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Maniscalco, una vita da romanzo

08 agosto 2016, 07:00

Maniscalco, una vita da romanzo

SAN LEONARDO

Enrico Gotti

La sua storia è un libro: Antonino Maniscalco oggi vive nel quartiere San Leonardo di Parma, per tanti anni è stato il medico dei «capannoni» di via Navetta, nel quartiere Montanara, fra pagine di miseria e umanità che non si dimenticano, e ancora prima, quando era un ragazzo di 13 anni, è stato uno dei pochi ad avere mangiato la famosa pastasciutta dei Fratelli Cervi. Maniscalco è nato a Campegine nel 1930.

Fino a diciotto anni - compreso tutto il periodo della guerra - ha vissuto nel paese reggiano. «Ricordo il 5 luglio del 1943 quando è caduto il fascismo - spiega -. Alcuni contadini della frazione Campi Rossi, dove abitavano i Cervi, fecero una bella “pastasciuttata” di mezze maniche condita con burro e formaggio». «Arrivarono con un trattorino, un carico agricolo, e dietro la pentola. Avevamo 13 anni e una fame da lupi. Invitavano a mangiare in piazza, per festeggiare, perché era caduto il fascismo. Non c'era una gran gente, in un paese come Campegine in tempo di guerra, ci saranno state 30-40 persone. Ma c'era un'atmosfera di festa». Un ricordo che lo ha colpito è stato questo: «Dopo quella “pastasciuttata”, quando ritornò il fascismo, arrestarono e ammazzarono i fratelli Cervi. Quando vennero i brigatisti neri vollero sapere chi aveva fatto la “pastasciuttata” in piazza e qualcuno fece la spia e li presero». Maniscalco si ricorda anche un altro fatto: «Il 24 aprile del 1945: quando tutto il paese è insorto, siamo andati a rubare il frumento al consorzio, si correva lungo le strade, verso la Lora, una pattuglia tedesca con due colpi di fucile ha ammazzato uno dei nostri, ora c'è un cippo che lo ricorda». Dopo il liceo a Reggio Emilia e dopo la laurea, venne ad abitare a Parma, «Ho fatto il medico di base, ho curato quasi tutti quelli dei capannoni della Navetta, c'era una miseria cruda, fra topi e sporcizia. Sono arrivato ad avere 3000 pazienti». Fra tanti episodi ne ricorda uno in particolare: «Avevo una paziente che l'avevamo mandata a casa a morire e non aveva neanche le lenzuola. Devo fare una confessione: io ero assistente universitario, con il professore Carlo Bianchi, e rubavo le lenzuola e le medicine per questa donna. Perché allora quelli dei “capannoni” non avevano la mutua, avevano solo l'assistenza del Comune: chi non lavorava non aveva la mutua. Perciò mi chiamavano di notte perché c'era un accordo con la pubblica assistenza; se chiamavano di notte non dovevano pagare».

Un'altra storia della vita di Maniscalco è quella di medico del patronato Inca Cgil, in cui ha seguito centinaia di casi di infortuni sul lavoro e mancati riconoscimenti di invalidità. «Ho cominciato a fare il medico del patronato nel 1965, ho continuato fino a quando avevo 80 anni». Un consiglio a chi ha venti anni oggi? «E' quello di avere un ideale, noi non avevamo mezzi, non avevamo soldi, ma avevamo un ideale, qualcosa da raggiungere, da conquistare».

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