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Parma che vorrei

«La città del futuro? Vorrei facesse un salto indietro»

13 agosto 2016, 07:00

Claudio Rinaldi

Da piazzale Inzani alla California. Ne ha fatto di strada, Gino Campagna. E' diventato “Chef Gino” per un esercito di bambini (e non solo) americani. Oggi è una celebrità: spopola in tv, su internet, su Facebook (da non perdere i video delle sue apparizioni in televisioni in lingua spagnola). E' una forza della natura: le sue lezioni di cucina sono un mix di corretta alimentazione e cabaret. Ed è un perfetto ambasciatore di Parma negli States. Di Parma e dei suoi meravigliosi prodotti gastronomici.

Che ricordi ha dell'infanzia?

«Sono nato e cresciuto nel mio caro Oltretorrente e penso che gli anni della mia infanzia, in piazzale Inzani e dintorni, siano stati fondamentali nella mia formazione. In quegli anni, nel quartiere, c'era un fortissimo senso di comunità. Ci si conosceva tutti e ci si aiutava a vicenda. Lo dico senza falsi sentimentalismi».

Cosa intende?

«Giocavamo, lavoravamo, ridevamo, mangiavamo e a volte soffrivamo tutti insieme. Un esempio? I pasticceri del piazzale, la famiglia Cecè – che consideravo e ancora considero una seconda famiglia – mi portavano in vacanza con loro, ci regalavano le paste alla fine della giornata. Andrea, Laura e il caro Mirco, i figli dei titolari, sono stati compagni di mille avventure. Una Parma che credo non ci sia più, ma che io tengo viva nel mio cuore».

Che scuole ha fatto?

«Elementari alla Cocconi e medie alla Mazzini Drago. Ma la grande scelta che ho fatto è stata quella di iscrivermi all'Istituto magistrale. E' stato per una sorta di vocazione che avevo fin da piccolo: avevo facilità a comunicare entusiasmo e partecipazione ai bambini con cui venivo in contatto e questo mi ha spinto a diventare animatore pedagogico, portando avanti un'educazione basata sul gioco e sul divertimento».

E ha cominciato all'asilo Guadagnini.

«Sì, un posto dove c'è un bel pezzo della mia vita: è l'asilo che ho frequentato io, quello dove mia mamma lavorava in cucina, quello dove ho cominciato a lavorare».

Che ricordo ha della Parma degli anni Settanta e Ottanta?

«Una città molto provinciale, chiusa, incestuosa. Ricordo il mitico locale il Picasso come una piccola isola di energia “globale” in una città che all'epoca pensavo fosse troppo piccola e che mi stava stretta. Ho imparato poi col tempo che la ragione per la mia “inquietudine” non era Parma ma una curiosità esistenziale che mi spingeva a viaggiare».

A viaggiare in giro per l'Europa e a finire negli Stati Uniti.

«Sì, prima sono stato un paio d'anni a Londra. Poi questa curiosità mi ha portato in California, nel 1991. A Venice, sulla spiaggia, con mio fratello Flavio».

Com'è stato ambientarsi negli Usa? C'era un abisso, tra Parma e la California?

«Venice per me un era po' come tornare in piazzale Inzani. Il californiano è, in genere, aperto, cordiale: dopo una settimana nella nuova casa conoscevamo già tutti i vicini e tutti sapevano chi eravamo. Il primo anno a Venice non avevo neanche la macchina ma andavo in giro in bicicletta: proprio come a Parma».

Poi ha imparato cos'è il sogno americano.

«Proprio così. I primi anni in California sono stati quelli del sogno americano realizzato. Mio fratello, con un piccolo aiuto da parte mia, è riuscito a scalare le vette della grafica mondiale, partendo da un piccolo studio dentro al nostro garage».

E, a un certo punto, ha lasciato la Kampah Vision ed è tornato a lavorare con i bambini.

«Sì, sentivo di dover tornare alla mia vocazione, stare in mezzo ai bambini, lavorare con loro. Avevo già notato che i bambini americani, rispetto agli italiani, conoscevano veramente poco o nulla di ingredienti e ricette, costretti a una dieta perenne di crocchette di pollo, patatine e hamburger».

E come le è venuto in mente di insegnare ai bambini a cucinare?

«Io ero cresciuto alla “corte” della più grande cuoca del mondo: mia mamma, la Pina. Un simbolo vivente dell'Oltretorrente, una donna che rappresenta la pamigianità vera, schietta. Un grande amore per la vita e per il buon cibo che mi ha trasmesso fin da piccolo, quando la aiutavo a cucinare, per esempio mettendo il pollice dentro gli gnocchi per creare la caratteristica forma».

Come ha cominciato?

«Ho iniziato a girare per le scuole, organizzando lezioni di cucina in giro per Hollywood e Beverly Hills. Ho avuto un'idea per una serie televisiva che è diventata uno show televisivo su Disney Channel: “Gino's kitchen”. Una piccola serie che però – e ne sono orgoglioso – ho pensato, creato, scritto, prodotto e presentato».

Ed è arrivata la popolarità.

«Sì, da quel momento sono diventato il paladino del buon cibo, soprattutto italiano, in California».

E, oggi, in cosa consiste la sua attività?

«Insegno, faccio corsi nelle scuole, curo “web episode”, sono invitato nelle televisioni per brevi e lunghe apparizioni, organizzo eventi dal vivo, partecipo a blog prestigiosi e ho lavorato al fianco dei più grandi chef americani. Un'altra cosa molto interessante è stata partecipare alle prime due stagioni di “Born This Way”, un reality su una rete nazionale, A&E Network, dedicato a sette giovani con la sindrome di Down: un'esperienza bellissima. Ho lavorato con Jamie Oliver e partecipato alla campagna “Chefs move to school” di Michelle Obama. E presto uscirà il mio primo libro».

Che libro sarà?

«La realizzazione di un mio vecchio sogno. Ho firmato un contratto con la prestigiosa casa editrice Rodale di New York, sono proprio fiero di questo. Sarà un libro di ricette “aperte” a interpretazioni creative dei bambini, ma anche un libro con tante informazioni sugli ingredienti».

Ha frequentato tanti grandi personaggi di Hollywood. Chi è quello che le è rimasto più impresso?

«Guardi, io ho lavorato con George Clooney per uno spot televisivo, ho fatto la voce di Sancho Panza con Michael York che faceva Don Chisciotte, ho scritto una canzone per Kyile Minogue con Giorgio Moroder, ho cenato con Spike Lee, Bernardo Bertolucci, Wim Wenders, ho conosciuto David Bowie e Al Pacino. Eppure la cosa che mi ha reso più fiero nella mia vita è stato quando un'amica, la Jennifer Grey di “Dirty Dancing”, mi ha chiesto di fare un “cooking party” per la figlia e le amiche».

Perché?

«Ricordo che quel giorno dovevo partire per l'Italia ma fu un favore che feci volentieri. Alla festa c'era anche il padre di Jennifer. Alla fine del mio intervento, mentre stavo per smontare tutto, è venuto da me e mi ha detto: “Questa è stata la cosa più incredibile che abbia mai visto nella mia vita. Sei una persona eccezionale!”. Era Joel Grey, che aveva vinto l'Oscar con “Cabaret”. Un film che ho visto mille volte nei cinema d'essai a Parma. La sua interpretazione, una fra le più esplosive mai vista in un film. I suoi complimenti sono uno dei ricordi più belli della mia vita».

Lei è un bel testimonial di Parma nel mondo. Non c'è apparizione tv dove non dica che Parma è la città del miglior formaggio del mondo, per esempio.

«Nel mio piccolo mi sento l'ambasciatore di Parma negli Stati Uniti. Ovunque vada, in qualsiasi situazione, ci tengo sempre a precisare che vengo dalla capitale del cibo nel mondo. Sarebbe bello avere un riconoscimento dalle autorità parmigiane: speriamo in una collaborazione “ufficiale” presto».

Che effetto le fa tornare a Parma?

«L'ultima volta sono venuto quasi due anni fa. Ero a Roma a girare una serie tv di cucina per bambini che poi, purtroppo, non è mai andata in onda. In una pausa dal set ho fatto una scappata a Parma, dove mancavo da anni. Devo dire, con tristezza, che per la prima volta nella mia vita mi sono sentito “turista” nella mia città. La gente è cambiata, i ritmi e le abitudini sono diversi. Forse è perché manco da tanti anni, ormai la “mia” Parma vive solo nei miei ricordi».

E questo le mette tristezza.

«Sì, ma se ci penso trovo che in fondo non è una cosa negativa. Mi vengono a trovare in California in tanti da Parma, amici e, sempre più spesso, ultimamente, i figli dei miei vecchi amici. Riesco così a scoprire una nuova generazione di parmigiani: svegli, curiosi, che conoscono il sushi tanto quanto gli anolini. Io sono rimasto “vecchia scuola”, mi mancano soprattutto i salumi. Purtroppo negli Usa non si trovano: nonostante un grande interesse in America, non riescono a arrivare nei supermercati locali».

Qual è la sua “Parma che vorrei”?

«E' la Parma brulicante di vita per le strade, con i bambini a giocare a nascondino, le vecchiette sedute sulle sedie di paglia a lavorare a maglia e spettegolare, le osterie piene di risate e discussioni. Una Parma in bicicletta, con i cestini della spesa pieni, con i bambini appesi nei sedili triangolari attaccati alla forcella. Vorrei la Parma che ricordo della festa della donna, con mia mamma a distribuire la mimosa per il quartiere, in corteo a cantare, a portare le paste alla banda che suonava "Avanti Popolo" in piazzale Inzani. Vorrei la Parma che si sedeva intorno ai tavoli delle feste di quartiere, a bere lambrusco e a mangiare salumi e torta fritta, a ridere e a cantare. Vorrei la Parma della mia memoria, che più passa il tempo più diventa bella».

Ma un giorno tornerà a vivere a Parma?

«Ormai l'America è la mia patria e, anche se non si può mai dire, dubito che tornerò a vivere a Parma. Ma, qualsiasi cosa succederà nella mia vita, mi considererò sempre un parmigiano».

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