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INCHIESTA

Medicina legale, «caccia» ai misteri della morte

17 agosto 2016, 07:02

Medicina legale, «caccia» ai misteri della morte

Chiara Pozzati

Ogni cicatrice, ciglia, granello di polvere può svelare qualcosa. Segni che intessono la trama di chi siamo, dov’eravamo, cosa abbiamo fatto e soprattutto cosa ci è accaduto. «Il nostro obiettivo? Dar voce a chi non l’ha più e ricostruire, tassello dopo tassello, gli ultimi momenti».

Il responso della scienza per sciogliere il rebus della morte. Sul tavolo dell’obitorio si dipana la vita e si rende giustizia. Inizia così il viaggio nell’istituto di Medicina legale dell’Università di Parma, dove gli investigatori in camice bianco (nessun cliché stile telefilm americano, per carità) passano le giornate tra delitti, autopsie, ricerche e, prima di ogni altra cosa, rispetto. Per Rossana Cecchi, la vulcanica dirigente al timone dell’Istituto, è soprattutto la «dignità della salma che va assolutamente rispettata. Protetta». Sia che si tratti del caso complicato, violento, sia per la morte improvvisa che coglie per strada o in casa «e va indagata con la stessa identica meticolosa pazienza. Lavorando qui ci si abitua alla vista della morte, ai suoni e agli odori, anche se non per questo si diventa indifferenti».

Uno staff giovane, fra specializzandi e medici appassionati, progetti avveniristici, un filo diretto con le procure di Parma, Piacenza e Reggio Emilia, ecco cosa si cela nei laboratori dell’istituto. Partiamo con un dato: la media annuale delle autopsie che vengono effettuate nella sala settoria è di 120, fra quelle giudiziarie e quelle legate ai riscontri diagnostici (quando si tratta di decessi improvvisi, non violenti, ma per cause che comunque vanno accertate).

Una certezza: questo campo non è per gli schizzinosi. Al primo piano si trovano gli uffici, la biblioteca, la sala comune. Mentre facendo una rampa di scale si scende verso il tempio della medicina legale: l’obitorio. E’ qui che le storie che formano l’ossatura della cronaca nera per settimane diventano materia scientifica. Arrivano sotto bisturi, microscopi, gas-cromatografo. Quest’ultimo a vederlo sembra un piccolo forziere, in realtà è un prezioso strumento che permette l’analisi sulla concentrazione di sostanze nel sangue, così da individuare la presenza di alcol, droghe o veleni. Due tavoli in acciaio tirati a lustro e l’essenza di due mondi che aleggia inconfondibile. E’ qui che l’alfa e l’omega, il principio e la fine, si sfiorano e si raccontano: «Basta saperli ascoltare», dicono.

E anche interpretare. Incidentalmente vediamo le «prove» di un giovane medico che cerca di svelare l’arma usata per un delitto. Sulla testa di un manichino sono stati riprodotti fedelmente i segni lasciati dai colpi inferti per individuare le compatibilità con varie armi da taglio. «Ma sono tante le cose che ci dice un piccolo taglio - ci spiega il medico -: ad esempio si riesce a capire se l’assassino sia mancino o meno». Stesso discorso per una corda avvolta attorno al collo del manichino: a seconda delle «impronte» lasciate dallo spago, si può stabilire se si sia trattato di un decesso auto inflitto o per mano di altri. O almeno si dà la versione più verosimile possibile, «perché in medicina legale non si parla mai di verità assoluta, ma dell’ipotesi più realistica in base agli elementi scientifici raccolti». Si tratta di casi vecchi, alcuni nemmeno riguardano Parma, ma di più non riusciamo a scucire. Se c’è una cosa che gli investigatori in camice sanno mantenere è il segreto.

Non solo casi, ma persone, vittime, sono passate per questi corridoi. Le storie che più hanno colpito anche i professionisti più maturi? Un’occhiata complice e tutti convengono: sicuramente sono rimasti turbati da quella di Alessia Della Pia, la 39enne massacrata di botte dal presunto assassino, il fidanzato tunisino Mohamed Jella. Ma anche quella di Mohamed Habassi, torturato e ucciso perché non pagava l'affitto dell’appartamento di Basilicagoiano che occupava, rimane scolpito nella memoria. L’aspetto più difficoltoso e doloroso? Dover eseguire l’autopsia di un bimbo, anche su questo c'è l’assenso di tutti. «La convivenza con la morte non è semplice - ammette la Cecchi -, ma per noi è un po’ diverso. Tentiamo di dare un senso agli ultimi istanti di una vita ».

E non è poco. Per chi se n’è andato e non può più parlare e per chi resta e merita di avere risposte. Poter piangere un caro, riportarlo a casa, sapendo che il suo messaggio non è rimasto inascoltato.