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Zibello

Don Regolani pellegrino in bici

30 giugno 2016, 07:00

Don Regolani pellegrino in bici

Paolo Panni

Da Zibello a Roma in bicicletta, per l’Anno Santo della Misericordia. Lo ha fatto, nei giorni scorsi, da don Gianni Regolani, parroco di Zibello, Ardola e Santa Croce. Non una impresa sportiva (lui che, comunque, ne ha compiute tante) ma un pellegrinaggio verso la Porta Santa, seguendo le sacre scritture: «Beato chi trova in Te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio».

«Il pellegrinaggio – ha spiegato don Gianni al suo rientro a Zibello – fa capire che cos’è la santità, cioè percorrere una strada verso il Signore. Una strada che può celare momenti di felicità e altri di difficoltà, l’importante è continuare senza mai perdere di vista la meta. Se hai chiara la meta, è tutto più semplice e quando capita di sbagliare, torni indietro e ricominci».

In effetti un paio di errori, lungo il percorso, ci sono stati. Ma non è mai nemmeno stata presa in considerazione l’idea di mollare. Don Gianni ha effettuato il percorso insieme ad un amico: «Andare insieme – spiega – rende l’esperienza ancora più bella, permette di condividere il senso di un cammino».

Il viaggio ha preso il via a Zibello ed è proseguito con tappe a Borgotaro, al Passo del Brattello e a Romito Magra (dove don Gianni ha incontrato il parroco del borgo spezzino don Roberto Poletti, sacerdote con parenti a Zibello) e, quindi, a Pisa, Livorno, Grosseto e Tarquinia. In ogni luogo, tutti i giorni, don Regolani ha celebrato la messa (incluso alla croce sul Monte Penna, alla chiesa del Passo del Brattello, al santuario della Madonna di Montenero a Livorno, a Tarquinia per la festa di San Giovanni Battista), trovando ovunque ospitalità e cortesia da parte dei confratelli sacerdoti delle parrocchie attraversate; a Grosseto, tra l’altro, ha avuto la possibilità di riposare in seminario, mentre a Tarquinia è stato invitato alla festa serale per la ricorrenza di San Giovanni.

Comprensibile l’emozione provata al momento in cui Roma è stata raggiunta. Don Gianni ha attraversato la Porta Santa sia della Basilica di San Pietro che di quella di San Paolo. «Trovarsi nel centro della cristianità a rinnovare la nostra fede – ha commentato – è sempre qualcosa di importante e speciale. Con me, attraverso la Porta Santa delle due Basiliche, ho portato tutti i miei parrocchiani e i miei amici, pregando per tutti loro».

Il pellegrinaggio è durato sei giorni, con tappe quotidiane di circa 100 chilometri, per un totale di 600 chilometri, comprese alcune deviazioni e un paio di errori di percorso. Errori di fronte ai quali don Gianni e chi lo accompagnava non si sono mai persi d’animo. Anzi, hanno avuto dei «segni», come l’incontro con una signora anziana che ha indicato loro il percorso corretto (per questa l’hanno definita «l’angelo») e, poche decine di metri più avanti, si sono imbattuti in un cartello che diceva «Il Signore ti accompagna sempre».

«Ho sentito molto vicina la mia comunità – ha detto ancora don Gianni – e questo mi è stato di grande sostegno, come mi è stato di grande aiuto aver compiuto tutto questo con un amico, aspettandoci a vicenda».

Don Gianni, celebre anche per le sue imprese sportive, 75 anni compiuti il 4 giugno, ha retto benissimo allo sforzo. Al suo ritorno ha subito consigliato a tutti di vivere un’esperienza simile. Nel frattempo, si sta preparando a calcare a piedi il percorso di Gesù in Palestina, da Nazaret a Gerusalemme.

In viaggio con il crocifisso

Egidio Bandini

Non per nulla don Gianni Regolani, è il parroco di uno dei paesi del Mondo piccolo guareschiano e chissà che, anche a lui, non sia venuto in mente il racconto che Giovannino, su «Candido» n°4 del 1952, aveva dedicato ad uno strano pellegrino, Giacomone, che si era ritrovato a percorrere strade sconosciute con un compagno di viaggio straordinario: un crocifisso che ricorda quello di don Camillo.

«Era autunno e incominciava a far fresco, la mattina: Giacomone s’era buttato addosso il tabarro e così, col grande Crocifisso in spalla e il passo affaticato, aveva l’aria di uno che viene da molto lontano. […] Schivò le strade provinciali; prese scorciatoie attraverso i campi e batté le case isolate. “Passo di qui perché la strada è piena di sassi e di polvere e ho i piedi che mi sanguinano e gli occhi che mi piangono” spiegava Giacomone quando traversava qualche aia. “E poi ho fatto il voto così. Vado a Roma in pellegrinaggio.” […] Oramai era quasi arrivato al passo. La notte dormì in una baita e, la mattina dopo, si svegliò tardi, verso il mezzogiorno: affacciatosi alla porta della baracca si trovò in mezzo a un deserto bianco con mezza gamba di neve. E continuava a nevicare. Si trovò, sul tardo pomeriggio, sperduto fra la neve. E continuava a nevicare. Si guardò attorno e non c’era che neve, e neve veniva giù dal cielo. Guardò il Cristo appoggiato alla roccia. “In che pasticcio vi ho messo, Gesù” disse. “E siete tutto nudo...” Giacomone spazzò via col fazzoletto la neve che si era appiccicata sul Crocifisso. Poi si cavò il tabarro e, con esso, coperse il Cristo. Il giorno dopo trovarono Giacomone che dormiva il suo eterno sonno, rannicchiato ai piedi del Cristo. E la gente non capiva come mai Giacomone si fosse tolto il tabarro per coprire il Cristo. Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Poi fece seppellire Giacomone nel piccolo cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra queste parole: Qui giace un cristiano e non sappiamo il suo nome, ma Dio lo sa perché è scritto nel libro dei Beati».

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