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IL DISCO

Dylan, senza dubbio: "Desire"

di Michele Ceparano

13 agosto 2016, 09:00

A sentire alcuni, “Desire”, lavoro del 1976, è sicuramente uno delle opere più “dylaniane” del menestrello del Minnesota. C'è anche chi sostiene che non passa mese senza ascoltarne qualche brano. Insomma, può dare una certa “dipendenza poetica”. Bob Dylan lo firmò quarant'anni fa, tre anni dopo aver scritto l'immortale colonna sonora e partecipato come attore al western di Sam Peckinpah “Pat Garrett e Billy the Kid”. E qualcosa di quell'esperienza sembra permanere in “Desire”. Intanto la copertina, in cui Dylan ha il cappello da cow boy: un “Alias”, l'enigmatico personaggio da lui stesso interpretato nel film, più vecchio di tre anni. E il west, almeno quello ai confini con il Messico, in “Desire” ritorna in “Romance in Durango”.
Scritta da Dylan assieme a Jacques Levy, con cui il cantautore americano firmò tutto l'album a eccezione di “One more cup of coffee” e la stupenda “Sara”, scritta per la moglie Sara Lownds, piacque talmente a Fabrizio De Andrè che la ripropose, riscrivendola assieme a Massimo Bubola e reinventandola come “Avventura a Durango” prima nell'album “Rimini” e poi, ancora più travolgente, nel Volume II del leggendario concerto assieme alla Pfm. “Desire” però non è solo la storia d'amore per Sara Lownds, o il west di “Romance in Durango”, le atmosfere di “Mozambique” e i misteri di Isis (è Iside la dea egiziana e l'imperatrice dei tarocchi la cui immagine si trova nel retro dell'album), una canzone che sembra un film.
“Desire” fece anche discutere perché in questo lavoro Dylan diede fiato al suo impegno civile con “Hurricane”, forse il pezzo più famoso del disco, dedicato al pugile Rubin Carter, accusato ingiustamente di omicidio, e scrisse “Joey” in cui il cantautore racconta la vita di un gangster, Joseph Gallo, descrivendolo come una figura romantica. Due pezzi che scatenarono parecchie polemiche ma che contribuirono alla fama di “Desire”, un vero disco dylaniano, di quelli che hanno fatto la storia della musica. Quarant'anni dopo resta un lavoro da riascoltare o da scoprire.