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«La mia vita cancellata da colpe altrui»

09 agosto 2016, 07:00

«La mia vita cancellata da colpe altrui»

Roberto Longoni

La sua colpa? Essere una vittima. Il suo nome potrebbe essere su una lapide da tempo: a lungo lui stesso ha pensato di farla finita. Invece, Pietro Menghini ha resistito e ora passa al contrattacco. Nonostante per alcuni il suo sia solo il nome di fascicoli di mutui e pignoramenti, protesti e sanzioni. Nonostante per altri sia solo l'intestazione di pratiche dimenticate nel fondo di chissà quale cassetto, quando - per legge - dovrebbero ridargli speranza. Pietro Menghini è il titolo di un dramma (un uomo tradito da un «amico» e ora senza più lavoro, carico di debiti, con il rischio di perdere anche il tetto) che ha preso il posto di una vita. Manca la fine, ma la data d'inizio è chiara: 19 maggio 2008. Quel giorno, a carico del lattoniere di Pontescodogna scattò l'accertamento della Guardia di finanza di Fornovo. Lui scoprì in diretta, con le fiamme gialle, di essere stato un evasore totale dal 2003 al 2006. «Io avevo dato i soldi in contanti ad Alessandro Basoni, il mio commercialista. Che s'era ben guardato dal pagarmi le tasse. Così ha fatto con almeno una quarantina di clienti». Ma fu da lui che l'Agenzia delle entrate andò a batter cassa. Il danno erariale era sui 30-35mila euro: nella primavera del 2009, all'artigiano fu proposto di saldare il debito con lo Stato pagando 68mila euro entro 60 giorni. «Non li avevo: chiesi un mutuo in banca». Per un prestito di 50mila euro (la somma necessaria al piccolo imprenditore) la risposta fu picche. Ma per 220mila gli spalancarono la cassa, giorni dopo. Non proprio un atto di generosità gratuita: a garanzia del mutuo c'era un'ipoteca di primo grado sulla bifamiliare per la quale Menghini aveva pagato 600mila euro (prima del crollo del prezzo del mattone). «Costretto dalla necessità, accettai». Peccato che nel frattempo fossero trascorsi i fatidici 60 giorni. «Entro fine anno, ricevetti una cartella esattoriale da 200mila euro. Saldato il precedente mutuo e il leasing del camion, mi rimanevano solo 70mila euro. Troppo pochi. Concordai una rateizzazione con Equitalia: 3.100 euro al mese per sei anni. Non potevo farcela con il mio reddito. Così, grazie ai 70mila euro rimasti e d'accordo con il nuovo commercialista  presentai all'Agenzia delle entrate un'istanza con richiesta di sgravio: mi erano state applicate le sanzioni sul presunto reddito d'impresa, nonostante le scritture contabili reali della Guardia di finanza». Inoltre, Menghini comunicò d'aver presentato denuncia civile per la vicenda. «L'Agenzia sostenne che non era sufficiente per richiedere la sospensione: pretese quella penale che presentai nel maggio del 2015, ottenendo solo un'archiviazione per prescrizione». L'avvocato che difendeva Menghini mirava a pagare le rate fino alla condanna del commercialista. «La sentenza avrebbe fatto annullare le sanzioni a mio carico. L'ottenemmo nel 2012: Basoni fu condannato a pagarmi 200mila euro che non vedrò mai. Ma nonostante i ripetuti colloqui all'Agenzia delle entrate non raggiunsi un accordo. Nemmeno la risposta alla mia istanza era regolare per tempi e modi: così, querelai un funzionario per inerzia grave». Intanto, un'altra querela partì: nei confronti di Equitalia, per usura, con richiesta in Prefettura per l'accesso al fondo per le vittime di usura. In Procura, l'artigiano presentò un esposto contro l'Agenzia delle entrate per un'ipotesi di estorsione. «Nel maggio del 2013 inviai anche una raccomandata al Garante del contribuente. La risposta arrivò nel giugno dell'anno dopo: la lettera invitava l'Agenzia a rivedere alcuni atteggiamenti nei miei confronti. Ma nei fatti non cambiò nulla. Equitalia mi aveva messo l'ipoteca sugli immobili, aveva pignorato i conti correnti e i crediti verso terzi, annullando ogni possibilità di incassare qualsiasi importo. La banca aveva sospeso il mutuo e aveva avviato la procedura per la vendita all'asta della casa. Querelai anche la banca per usura». Intanto, la vita di Menghini andava in frantumi. Senza reddito e senza più reputazione con i fornitori, senza più pace in casa («Ma ho scoperto lo spessore di mio figlio, che ha concluso gli studi con la scuola serale, per lavorare durante il giorno e guadagnare per la famiglia»). L'artigiano crollò. In ospedale gli diagnosticarono un diabete da stress, con glicemia a 600. Nel marzo del 2015, della sua vicenda si occuparono Le Iene. Tempo tre mesi, e Menghini ottenne un primo sgravio dall'Agenzia delle entrate. «Poco dopo, mi rivolsi alla dottoressa Paola Dal Monte in Procura, che mi ricevette con un alto ufficiale della Guardia di finanza: da quell'incontro partirono le indagini con l'accoglimento delle querele. Inoltre, ottenni una sospensione dei termini per 300 giorni, come previsto dalla legge antiusura, con richiesta di accesso al fondo previsto dalla legge 108/96. Ma la Prefettura, che entro 90 giorni avrebbe dovuto curare la pratica per la presentazione finora non ha fatto nulla. Ora, alla scadenza della sospensione, per la quale non sono previste proroghe, mi ritrovo al punto di partenza». Menghini, presentatosi a Equitalia con la sentenza che dovrebbe permettere lo sgravio delle sanzioni, si sarebbe sentito rispondere di «pazientare, in quanto la documentazione non è chiara e necessità di ulteriori controlli. Ma, dopo un sollecito di Procura e Guardia di finanza, l'Agenzia delle entrate ha sospeso la riscossione dei debiti residui per sessanta giorni. Debiti residui dovuti alla mia incapacità di far fronte agli obblighi fiscali successivi all'inizio della vicenda». La sospensione è stata rimandata a novembre. E dopo? «Ho già perso il lavoro. E rischio di essere sbattuto in mezzo a una strada. Espropriato della vita per una colpa che non ho commesso».

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