Archivio bozze

IL CASO

L'esercito dei bambini «scartati»

25 luglio 2016, 07:02

L'esercito dei bambini «scartati»

Paolo Grossi

E' un vaso di Pandora. Quanta amarezza, quante sofferenze, quante tensioni si nascondono dietro la pratica del calcio dei nostri ragazzi? Nell'occhio del ciclone oggi c'è la Juventus club perché è la mamma di un ragazzo di questa società che ha deciso di denunciare pubblicamente dei metodi a dir poco discutibili. Altri genitori di ragazzini che si sono sentiti maltrattati dalla società di Fognano in queste ore ci hanno raccontato la loro esperienza. Si avverte nelle loro parole la delusione, la rabbia, la preoccupazione per come il bambino potrà reagire. Forse c'è anche il rammarico di aver contribuito alla situazione, magari spingendo il figlio ad entrare in una società che da anni è conosciuta, nel bene e nel male che questo può comportare, come una delle più orientate alle vittorie sul campo e quindi delle più selettive. E poi la competizione fa sì che anche altri club giovanili, nel tentativo di colmare il gap nei risultati, si mettano ad accelerare i processi di selezione, ad andare a caccia di piccoli potenziali campioni, soffiandoli ad altre società, magari dal bacino e dal glamour più limitato, ma dalla funzione sociale più radicata nel quartiere. Ecco comunque alcune altre testimonianze di genitori «scottati» dalle amare esperienza dei figli sui campi di calcio. E purtroppo resta la sensazione che si tratti della piccola punta di un grande iceberg, non solo bianconero.

Un altro escluso nei 2006
«A me che mio figlio non rientrava più nei quadri tecnici lo ha detto a voce il presidente dopo però che in due precedenti incontri mi aveva garantito che sarebbe rimasto». Comincia così il racconto del padre di un altro ragazzo dei Pulcini 2006 della Juve club che ci ha contattato. Nel mio caso fui io a chiedere alla società di ammettere mio figlio, così in alcune partite è stato osservato dal direttore sportivo e successivamente tesserato. Durante l'anno però l'allenatore ha concentrato la sua attenzione solo sui bambini con maggiori capacità, venendo meno al lavoro sugli altri, cosa che non dovrebbe accadere in una scuola calcio altamente specializzata, che dovrebbe essere in grado di migliorare anche chi ha più difficoltà. Abbiamo segnalato ai dirigenti parole e atteggiamenti inappropriati dell'allenatore che minavano la fiducia e l'autostima dei bambini, ma nulla è cambiato. Quest'estate la Juventus Club ha preso dalla Virtus un blocco di 8 bambini del 2006, e da lì deriva la scelta di tagliarne altri».

Tre lettere nei 2004
«Anche mio figlio, come molti altri della sua annata del 2004 - ci ha raccontato il papà di un ragazzo della Juventus club - ma anche di altre annate, ha ricevuto lo stesso trattamento, incoerente, diseducativo ed arrogante. Notare che io ero anche dirigente accompagnatore della sua formazione. Come un fulmine a ciel sereno, qualche giorno fa, rientrando dal lavoro, ho trovato mio figlio piangente con in mano la stessa lettera che avete pubblicato. «Papà, perché non posso più giocare a calcio nella Juventus? Perché non posso più giocare con i miei amici?». E' stata una botta tremenda sono stato davvero in difficoltà per consolare il mio ragazzo. Nel 2012 avevo scelto la Juventus Club sia per la sua fama sia perché la sede è piuttosto vicina a casa mia. Ora mi fanno ridere le parole dei dirigenti che lodano il loro club e parlano di problemi di numeri. L'anno prossimo la squadra di mio figlio avrebbe giocato a 11 e la rosa sarebbe stata di almeno 20 elementi, da ruotare sempre su tre tempi. Alcuni ragazzi che non si erano trovati bene se ne erano già andati, non ci sarebbe stato bisogno di altri tagli. E invece in tre hanno ricevuto la fatidica lettera. Dopo averla letta ho incontrato i diregenti lo scorso 12 luglio e con una vivace discussione ho lasciato la società con mio figlio».

Montebello: al telefono
Questa testimonianza invece è arrivata dalla mamma di un ragazzo che giocava nella Montebello: «Una situazione analoga è capitata a mio figlio che è del 2002. Dopo una riunione con la dirigenza in cui si parlava di conferme per tutti, ho ricevuto una telefonata nella quale mi si annunciava che per mio figlio non c'era più posto. E in un momento in cui diventa difficile trovare un'altra squadra. Peccato che proprio l'allenatore un anno fa avesse tanto insistito per tesserarlo visto che il suo ruolo era scoperto. Ora la Montebello si sta dando da fare per costruire un nuovo campo in via Jacobs perché, dicono, sono costretti a rifiutare 40-50 ragazzi ogni anno. Che amarezza».


  L'educatore  

Gandolfi: «Al bando tutte le esasperazioni»

Sandro Piovani

Scartato con una lettera: la vicenda del bambino di dieci anni lasciato a casa dalla Juventus club ha scatenato molte polemiche. Ma una storia come questa deve soprattutto far riflettere il mondo dello sport tutto. Ecco perché era giusto interpellare un atleta prima ed educatore poi come Paolo Gandolfi. Che da giovane ha giocato ai massimi livelli nel basket e poi si è impegnato a insegnare ginnastica a molti parmigiani. Che sono diventati atleti ma non solo. E che comunque, grazie anche al suo lavoro, amano lo sport senza barriere culturali di nessun tipo. Gandolfi sorride. E spiega lo sport, a prescindere. «Il ragazzo che pratica sport non necessariamente diventerà un giocatore di primo livello, sarebbe utile però che diventasse comunque un allenatore, un dirigente sportivo, uno sponsor, un giornalista, un arbitro, un semplice tifoso e che l’insegnamento sportivo ricevuto possa essere di grande utilità per il prosieguo della sua vita di relazione».

Da educatore come giudica questa vicenda?
«Mi sembra fuori da ogni logica; il bambino a 10 anni ha il diritto di praticare una attività motoria per puro divertimento e di farlo in forma puramente giocosa, solo in età più avanzata verranno effettuate selezioni in base ad altri criteri. E' ora di finirla con gli allenatori/istruttori/dirigenti che scimmiottano lo sport professionistico, i bambini si devono solo divertire e crescere con l'amore per lo sport; poi, se qualcuno avrà dimostrato doti importanti - ma solo in età molto più avanzata - sarà giusto che provi a diventare un campioncino, ma tutti, dico tutti, hanno il diritto/dovere di praticare lo sport per puro divertimento acquisendo, nel contempo, i grandi insegnamenti di vita che solo lo sport è capace di trasmettere».

Qual è l’età in cui si può iniziare a scegliere i giocatori per meritocrazia, a mettere in campo i migliori?
«Le età variano da sport a sport, vi sono alcune discipline più “precoci” (ad esempio ginnastica, nuoto) ed altre che necessitano di uno sviluppo, anche fisico, più completo».

E’ solo il calcio che vive di risultati anche personali?
«Purtroppo ormai tutte le discipline sportive sono vincolate ai risultati».

La sensazione è che l’obbligo di vincere sia più degli allenatori che non dei ragazzi. Che ne pensa?
«La mia esperienza sportiva mi insegna che molto spesso sono gli allenatori che pensano di essere bravi solo se ottengono immediatamente dei risultati, ma quasi sempre i buoni risultati iniziali non hanno seguito e molti ragazzi troppo impegnati e stressati a livello giovanile abbandonano l’attività e questa è sicuramente una sconfitta del sistema sportivo, anche per le società stesse».

Inoltre, pensando solo a vincere, oltre alla parte ludica manca anche la parte “istruttiva“, tecnica. Ai bambini sempre meno vengono insegnate quelle tecniche di base che da grande potrebbero rivelarsi fondamentali per proseguire in questo o quello sport.
«Sono pienamente d’accordo, spesso si insegnano i “trucchetti” che servono per avere immediati risultati contro avversari magari più ingenui, ma alla lunga sono i veri valori dello sport che trionfano: applicazione, serietà, impegno, tecnica, preparazione».

Ci sono rimedi a queste situazioni?
«I rimedi penso possano essere nel non esasperare l’attività giovanile. Ma per queste affermazioni fui messo al “bando” dalle stesse autorità sportive».

Cosa intende per non esasperare l’attività giovanile?
«In alcune discipline non avere fasi di avanzamento per meriti di vittorie, che spesso comportano anche imbrogli su date di nascita. Poi ritengo importantissimo che i bambini facciano una preparazione globale di tante discipline sportive, rispettando le età, le competizioni, i tempi di riposo; solo in seguito potranno avviarsi ad una specifica discipline sportiva in piena libera scelta personale, non dettata da genitori o insegnanti».

Viene naturale allora chiedersi se la formazione degli allenatori sia adeguata.
«Ho sempre sostenuto che gli allenatori-istruttori-insegnanti migliori debbano operare con i bambini più piccoli, i grandi atleti non hanno bisogno di grandi allenatori; questi allenatori non devono scimmiottare gli allenatori di serie A, i ragazzi sono totalmente diversi e vanno trattati con competenza, professionalità, pensando che si devono soprattutto divertire e si deve tenere conto che i giovani oltre allo sport possono e devono avere altri interessi. Quelli di tutti: famiglia, scuola, amici, divertimenti...».


   Lo psicologo   

Cola: «Con la selezione precoce non si crea lo spirito di gruppo»

Fabio Cola è uno psicologo che si occupa da sempre di gestione delle risorse umane. E ha tenuto molti corsi per allenatori e dirigenti di società sportive, da quelle giovanili sino a quelle dilettantistiche per arrivare ai club professionistici. Insomma, è indicato per commentare la vicenda della lettera di “licenziamento” che la Juventus club ha spedito ad un bambino di 10 anni. «Una lettera di questo tipo rappresenta un problema per chi la riceve ma anche per chi in quella squadra non la riceve, perché alimenta l’idea di un gruppo selezionato di atleti migliori. E a quella età non solo non dovrebbe essere vero ma diventa pericoloso perché rende instabile e precaria l’appartenenza (la prossima volta se sbaglio toccherà a me) e soprattutto non genera una idea di gruppo, di squadra, di collettivo ma di una somma di singole individualità spesso contrapposte. E così purtroppo non si diventa grandi».

Ma che significato si può dare a una lettera di questo tenore?
«Credo si tratti di un format utilizzato per atleti più grandi e in quel caso non ci sarebbe stato nessun problema. Il fatto che sia stato indirizzato a un bimbo di 10 anni e che successivamente i dirigenti abbiano considerato normale l’accaduto (''riceviamo decine di richieste ogni anno ed è giusto fare selezione...'') rivela un atteggiamento preciso sul piano pedagogico».

Dirigenti e allenatori di società giovanili possono (o devono) essere formati e come?
«Dal mio punto di vista la stragrande maggioranza delle società sportive ha un ruolo sociale ed educativo sul territorio: rappresentano una straordinaria occasione per accompagnare la crescita individuale e sociale dei ragazzi attraverso il lavoro di allenatori e dirigenti. Per esempio: tollerare ed accettare una sconfitta e riprogettare l’allenamento successivo per riprovare a vincere rappresenta una competenza importante per la vita quotidiana. In questo senso gli allenatori sono educatori e possono aiutare i ragazzi a comprendere il valore del “lavoro quotidiano” nella costruzione del successo. E così identità e appartenenza ad un gruppo, consapevolezza delle proprie risorse, capacità di stare in relazione con gli altri sono “muscoli” che lo sport allena, sempre che si abbiano persone preparate ed attente ai processi educativi. In sintesi gli operatori sportivi debbono essere formati sui temi pedagogici e relazionali perché rappresentano a pieno titolo una agenzia educativa dopo famiglia e scuola».

Come si possono abbassare le pressioni dovute all’obbligo di vincere a tutti i costi, già dall’età di 10 anni?
«Credo sia opportuno dividere nettamente lo sport inteso come divertimento e sana attività dall’agonismo. Nel primo caso l’obiettivo è far innamorare i bambini dello sport. Quindi mi chiedo se possiamo esasperare il concetto di successo senza creare situazioni di difficile gestione. A 10 anni non si deve vincere a tutti i costi. Questa mentalità, in questa fase della vita, è deleteria».

I genitori che ruolo devono avere nei rapporti tra club giovanile e i loro figli?
«Il tema è delicato. Spesso i genitori proiettano, più o meno consapevolmente, i propri desideri di realizzazione sui loro figli. Spesso omettono di “educare” ovvero di ascoltare e riconoscere le inclinazioni ed i desideri dei bambini. Pensano di fare bene e a volte tracciano percorsi inutilmente faticosi ed infruttuosi. E non solo nello sport. Quindi la prima domanda è chiedersi per davvero che cosa si vuole per i propri figli, quali obiettivi, quali esperienze e quali capacità sviluppare. Dopo di che gli adulti devono scegliere i contesti adeguati e coerenti con ciò che hanno stabilito. In questo senso se desiderano una esperienza sportiva che sia anche educativa è bene capire prima dove intendono iscrivere il proprio figlio. Da quel momento in poi un genitore dovrebbe partecipare attivamente alla vita della associazione, contribuendo all’organizzazione ed al miglioramento della vita sociale. Questo vuol dire anche accettare le scelte dei tecnici e rispettare il valore dello sport, il che non sempre avviene. Va stretta una alleanza educativa con gli allenatori perché l’unico sostanziale obiettivo per un genitore dovrebbe essere il benessere del proprio figlio». s. p.

© RIPRODUZIONE RISERVATA