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Parmigiani in cerca della felicità: sei storie

21 giugno 2016, 07:01

Parmigiani in cerca della felicità: sei storie

Un medico di Malandriano in Germania e una coppia di osti di Parma, un’illustratrice parmigiana in Belgio e un agricoltore dell’Appennino, un enologo in Nuova Zelanda e un Bollaio Matto di Sala Baganza. Sono i sei parmigiani e parmensi, tra i 24 e i 36 anni, protagonisti di queste pagine, che racconta di percorsi insoliti e scelte inconsuete. C’è chi si è ritagliato un angolo di libertà e gratificazione professionale in città e chi ha esplorato il mondo in lungo e in largo cercando di portarselo a casa. C’è chi ha viaggiato da solo, abbandonando certezze e comodità e scommettendo su orizzonti sconosciuti e c’è chi, al contrario, ha fatto una scelta controcorrente decidendo di rimanere nel luogo in cui è nato. C’è chi è partito e chi è rimasto, e chi continua a fare entrambe le cose. Joëlle, dopo gli studi di Architettura in Italia e tante perplessità, si è trasferita in Belgio, dove lavora come grafica e illustratrice di libri per ragazzi. Francesco, che non vuole limitarsi a un modo univoco di vivere il mondo, si è messo in gioco partendo da solo e senza contatti per frequentare la specialità di medicina in Germania. Martin ha studiato il vino dall’altra parte del mondo, dove la vendemmia si fa in primavera. Poi ci sono Dario e Stefania, che a Parma si sono reinventati un’osteria semplice e accogliente come quelle di una volta. Marco coltiva la terra dell’Alta Val Ceno ereditata dai nonni, e continuerà a farlo finché potrà. Infine, Yuri, Bollaio Matto e tante altre cose in giro per il mondo, e, a volte, anche per le vie di Parma.

Una raccolta di frammenti di vita personale e professionale, ma anche di riflessioni specchio dello stato d’animo, dei pensieri e delle percezioni di una generazione. Una generazione a tratti celebrata dalla retorica dei «giovani», a tratti compianta attraverso i sondaggi occupazionali. Una generazione raramente interrogata rispetto alle proprie sensibilità e esigenze, rispetto alla società di cui fanno parte. Ecco allora che ponendo questo interrogativo emerge un dato comune, trasversale alle diverse esperienze: la ricerca dell’aspetto umano attraverso se stessi, le relazioni, il lavoro, il territorio, le culture.

YURI

Yuri Bussi, di Sala Baganza, è laureato in Scienze dell’Educazione. Dei suoi 29 anni, gli ultimi 11 anni li ha trascorsi perlustrando il mondo in lungo e in largo, portando i suoi spettacoli di teatro e bolle di sapone nei cinque continenti e lavorando con organizzazioni umanitarie, in ristoranti, officine, scuole, stalle.

Monti messicani, giungle orientali, pianure africane, metropoli australiane. I suoi racconti non hanno nulla da invidiare ai grandi classici dell’avventura, disseminati di personaggi stravaganti e oggetti misteriosi: pare che tutto abbia avuto inizio proprio da un vecchio baule da viaggio in pelle, ereditato da uno zio che l’aveva utilizzato per emigrare in Argentina... Lo stesso baule magico che oggi lo accompagna nei suoi spettacoli: «Ho iniziato a recitare all’età di 4 anni, con la compagnia dialettale del paese. Da allora non ho più smesso, perché il teatro da l'opportunità di esplorare e far emergere i nostri esseri. Dopo diversi corsi, ho abbracciato il Teatro degli Oppressi: un metodo inclusivo che spinge le persone a cambiare le situazioni sociali cambiando le scene in teatro».

Poi sono arrivate le bolle. «Un giorno, mentre passeggiavo per le vie di Granada durante l’Erasmus conobbi un ragazzo argentino che si esibiva in strada. Passai qualche ora a fare bolle con lui, riuscendo a far entrare qualche monetina nel suo cappello».

Nasce così il personaggio del Bollaio Matto che ormai da anni racconta ai bambini di tutti i continenti storie sui valori dell'ascolto, l'uguaglianza, la ricerca di se stessi, l'amore, ma anche l’universo, la matematica, la geometria. «Le bolle di sapone sono un'arte antichissima, che si tramanda a pochi. Se ne sono occupati anche pittori e scrittori come Gianni Rodari e Antonio Machado. Per farle bisogna studiare i materiali naturali e le miscele, e allenarsi per renderle visibili a chi le guarda, anche dopo che sono scoppiate. La bolla infatti non è solo uno specchio secondo la fisica: tutti ci vediamo qualcosa, ci proiettiamo i nostri desideri».

Per ora Yuri si trova a Parma, dove lavora come operatore socio sanitario e dove ha creato il Laboratorio Permanente di Tdo ad Artlab, in Oltretorrente.

«Non sono di quei viaggiatori che sognano di non tornare mai o vanno via per scordarsi chi sono. Nei miei viaggi, porto la mia gente, riascolto le loro voci nelle situazioni difficili e al mio rientro cerco di trasmettere loro quel che hanno visto i miei occhi, le esperienze di libertà che ho vissuto. La testimonianza può far nascere riflessioni sul proprio quotidiano, portando tutti a sperimentare quel che impone il viaggio: la scoperta che tutto è vero e falso».

MARCO

Marco Monteverdi, 36 anni, vive in alta Val Ceno a Romezzano, una frazione sotto le pendici del Monte Penna, dove la provincia di Parma confina con quella di Genova.

E’ agricoltore. Ma la sua vita non è frutto di una scelta ascetica. Lui là, ci ha sempre vissuto.

«Ho studiato fino ai 15 anni prima nelle scuole di Anzola, quando ancora esistevano, e poi di Bedonia. Ero bravo, ma ho deciso di fermarmi per lavorare assieme ai miei genitori. Ho imparato accompagnando mio padre nei campi, durante la stagione del fieno, e nei boschi, durante quella invernale: all’inizio osservavo, poi ho cominciato con i lavori più leggeri, usando rastrello e forca. Infatti, a causa della conformazione del territorio, alcuni appezzamenti si lavorano ancora a mano».

Il lavoro si divide tra la coltivazione di quel che l’altitudine permette, patate e un poco di granoturco, soprattutto ad uso proprio, l’allevamento delle mucche da carne e il taglio dei boschi. Durante i mesi estivi le mucche sono al pascolo e ci si dedica all’agricoltura, alla falciatura e al trasporto della legna tagliata dal bosco alla strada, dove sarà venduta agli acquirenti. Nei mesi invernali le mucche sono in stalla e allora l’attività principale, neve permettendo, diventa il taglio della legna.

«La giornata tipica invernale inizia alle sei di mattina, con la pulizia della stalla e il cibo alle mucche. Poi si va nel bosco per tagliare la legna e si continua fino a tardo pomeriggio, quando la luce inizia a calare. Allora si ripassa dalla stalla per la pulizia serale e poi si torna a casa».

A Romezzano e nei paesi limitrofi, quasi ogni famiglia possiede una piccola azienda agricola. Sono infatti i terreni e gli allevamenti ereditati da nonni e bisnonni che permette alle persone di continuare a vivere sull’Appennino. Altri trovano impiego come muratori, nelle piccole realtà industriali di Borgotaro e Fornovo. Altri ancora si spostano verso Milano, Parma o Chiavari.

Come tanti hanno fatto 30 anni fa, con lo spopolamento delle montagne: «Quando ero piccolo si produceva il latte. Il lattaio saliva ogni giorno per comprarlo. Poi è subentrata la grande distribuzione, più economica, e allora abbiamo dovuto convertire l’allevamento con mucche da carne. Quel periodo è coinciso con lo spopolamento definitivo delle montagne: da tante famiglie che eravamo, oggi ci ritroviamo in sette. Chi è partito l’ha fatto come scelta volontaria o perché costretto, ognuno ha preso la strada che pensava migliore. Io ho sempre vissuto questa vita, sono nato e cresciuto qui, e sono legato al territorio. Faccio fatica a immaginare la mia vita in città. Ecco perché non ho mai pensato di emigrare. Finché posso, rimango».

JOËLLE

Joëlle Noharet, 25 anni è illustratrice di libri per ragazzi. Vive a Kortrijk, in Belgio, da più di un anno, ma la sua storia inizia qualche anno fa, dalle scuole del lungoparma di Parma.

«Terminato il liceo scientifico Ulivi, ero spaesata e continuavo a procrastinare il momento della scelta. Mi iscrissi ad Architettura Ambientale, ma non mi ci volle molto per capire che il mestiere di architetto non faceva per me».

Joëlle porta avanti la sua scelta, e con i soldi guadagnati lavorando per diverse estati in una fabbrica di pomodori, decide di partire alla ricerca di nuovi stimoli e punti di vista. Prima con il progetto Erasmus in Francia, il paese di origine di suo padre, poi a Milano e infine, dopo la laurea, in Belgio, dove finisce un po’ per caso.

Viaggiando viene a contatto col mondo della grafica e dell’illustrazione, non poi così distanti dalla sua formazione di architetto: «Col tempo e qualche notte insonne ho trovato la mia strada».

Joëlle sta ora preparando il suo primo progetto editoriale. Dopo un anno a Kortrijk, la città le è più familiare. Ne apprezza la vita culturale, gli stipendi che gratificano il lavoro, l’efficienza e pulizia trasporti pubblici, le strutture sanitarie che lasciano a bocca aperta.

«Il mio tenore di vita probabilmente è aumentato rispetto a quando abitavo in Italia. Tuttavia, sono tanti gli aspetti di cui sento la mancanza: la bellezza della città, le colline a pochi chilometri e il mare poco più in là. Finché avevo sotto gli occhi le vie del centro, non mi rendevo conto della reale bellezza dei borghi, dei colori delle case, delle sfumature del marmo del Battistero. E di quanto tutto questo influenzi l’umore. Per questo mi ripeto spesso che, presto o tardi, tornerò nel mio paese. Nonostante si parli ogni giorno di disoccupazione e precarietà, mi piace credere che, quando tornerò, ci sarà un posticino anche per me».

MARTIN

Martin Zejfart ha 24 anni. Affascinato dalla cultura enologica s’iscrive, dopo aver frequentato l’Istituto Magistrale San Vitale di Parma, al corso di laurea in Viticoltura ed enologia dell’Università Cattolica di Piacenza.

Durante gli studi, trascorre qualche settimana in un vitigno nel sud della Francia, ma la curiosità di scoprire approcci più moderni e inconsueti al mondo del vino, lo spinge a sognare di paesi lontani con una giovane cultura vinicola.

A inizio marzo, dopo la laurea, parte per la Nuova Zelanda e trova lavoro nell’azienda Yealands Eastate Wine, una cantina vicino a Blenheim nella regione di Marlborough, dove si occupa della trasformazione dell’uva. «Dal punto di vista professionale trovo molto gratificante che si dia l’opportunità ai giovani di responsabilizzarsi e apprendere. In Italia manca il sentimento di fiducia verso il principiante: anche per questo si fatica a distinguersi dalla massa e ci si sente di troppo. All’estero, invece, l’inesperienza è considerata un valore aggiunto. Questo atteggiamento mette il principiante nelle condizioni di poter esprimere le sue capacità e peculiarità. Un altro aspetto che ho apprezzato è il rapporto di sintonia tra uomo e natura, che si esprime attraverso lo sport, una vita sana, la tutela e valorizzazione dell’ambiente. Le cose funzionano anche grazie al rispetto delle persone e dell’ambiente». Un arricchimento che Martin intende portarsi a casa, in vista di un futuro di vita e lavorativo a Parma: «La situazione occupazionale in Italia mi sembra molto dura, ormai occorre crearsi le prospettive da soli. Ma se si riesce a farlo rispettando se stessi, può anche essere un’opportunità per costruirsi davvero il percorso più adatto. Anche per questo, sento che il mio viaggio non è ancora finito».

STEFANIA, DARIO e ARTAJ

Artaj in dialetto parmigiano significa «ritagli». Quelli che si ottengono dalla lavorazione artigianale della materia, come nella preparazione della pasta fatta in casa. Artaj è il nome dell’osteria che due amici, Stefania Biacchi, 30 anni, e Dario Alberici, 27, hanno inaugurato sei mesi fa a Parma, in stradello San Girolamo. Un’osteria in cui oltre a loro, che si occupano della gestione e del servizio ai tavoli, lavorano due cuochi in cucina, tutti con età comprese tra i 23 e i 30 anni. Un’osteria dal clima casalingo in cui riscoprire il territorio attraverso il cibo. «Il nome viene dalla saggezza di un signore d’altri tempi», spiega Stefania mentre mette la moka sul fuoco, perché qui il caffè si prepara rigorosamente così. Ma riflette anche una necessità attuale, quella di ritagliarsi uno spazio di libertà, in cui creare con le proprie mani e idee, qualcosa che unisca lavoro, etica e gratificazione. «Artaj nasce da un ragionamento complesso sul cibo, che ne abbraccia l’aspetto nutritivo, sociale, lavorativo, culturale. La nostra idea s’ispira al concetto di «buono, pulito e giusto», espresso nell’omonimo libro di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food», racconta Dario. E , infatti, il cuore di questo progetto è la materia prima. Locale, di qualità, selezionata grazie ai contatti di Dario nei Gas (Gruppi di Acquisto Solidale), evitando la grande distribuzione e optando, invece, per piccoli produttori locali che rispettassero la biodiversità, l’ambiente e i lavoratori. Poi viene la cucina, creata con lo stesso rispetto per la semplicità e il territorio. Artaj è frutto di scelte inconsuete. Stefania ha studiato Conservazione dei Beni culturali a Parma. Ha lavorato alla radio dell’Università e in diversi ristoranti. Dario, dopo aver studiato al Marconi e frequentato la Facoltà di Economia, ha lavorato prima nei mercati ortofrutticoli e poi come tecnico audio, mestiere appreso sul campo. Un giorno, attraverso una telefonata tra i due amici, il desiderio di costruire qualcosa che unisca convivialità, etica del territorio e sostenibilità dei consumi prende forma nel progetto dell’osteria. «Artaj è stato un salto nel buio, ancora adesso stentiamo a crederci. Il lavoro è certo faticoso, ma è ripagato dall’affetto, dalla riconoscenza e dalla fiducia delle persone con cui abbiamo a che fare: dai frequentatori del locale agli artigiani, dai nostri colleghi ai vicini di quartiere. Il periodo storico e lavorativo che viviamo non fa che incrementare il bisogno di rapporti umani. E’ quel che cerchiamo di fare ad Artaj».

FRANCESCO

Francesco Conte, medico di 27 anni, vive a Colonia, in Germania, dove presto comincerà la specialità in Chirurgia plastica. Di Malandriano, ha frequentato il Liceo Ulivi e si è laureato nel 2013 in Medicina all’Università di Parma, allo scoccare dei sei anni e con il massimo dei voti. Senza rinunciare a un’altra sua grande passione: il viaggio. Un anno a Madrid in Erasmus, un’estate a lavorare in Australia con i suoi fratelli, qualche mese a imparare l’inglese in Florida. Esperienze decisive, in cui scopre nuovi modi di affrontare la vita e la sua professione. «Il mondo racchiude in sé tanti altri mondi: ho cominciato a interessarmi alle vite delle persone che ho incontrato, ai diversi modi di considerare le cose, anche nell’ambito della mia professione, ed è nato così il desiderio di frequentare la specialistica all’estero».

Molti paesi hanno concorsi, abilitazioni, sistemi universitari diversi, e Francesco decide di tenersi aperte diverse possibilità, dividendosi tra le guardie mediche, lo studio delle lingue, l’invio di curriculum all’estero (viene accettato per delle frequenze a New York, Miami, Toronto e in Germania) e la preparazione del concorso italiano. A Parma vince un posto in tre diverse scuole di specialità, ma non in quella desiderata, Chirurgia plastica.

«Tutti mi dicevano di accettare i posti vinti, tranne i miei genitori e la mia coscienza: allora ho mollato tutto, e sono partito da solo e senza contatti per la Germania». A due anni di distanza da quel bivio, Francesco ha frequentato reparti di ospedali di Hannover, Düsseldorf e Aquisgrana, ottenuto la certificazione di lingua e superato l’abilitazione medica tedesca, che gli consentirà a breve di cominciare la specialità di Chirurgia plastica. «Spesso siamo sovrastati dai concetti a noi imposti dalla società che ci dicono quel che è giusto fare e come deve essere fatto. Certo, è fondamentale seguire una direzione, avere obiettivi, ma la vita va oltre gli schemi preimpostati e ognuno deve seguire quello che ha dentro. Così facendo il tempo non è perso ma guadagnato, perché si diventa più consapevoli di se stessi. Inoltre, crescere nello stesso ambiente costringe a indossare una maschera, che è il modo in cui gli altri ci vedono e in cui noi stessi ci presentiamo. Quando si viaggia non si è nessuno, ed è allora che si tolgono le vecchie maschere».

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