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Intervista

Parma vista da Elisabetta Pozzi

14 maggio 2016, 07:00

di Mara Pedrabissi

Fedele a se stessa, ossequiosa a nessuno. La patente del teatro in tasca, il talento come unica «green card» di un mondo altrimenti pieno di troppe convenienze preconfezionate. E' una. Ma anche nessuna e centomila dei personaggi che ha animato in scena. Elisabetta Pozzi, un bottino di premi nel forziere (tra cui un David di Donatello), dice le cose per come le sente, senza temere di far arrabbiare questi o quelli. Tanto, ci è abituata. Anzi, con il tempo si è ammorbidita: «Le battaglie importanti, quelle sì, le faccio. Lascio correre le piccolezze, ho imparato da mio marito».

Con «Cassandra» torna a Teatro Due e, quindi, a Parma, città nella quale ha vissuto dagli anni Novanta al 2014. Un legame lungo, come è nato?

«Sono arrivata qui da Genova, la mia città, nel 1989. Fu uno strappo importante, forte. Là c'era la mia famiglia, c'era il Teatro Stabile che mi dava grandi opportunità di lavoro, nel segno della tranquillità, anche economica. Ma io sono uno spirito assai irrequieto. Avevo conosciuto l'anno precedente Teatro Due, durante un convegno “under 33”, eravamo tutti attori con meno di 33 anni. Mi colpì questa realtà: giovane, fresca, propositiva come ero io stessa allora. E come credo di continuare a essere, in fondo. Ecco, avevo trovato il luogo in cui potermi sentire libera anche di sperimentare».

Si trasferì subito, dunque?

«Sì quasi subito, ma i miei genitori impiegarono circa un anno a metabolizzare che avevo fatto la scelta giusta. Della città, mi colpì subito la passeggiata del Lungoparma, la facevo su e giù a piedi, prima di comprare una serie di biciclette che mi avrebbero regolarmente rubato. Ricordo come magnifici i momenti in cui si materializzavano i festival di Giorgio Gennari: qui, dietro Teatro Due, c'era la piscina del Coni, una volta ci facemmo uno spettacolo. Erano occasioni di grande scambio, fermento: c'era gente che parlava in tutte le lingue, si facevano incontri e scontri. Fondammo anche un gruppo, mezzo italiano e mezzo francese, «Les Apa», e andammo in tournée ad Avignone con Walter Le Moli. Questo lo spirito di quegli anni»

Qui ha abitato fino a due anni fa, quando lei e suo marito, Daniele D'Angelo, vi siete trasferiti nella casa ereditata dalla nonna, nel Pavese. Come ha visto cambiare Parma in questo arco di tempo?

«Parma è cambiata tanto, certo. Ma lo stesso posso dire di Genova o, ancor più, di Roma. E' subentrato un degrado diffuso nel momento in cui nessuno ha più puntato sulle nostre unicità, le nostre tradizioni. Non parlo da nostalgica perché non la sono. Dico che gli uomini di questo paese, lungo, stretto e pieno di ogni meraviglia, hanno finito per distruggere ciò che hanno amato, quasi per una maledizione. Mi pare che la cultura si sia livellata sotto il peso dell'omologazione».

In cosa in particolare, secondo lei qui si è sbagliato o si è perso un treno?

«Non lo so con esattezza. E non sono una che ama lamentarsi. Credo però che occorra stimolare le nuove generazioni in maniera molto concreta e profonda. Oramai la formazione è solo tecnologica. Ma è una falsità pensare che esistiamo solo nel momento in cui siamo collegati. Gli eventi sono moltiplicati e quindi non sono più. Nel momento in cui non c'è più appiglio reale con il reale, ecco che perdiamo il nostro centro. Perdiamo la capacità di comunicare. Nelle persone giovani c'è la sensazione che qualcosa non sta andando dove dovrebbe andare. Allora cose resta? Resta il mondo dell'arte, che consente di immaginare un luogo migliore. Ci vorrebbero scuole di teatro, d'arte. Ma poi si apre un problema di occupazione, un serpente che si morde la coda se non si cambia qualcosa»

Lei non ha vissuto gli anni parmigiani passivamente. La ricordiamo anche candidata alle elezioni amministrative, nel 2002, con Civiltà Parmigiana al secondo mandato di Elvio Ubaldi

«E' vero. La mia era una candidatura di supporto, non avevo l'ambizione di essere eletta. Mi piaceva il lavoro di Ubaldi, in particolare l'impegno sul fronte della cultura. Aveva il pregio di smuovere Parma da un periodo di stanca. Purtroppo, dopo sarebbero venute altre delusioni, che abbiamo tutti ben presenti. Tornando alla mia candidatura, mi causò liti e discussioni con molti amici qui, tutti di sinistra. Rispondevo che avevano scelto dei candidati inadatti. Credevo allora, e credo ancora, che alle amministrative si debba scegliere la persona, l'obiettivo, più che il partito. Le liste civiche, per me, restano le più interessanti»

Lei è genovese, come Beppe Grillo. Cosa pensa del Movimento 5 stelle?

«Quando è nato, qui a Parma, io e mio marito ci siamo iscritti. Partecipavamo alle riunioni del gruppo cultura. Poi mi sono allontanata per una mia insofferenza difficile da spiegare, non sopporto i tentativi di omologare dall'interno. Però ho sempre seguito i 5Stelle, li trovo ancora interessanti anche se, evidentemente, ora non ho più l'esatto polso della situazione qui a Parma per poter giudicare. Osservo semplicemente che il loro rapporto con la cultura - al di là degli ultimi fatti giudiziari nei quali non entro - non mi sembra vivace. In definitiva, credo che si debba ancora fare quella rivoluzione culturale che avrebbe dovuto fare, a suo tempo, anche la sinistra contrastando sul sorgere un appiattimento di matrice berlusconiana. Cosa che non ha fatto. Ma, ripeto, non è un problema solo di Parma»

Ci sono le città museo e le città laboratorio, secondo una vecchia definizione...

«Parma può essere laboratorio, lo è stata. Anche Teatro Due è un esempio di resistenza eroica, grazie alle idee di Paola Donati. Io sono per la resistenza anche senza speranza, per citare le parole di Yannis Ritsos»

Oggi si impegnerebbe ancora in politica?

«Assolutamente no. Ho capito che l'impegno politico per me è il teatro e la trasmissione dell'esatto mestiere del teatro. Vicino a casa nostra, nel Pavese, abbiamo preso un teatrino con l'idea di farne una scuola non solo di recitazione ma di tutto ciò che sta intorno alla costruzione di uno spettacolo. Qui a Teatro Due, inoltre, a giugno partirà il progetto “La casa degli artisti” che mi vedrà docente nei mesi autunnali. Dare strumenti concreti ai giovani è il mio modo di fare politica. Ma anche scegliere dei testi che siano “necessari” e portarli al pubblico nella maniera più onesta possibile. Non deve essere per forza ciò che piace, a volte è ciò che provoca».

Parliamo di questa «Cassandra», recite fino a stasera tutte esaurite, per cui è stata aggiunta una replica speciale domani. A chi fa paura o di chi ha paura Cassandra oggi?

«Cassandra è un essere umano, uomo o donna non importa, che vede il futuro e di quello ha paura. Indaga sulle sorti dell'umanità, vede ciò che accade alle civiltà quando si autodistruggono. La storia ci mostra, ciclicamente, civiltà che arrivano al massimo del loro fulgore e poi si spengono. E' un po' quello che stiamo vivendo noi, in questi anni; fagocitati dalla globalizzazione, proviamo un senso d'angoscia. Per carità, dopo ci sarà altro, c'è sempre stato altro»

Parma le ha dato molto, in termini professionali. Si pensi a «Max Gericke» con la regia di Walter Le Moli (1990), un capolavoro...

«E' vero. “Max Gericke” segna una delle tappe fondanti della mia carriera. Quando Walter me lo propose, rimasi di sasso. Avevo poco più di trent'anni dovevo interpretare una donna, invecchiata oltre i suoi 66 anni, che in più doveva travestirsi da uomo per sopravvivere in una miseria di esistenza. Andai a studiare gli anziani, i loro gesti e pensieri, per entrare nella parte. Con quel ruolo mi si è aperto un mondo nuovo, ho capito che il travestimento mi forniva infinite possibilità. Per questo dico che quello spettacolo è stato decisivo nella mia carriera, insieme ad altri due momenti. Il primo, agli esordi, quando Giorgio Albertazzi mi scelse come protagonista di «Il fu Mattia Pascal» da Pirandello. L'altro, nel 1997, quando Carmelo Bene mi volle per l'«Adelchi» di Alessandro Manzoni. Lì cambiò anche la mia vita privata perché incontrai Daniele che sarebbe diventato mio marito. Ci sposò Ubaldi qui, in municipio a Parma, nel 2001. Ci fece un bellissimo discorso».

L'anno scorso a Milano, per Expo, ha recitato avendo come “quinta naturale” il Duomo e la Madonnina, davanti a una folla. Se dovesse scegliere un luogo di Parma, quale sarebbe e per quale spettacolo?

«Amo i parchi, quindi dico Giardino Ducale e Cittadella ma tutti i posti “verdi” in generale. Farei letture di opere classiche: Eschilo, Sofocle, Euripide oltre a Shakespeare naturalmente. I classici si addicono ai luoghi all'aperto, anche il cinguettio di un uccellino si fa spettacolo; mentre i contemporanei ne vengono disturbati. Un po' come ho già proposto al Teatro Greco di Siracusa, con Elettra, Oreste, Medea...».

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