appena mi ha visto è scappato. Una capra e un agnello i lupi me li hanno presi però non li temo neanche quando faccio tardi: avrei più paura a trovarmi di notte in città». Non si sente mai avvolta dal buio, Michela: «Non so com'è, ma anche la sera ci vedo, sarà la luce delle stelle e quando c'è la luna piena è uno spettacolo». Tutt'attorno il silenzio: solo il tintinnio dei campanelli. In certi momenti magici, nemmeno quello. All'imbrunire gli animali stanno più fermi: «Si sente solo il rumore dell'erba che strappano mentre mangiano. Mi piace da matti quel momento: aspetto fino all'ultimo prima di metterli dentro». Un pensiero speciale va al «suo» Michele, con cui condivide gioie e fatiche in famiglia e nel lavoro: «Senza di lui mi sentirei persa». Poi uno sguardo alle montagne: «Che senso di pace, di libertà».

© RIPRODUZIONE RISERVATA