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Il libro

Il calcio raccontato da Tabloni

14 maggio 2016, 07:00

Paolo Grossi

Si usa dire che nel calcio solo uno dei mille ragazzini che giocano e sognano di diventare celebri alla fine ci riesca davvero. Ecco, Paolo Amir Tabloni, classe '82, di professione assicuratore, è uno dei 999 campioni mancati e ha raccontato la sua storia, assieme a quella di altri 28 ragazzi conosciuti nelle squadre in cui ha giocato, nel volume «999» edito da Diabasis. Diciamo subito che è un libro toccante: chi ha passato uno spicchio della sua vita sui campi e negli spogliatoi non potrà restare indifferente leggendo le storie che Tabloni ha saputo, con evidente abilità, prima farsi raccontare poi scrivere. Ci sono aneddoti, nomi di campioni fugacemente incrociati come compagni di squadra (basti pensare all'oggi dimenticato Nichetti che nell'Under 16 azzurra aveva il 10 mentre Totti indossava l'8 e Morfeo l'11...) o da avversari, ma c'è soprattutto un tocco di tristezza a unire questi racconti. Una punta di amaro che però in tanti casi si stempera perché, come ha ricordato, leggendo il libro, Nicola Berti, «fallire nel calcio non vuol dire fallire nella vita». Restano amori e figli a cui raccontare che ci si è provato, magari facendo tesoro degli errori metabolizzati o del destino sfavorevole. Gli appassionati di calcio troveranno in queste pagine tante loro conoscenze messe a nudo: da Mauro Ghillani a Leonardo Pioli, da Giammarco Bozzia a Vittorio Bazzarini, da Alberto Mingozzi a Matteo Rastelli e via dicendo. Ognuno racconta le sue «sliding doors» il momento che ha fatto la differenza impedendo il decollo. «Io di storie ne avevo raccolte una cinquantina -spiega Tabloni - che quest'anno ha giocato in Prima nel Fornovo dopo aver vestito anche le maglie di Padova, Vogherese, Fiorenzuola, Crociati e Lentigione - poi da un lato qualcuno, dopo essersi confessato non se l'è sentita di veder pubblicata la sua storia, dall'altro ho dovuto operare una selezione per evitare troppe storie che si somigliassero o quelle meno interessanti. Ho puntato alla varietà. Ho iniziato a progettare quest'opera nel 2010, e a quella data risalgono le prime interviste. Prima avevo pubblicato due romanzi, «Onde perfette» e «McQueen Boulevard». A 28 anni pensavo di aver già vissuto molto nel calcio, e che avrei potuto assemblare le esperienze di tanta gente che conoscevo. Mi ha spinto la certezza che spesso dietro un calciatore arrivato c'è una storia meno sfaccettata, meno complessa che dietro uno mancato».

Comunque ci sono evidenti tratti comuni in queste storie.
«Il fil rouge è che tutti hanno poco o tanto giocato con me. Poi c'è uno schema narrativo che in realtà non è un espediente ma realtà vissuta: i ragazzini che si avvicinano al calcio sognando, il momento in cui riescono a emergere e sperano davvero di sfondare, poi il momento cruciale in cui, per un motivo o un altro, il sogno sfuma: il treno si allontana, si diventa meteore. Non è facile scendere a patti con una ferita del genere. Tanti non hanno voluto raccontarmi la loro frustrazione».

Da dove viene la vena letteraria di un portiere-assicuratore?
«Se parliamo di libri, non sono mai stato un gran lettore, anche se a scuola sono sempre andato benissimo in italiano e a dodici anni ho vinto un premio di poesia. Mi sono diplomato geometra ma un professore mi ha incoraggiato a scrivere, cosa che poi ho fatto con i primi due romanzi. Solo dopo queste pubblicazioni ho cominciato a fagocitare libri. In realtà ce n'è uno che è stato decisivo per «999»: è «Open», la biografia di Agassi. Non mi ha aiutato sul piano letterario ma su quello psicologico. Tu devi, prima di raccontarla, esorcizzare la tua storia, elaborarla. Io ce l'ho fatta dopo aver letto Agassi. E' stato una folgorazione».

Scrivere è diventata una terapia.
«Assolutamente sì. Fin lì avevo scritto solo due di queste storie, andavo piano, l'ho capito dopo, perché temevo il momento in cui avrei dovuto raccontare la mia, di storie. Invece parlando con i miei ex compagni, vedendo i loro occhi umidi, i loro sguardi, ascoltando la loro amarezza, ho condiviso tutto quello che mi portavo dentro e mi sono fatto forza. Non era semplice far leggere cose così intime a genitori e amici. Ma grazie a Agassi ce l'ho fatta».

I protagonisti, leggendo la loro storia nel libro, come hanno reagito?
«Premetto che tutti i personaggi, me compreso, immodestamente, avevano un talento per il calcio che avrebbe dovuto portarli più in alto. Questo significa che invece a livello dilettantistico erano sempre dei big, delle primedonne nello spogliatoio. Parlando con me invece si sono mostrati fragili, si sono commossi, hanno tentennato, qualcuno forse mi avrà anche nascosto qualcosa. Anche per loro questo progetto sarà servito a tirar fuori il dolore nascosto».

Si può dire che il calcio è come un iceberg, sotto la punta che brilla in tv c'è la grande massa sommersa fatta di ricordi, delusioni, alibi...
«Il materiale per raccontare questa faccia del calcio sarebbe sterminato perché quasi tutti quelli che hanno giocato a calcio hanno fatto un mezzo provino o hanno visto un loro amico arrivare in alto convinti che sarebbe potuto toccare a loro. Il mio libro ha venti sponsor, mercoledì sono stato a Roma a presentarlo alla Lega Dilettanti, ho in programma molti altri eventi. C'è grande interesse proprio perché è un tema che tocca tanti. Devo ammettere però che il primo a entusiasmarsi per il mio progetto è stato Vincenzo Pincolini. Il giorno che ha spedito il testo a Arrigo Sacchi e lui mi ha scritto la postfazione io, che per di più sono milanista, ho preso coraggio e ho cominciato a credere che potremo raggiungere tanti lettori».

Il libro è anche un canto corale venato di tristezza per qualcosa che poteva essere e non è stato. E' per questo che può toccare tutti...
«E' vero, ognuno ha i suoi rimpianti. Però vorrei che il libro lanciasse un duplice messaggio: è importante mettere la testa giusta nelle cose che si inseguono e, comunque vada, ripartire, imparando a essere sinceri e autentici prima di tutto con se stessi».

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