Archivio bozze

PERSONAGGI

Muti: «Ecco come dirigo Verdi»

10 maggio 2016, 07:00

Muti: «Ecco come dirigo Verdi»

Giampiero Moscato

Riccardo Muti passerà il giorno del suo settantacinquesimo compleanno, il 28 luglio, lavorando alla sua missione: trasmettere ai giovani ciò che apprese dai grandi del passato, l'interpretazione più fedele possibile dell'Opera italiana, di Giuseppe Verdi in particolare.

La seconda edizione della Riccardo Muti Italian Opera Academy (Ravenna, 23 luglio-5 agosto) sarà dedicata alla Traviata. La prima al Falstaff. Verdi, soprattutto, insomma. Non a caso il New York Times ha definito Muti the King of Verdi.

Tra i massimi interpreti di sempre del genio di Busseto, Muti nel nome di Verdi dal 22 al 29 maggio porterà l'Academy anche in Corea del Sud.

Dunque è un modello esportabile.

Certamente. L'anno prossimo potrebbe esserci un analogo ponte tra Ravenna e la Cina, nuova sessione estera dell'Accademia. Un'esperienza che è nata sull'idea dell'insegnamento del repertorio italiano ai giovani direttori, cantanti e maestri collaboratori. Compreso Mozart, il Mozart italiano. Però la base è naturalmente Verdi che, come dice lo storico Bruno Barilli, è il grande compositore «incompreso».

In che senso?

Molto spesso la cosiddetta tradizione italiana si basa sulla ripetizione di cattive tradizioni. Spesso abbiamo esportato una falsa idea di Verdi, tutta roboante, piena di urli e frastuono, mentre tutta una letteratura verdiana è basata su un'analisi molto più accurata.

Lei è interprete fedele di Verdi?

Non è che possegga la verità, ma ho avuto come insegnante Antonino Votto, il grande assistente di Toscanini alla Scala negli anni ‘20, che mi ha dato indicazioni, suggerimenti che non voglio far sparire con me, ma trasmettere ai giovani direttori, non solo in Italia». La cosa interessante è che tutte le prove non sono indirizzate solo agli allievi ma sono aperte al pubblico. E' l'elemento più importante. Sia a Ravenna che in Corea, e l'anno prossimo mi auguro in Cina, grazie alla traduzione simultanea ciò che insegnerò verrà trasmesso al pubblico che assisterà alla preparazione di un'opera.

Diceva di false interpretazioni di Verdi.

Lui stesso si lamentava che ciò che scriveva non era spesso colto da direttori e cantanti, che la sua musica era urlata al vento... ci sono milioni di intenzioni musicali ed espressive che non vengono eseguite. Lo si esegue con poco rispetto delle sue indicazioni, estremamente severe e molto dettagliate.

Di lei che direbbe Verdi?

Non posso dare un giudizio. So che però sono più di 40 anni che cerco di capirne il messaggio. Nessuno ha la verità in tasca ma non ho mai usato Verdi o altri autori italiani per un uso plateale. Cerco di seguire il più fedelmente possibile le sue indicazioni.

Come si insegnano Verdi e l'Opera in Accademia?

Attraverso il pianoforte si spiega cos'è l'interpretazione di un personaggio per poi portarla in orchestra: esattamente quella che dovrebbe essere la preparazione anche in un teatro di professionisti. Prima uno studio con la compagnia di canto condotto al pianoforte, poi tutto quello che viene stabilito dal punto di vista interpretativo viene riportato in orchestra, dove il giovane direttore dovrà curare l'insieme strumentale secondo un'idea interpretativa e una cura del fraseggio (o della frase musicale), del timbro, del significato da dare a ogni nota e ad ogni frase in modo che la musica e l'orchestra siano sempre al servizio della parola. Come diceva Verdi: ‘Ricordatevi di servire più il poeta del musicistà. Spesso perdiamo tempo solamente ad ascoltare gli effetti vocali piuttosto che la sostanza musicale.

L'accademia per lei cosa rappresenta?

E' la possibilità di trasmettere agli altri, alle nuove generazioni ciò che ho avuto la fortuna di apprendere dall'incontro con grandi cantanti, grandi direttori d'orchestra, grandi solisti. Ho avuto la fortuna da giovanissimo di vedere i massimi interpreti all'opera. I giovani di oggi non hanno avuto la fortuna che abbiamo avuto noi di conoscere la parte finale di un glorioso passato.

Sogni da realizzare?

Più che un sogno personale è un desiderio: che l'Europa non perda il filo della sua grande cultura a cui si stanno abbeverando paesi emergenti come Cina e Corea. Il Giappone l'ha già fatto da molto tempo. Il desiderio che i governi del nostro continente non cedano sui valori della nostra cultura, che sono gli architravi della nostra società. Che si stia bene attenti a non minimizzare, a non sottovalutare l'importanza della cultura perché è un elemento della nostra Europa. Non vorrei che questo continente diventasse semplicemente un museo. Deve essere attivo. Questo mi piacerebbe veder realizzato, ma è in pericolo. C'è una specie di confusione generale che porta a una caduta di valori, valori che sono basati sul rispetto e sul nutrimento della nostra grande cultura. Che invece è diventata una parola un po' generica, svuotata del suo vero significato. Da decenni si parla di fornire ai bambini già in età scolare questo bagaglio culturale che fa parte della nostra storia millenaria. Se loro perdono il senso delle radici, poi è difficile pensare al futuro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA