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orrore infinito

A Habassi è stato strappato anche il naso

20 maggio 2016, 07:03

A Habassi è stato strappato anche il naso

Davide Barilli

Hannibal Lecter è fra di noi. Strappa orecchie, mutila gli arti «girando le dita» con una pinza fino a spaccarle, staccandole da mani e piedi. Ma non basta. L'autopsia sul cadavere del povero Mohamed Habassi, il 33 enne tunisino, massacrato dieci giorni fa a Basilicagoiano, fa emergere un altro particolare agghiacciante. L'assassino (o gli assassini) ha infierito su di lui, strappandogli il naso. E sarebbe stata proprio questa sanguinaria mutilazione a determinare il decesso di Habassi. Ormai privo di forze, martoriato dalle sevizie e dai colpi di mazza da baseball e sbarra d'acciaio ricevuti, sarebbe morto per asfissia: annegato nel proprio sangue. Un altro orrore nell'orrore di una storia senza pietà. Una scena spaventosa che fa pensare a certe immagini allucinanti del film «Il silenzio degli innocenti». I medici legali hanno novanta giorni di tempo per depositare la perizia. Dovranno stabilire l'ora del decesso, ma ora un punto fermo sembra emergere da quanto trapela. Soffocato dal proprio sangue, dopo un'agonia durata forse meno di un'ora. Un tempo interminabile. Ucciso, oltre che dalle botte, dalle emorragie provocate da diverse ferite in varie parti del corpo. Oltre al mignolo e all'alluce strappati con una pinza a pappagallo e all'orecchio staccato a morsi da Luca Del Vasto, stando al racconto dei romeni ecco l'amputazione del naso. Chi è stato? Chi ha eseguito la mutilazione che parrebbe decisiva a provocare la morte? Non è certo un interrogativo di poco conto. Anche se tutti e sei gli arrestati sono accusati di omicidio in concorso con le aggravanti della premeditazione e della crudeltà.

Tutti contro tutti
In realtà, da quanto emerge dagli interrogatori, gli arrestati si accusano a vicenda. Quel 10 maggio Del Vasto porta con sé Alberici e gli altri quattro: Del Vasto, secondo quando emerge dal racconto dei romeni aveva consumato righe di cocaina e rum durante il tragitto. E' una scena da puro splatter quella che hanno riferito i testimoni (e complici, secondo le accuse) del massacro. Da mesi, dopo la morte della compagna, Habassi aveva smesso di pagare l’affitto e nonostante lo sfratto non aveva abbandonato lo stabile. Al comando della terribile spedizione punitiva Luca Del Vasto, 46 anni, titolare del Buddha bar e compagno della padrona di casa. Al suo fianco Alessio Alberici, 42 anni, fumettista molto conosciuto a Parma, e Jonel Togan, 30 anni, Cristinel Barbu, 39 anni, Jonel Vrabie, 30 anni e Valentin Kosma, 22 anni, quattro operai romeni residenti nel parmense assoldati per partecipare al raid. Da quanto dice Alberici, il massacro è stato però compiuto dai romeni, mentre lui rovistava per la casa e Del Vasto li aspettava in auto. «Io e Luca volevamo andarci a mani nude, i due romeni hanno insistito per portare anche degli oggetti contundenti». Una volta in casa, prosegue Alberici: «Quando ero nell'altra camera sentivo loro gridare di consegnare soldi e droga. Continuavano a dire: ''vogliamo i soldi, vogliamo la roba''». Ecco come Alberici descrive la scena, riferendosi a due non meglio specificati romeni: «Uno dei due lo teneva fermo e l'altro gli staccava le dita dei piedi con la pinza». E Del Vasto? «Mentre i romeni stavano ultimando di colpire e torturare la vittima è salito Del Vasto che si è meravigliato di quello che stava accadendo». Alberici spiega che dopo la fuga dei romeni, lui e Del Vasto erano rimasti nella casa: «Abbiamo spostato il corpo adagiandolo su un fianco, perché ci sembrava che stesse soffocando con il suo stesso sangue». Ma dall'interrogatorio di Del Vasto viene fuori una diversa verità. «Il tunisino che occupava l'appartamento, in alcune occasioni incontrando la mia convivente per le scale l'ha spinta in modo cattivo - racconta il titolare del Buddha bar agli inquirenti». Via vai di gente, quella casa era diventata un porto di mare. Ecco allora cosa pensa Del Vasto. «Abbiamo deciso con la mia convivente di stipulare un contratto di comodato a mio favore, sperando che questi potesse aiutarci a risolvere il problema, ma così non è stato». La sera maledetta, Del Vasto convince gli amici del bar a seguirlo. «Avevo proposto di recarci a casa mia, intesa come abitazione di via Castello a Basilicagoiano». Ma, in un primo momento, a suo dire, non per una spedizione punitiva. «Volevo fare una festa nella mia abitazione insieme ai miei amici». Del Vasto dice di essere entrato in casa senza sfondare la porta, ma aprendola con le chiavi. Poi però cambia versione e ammette che «l'idea era quella di dargli una lezione anche utilizzando la violenza per costringerlo ad andare via».

«Ci ha aizzato il cane contro»
Arrivati sul posto «abbiamo trovato Mohamed che ha incitato il cane contro di noi. C'era solo Mohamed e non altre persone». Del Vasto riesce a calmare il cane e a condurlo nel giardino esterno.

La «scazzottata boreale»
«A quel punto sono ritornato nell'abitazione ed è partita una ''scazzottata boreale'' nel senso che è iniziata una colluttazione violenta e concitata». Ecco come Del Vasto ricostruisce quello che è accaduto: «A un certo momento mi sono ritrovato addosso il corpo di Mohamed e sono caduto a terra». In una prima versione il racconto di Di Vasto si fa confuso, come se non ricordasse più nulla. Però ricorda di essere scappato a piedi. E di aver saputo solo successivamente della morte di Mohamed. Ma poi ammette di aver partecipato all'aggressione: «ho colpito Mohamed sulla bocca violentemente e più volte con calci e pugni. Tutti noi lo colpivamo più volte. Non ricordo se e chi di noi gli abbia potuto amputare le dita». Da quanto emerge dalle versioni dei romeni, ovviamente tutte da verificare, vengono alla luce altre verità. Tutti ammettono di aver raggiunto l'abitazione dove viveva il tunisino. Ma strada facendo le cose erano cambiate. Stando a quanto avrebbero dichiarato, Del Vasto e Alberici, durante il tragitto si sarebbero imbottiti di cocaina e rum. Poi, tutti insieme, si erano presentati nella notte a casa dell’uomo per convincerlo a lasciare l'appartamento. Ionel Vrabie racconta di un brindisi fatto nell'ufficio di Del Vasto prima della spedizione: «Luca sollevava il bicchiere per fare il brindisi pronunciando frasi che non capivo, fra cui la parola ''Nostradamus''». Arrivati alla casa d Habassi, il titolare del Buddha bar avrebbe, secondo Vrabie, sfondato la porta a calci. E poi, una volta dentro, lui e Alberici, insieme a uno dei romeni, avrebbero iniziato la mattanza, mentre lui e gli altri due romeni sarebbero scappati via. Di sicuro, il gruppo si è presentato armato con sbarre, mazze, tenaglie. Hanno sfondato la porta, e poi è cominciata la mattanza. Stando a quanto ha riportato uno dei romeni, Del Vasto ha strappato con un morso un orecchio di Habassi, che poi sarebbe stato anche colpito con sbarra e mazza da Alberici. Con una pinza a pappagallo, poi, Del Vasto avrebbe strappato un mignolo al tunisino. Uno dei romeni, Barbu (che per la procura avrebbe avuto il ruolo di palo), sostiene di non essere mai entrato nella casa dell'orrore. E anzi, di essere scappato dopo aver sentito gli altri che sfondavano la porta e di essersi nascosto nelle vicinanze. Anche Kosma, arrivato in Italia da solo 4 giorni, sarebbe scappato poco dopo.

«Quando arrivano, quelli si sono già ammazzati»

Ilaria Ferrari

Mostrano i telefonini sperando di poter dissipare, una volta per tutte, qualsiasi dubbio sulla loro richiesta di aiuto. Sono due residenti di via Castello, una coppia di inquilini della stessa palazzina dove è stato massacrato Mohamed Habassi, a sottolineare che la chiamata alle forze dell’ordine non solo c’è stata è anche stata tempestiva e ripetuta ben tre volte al 112 dopo un’iniziale telefonata al 113. Nei dettagli, sono gli stessi residenti a spiegare com’è andata quella maledetta notte tra il 9 e il 10 maggio. «Io e mia moglie stavamo dormendo – racconta un inquilino – e a mezzanotte e 35 ha telefonato una nostra vicina, sempre residente nella palazzina, spaventata per la confusione che stava sentendo. Lei vive sola con la figlia e non sapendo cosa fare ha chiamato noi. Appena alzati dal letto, abbiamo subito sentito le urla, le botte, le parole minacciose. Il 113, lo abbiamo chiamato subito, a mezzanotte e 36». Qui la prima stranezza perché «la polizia ci ha detto che il territorio non era di sua competenza e che avremmo dunque dovuto chiamare il 112» aggiunge l’inquilino. In realtà però la prassi vorrebbe che la stessa polizia avvertisse i carabinieri senza delegare il compito al richiedente aiuto. Comunque i coniugi ubbidiscono. Sono le 00,37 quando viene effettuata la prima chiamata al 112: «C’è una lite dai toni molto accesi» è la prima segnalazione fatta dalla coppia. Intanto lo strazio al piano rialzato di via Castello 1 continua. «Il rumore dei colpi era fortissimo e incessante, non smetteva mai, così come la vittima non ha mai smesso di urlare. Si sentivano parole in italiano corretto, di almeno tre persone diverse a giudicare dalle voci. Gridavano “dove hai messo i soldi?”, “dov’è tuo figlio?”, “dov’è la roba?”, “spaccagli la schiena”. Era terribile e abbiamo chiamato un’altra volta i carabinieri». Tutto questo succede in pochi minuti: non è ancora la mezzanotte e 50, quando dal telefonino i residenti ricompongono il 112 e questa volta per dire: «Chiamate anche un’ambulanza». I minuti continuano a scorrere tanto veloci quanto interminabili per chi ha nelle orecchie quelle grida strazianti. Nel frattempo, già dopo la prima telefonata, i residenti notano una persona in mezzo alla strada, a piedi nudi e con una sigaretta in bocca, che chiede aiuto e suona i campanelli, poi va a nascondersi nella palazzina di fronte a quella della mattanza che aveva la porta d’ingresso aperta. Si scoprirà poi che quello era l’amico di Mohamed Habassi che stava con lui nell’appartamento ma che è riuscito a scappare immediatamente all’arrivo di quel plotone armato di mazze e spranghe. Passano altri minuti e l’agonia non è ancora terminata. Ecco la terza chiamata al 112 con i residenti che stavolta parlano molto chiaro: «Scusi se la disturbo ma a questo punto c’è un morto». Era l’1,04 e, da alcuni secondi, era sceso il silenzio. «Non si sentiva più nulla – racconta ancora il residente –. Ogni lamento era terminato. Poi è stato aperto il rubinetto dell’acqua: forse gli assassini si stavano lavando le mani». All’1,12 uno scambio di messaggi tra due delle inquiline di via Castello testimonia che la pattuglia ancora non c’è. Arriverà pochi istanti dopo «a lampeggianti accesi ma sirene spente». «Sono scesi due militari molto giovani. Noi eravamo al balcone e abbiamo indicato qual era l’appartamento in questione e da dove stava uscendo uno degli aggressori ovvero dal retro, dai garage. Loro hanno indossato i giubbotti antiproiettili e hanno atteso l’arrivo della pattuglia di supporto, isolando la zona ed effettuando le prime verifiche. E’ arrivata mezz'ora dopo, all’1 e 40». Il resto, ormai, è storia nota con uno degli aggressori, Alessio Alberici, acchiappato nel cortile della palazzina.