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Matteo Cambi: «Così ho ricominciato a vivere»

12 agosto 2016, 07:00

Matteo Cambi: «Così ho ricominciato a vivere»

Katia Golini

«Abito in un appartamento di 80 metri quadrati e pago 500 euro di affitto. Vivo con mia moglie e mia figlia. Sono felice». Appare sincero Matteo Cambi. Per niente ipocrita. E' riuscito a ricominciare e ne è orgoglioso. E' caduto, ma si è rialzato. Può andare a testa alta: ha pagato i debiti con i creditori, con la giustizia e con la vita, che tanto gli aveva dato e tanto gli ha tolto.

L'imprenditore, fondatore del marchio Guru, arrestato nella notte dell'11 luglio 2008 per bancarotta fraudolenta, racconta a «Vertigo», trasmissione in onda su Rai3 mercoledì scorso in prima serata, la parabola di un'esistenza da film.

Sono domande mirate a sondare l'anima quelle di Giuseppe Rinaldi. Dentro una stanza dal sapore antico, pareti e soffitti affrescati, ricordo lontano di una vita lussuosa, Matteo Cambi risponde senza reticenza. Braccia tatuate, capelli rasati, immancabile t-shirt e la fede nuziale bene in mostra, l'imprenditore parmigiano non si nasconde dietro falsa modestia.

L'intervista parte dalle origini: la morte del padre quando ha appena 6 anni, la sostanziosa eredità - 650 milioni di lire - che gli piove addosso appena diciottenne, la nascita del marchio che lo ha reso famoso nel mondo: «Capisco che c'è un vuoto di mercato e decido, con un amico, di trasformare la t-shirt in qualcosa di più di una semplice maglietta, qualcosa in grado di comunicare messaggi. Nasce così il marchio Guru, una parola breve, che si pronuncia nello stesso modo in tutte le lingue e che prende piede tra la gente».

La svolta arriva grazie all'incontro con Lele Mora, nell'estate del 2003. L'agente delle starlette introduce l'ambizioso imprenditore nel mondo dorato della televisione. Attori, «veline» e calciatori indossano le sue magliette e il business decolla. Lui stesso diventa volto da copertina dei giornali di gossip. Successivamente conosce Briatore e nel 2005 la Guru è sponsor della Renault. Il denaro piove nelle casse dell'azienda a ritmo incessante. «Il giro d'affari vive quell'anno un incremento del 500%: guadagno veramente un sacco di soldi».

Nel 2005-2006 il business raggiunge il «clou». «Il fatturato totale era intorno ai 100 milioni di euro. Mi sentivo invincibile, onnipotente, immortale». Cifre iperboliche che alimentano la smania di notorietà del giovane rampante. Il delirio di onnipotenza prende il sopravvento. Perdere il controllo diventa normale («Potevo spendere anche decine di migliaia di euro al mese solo per la cocaina» racconta).

Risucchiato nel vortice della popolarità, in preda a una bulimia da possesso, il giovane imprenditore si sente padrone del mondo. Ma nulla lo soddisfa fino in fondo: «Sono arrivato a possedere due yacht, uno di trenta e uno di quindici metri, un elicottero, un aereo privato, due case di proprietà di cui una villa al mare e una in città. Affittai la proprietà della famiglia Tanzi per poter parcheggiare l'elicottero nel parco. Non concepivo l'idea di andare a Milano in auto, dovevo utilizzare l'elicottero. Ho comprato un migliaio di orologi preziosi, una decina di auto tra cui Rolls-Royce, Lamborghini, Bentley». Tutto vano, gli oggetti non colmano la solitudine. Le persone che frequenta non gli danno quel che cerca.

Ha tutto e molto di più, ma è affamato d'altro: «Potevo arrivare a spendere 200mila euro per un solo weekend. E la follia vera era che dopo un giorno volevo tornare a casa. Desideravo solo stare in casa con la coca. Ho capito cosa voleva dire davvero toccare il fondo. Non stavo bene da nessuna parte e non mi accontentavo più di niente».

Cambi ammette di essersi sentito sopraffatto dal vuoto dei sentimenti, dalla solitudine, dall'insoddisfazione: «Non so cosa cercavo». La convinzione che col denaro si può comprare tutto scema, ma deve arrivare l'arresto per voltare pagina. E' in carcere e che ritrova la madre («I soldi ci avevano allontanato, la prigione ci ha riavvicinato»), gli affetti, il senso del reale («Mi avevano tolto tutto, ma non la vita»).

Ora Matteo Cambi è un uomo nuovo: «Sono più felice oggi, certamente. Non posso però essere così falso da dire che non penso a tutto quello che avevo. Tutte quelle cose non mi mancano, ma so bene che avrei potuto gestire e amministrare meglio la grande fortuna che mi era capitata».

Cambi è un'altra persona, con diverse priorità («mia figlia, mia moglie Stefania, punto di riferimento di cui non posso fare a meno e che rappresenta tutti quei sentimenti che non avevo mai provato prima»), e nuove speranze. E' pronto a ricominciare anche professionalmente: «Abbiamo rifondato, con il mio amico storico Gian Maria (Montacchini, ndr.), un marchio che si chiama Life, ossia vita. Forse qualcosa vuol dire».

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