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MAXI NAUFRAGIO

Quei corpi che hanno un nome grazie ai medici parmigiani

17 agosto 2016, 07:01

Quei corpi che hanno un nome grazie ai medici parmigiani

Chiara Cacciani

La voce si fa un po' meno sicura mentre si scelgono le parole. «Perché un conto è vederlo al telegiornale, un conto è toccare con mano». Quelle mani che per cinque giorni hanno lavorato rispondendo in simultanea a testa e cuore, mestiere e pietà. E alla sera, a tuta bianca sfilata e con i pensieri di nuovo liberi, «sì, accusavi il colpo», ammette la direttrice dell'unità di Medicina legale dell'Università di Parma, Rossana Cecchi.

Lei e la sua squadra - quella formata dal medico legale Edda Guareschi, dallo specializzando Antonio Banchini e dal tecnico Giovanni Lanzi - sono rientrati da poco dalla Sicilia. Missione umanitaria, la loro. E senza uguali. Insieme a una decina di istituti di altrettanti atenei italiani partecipano al progetto voluto dal governo per il riconoscimento dei corpi dei migranti morti nella più grave tragedia del Mediterraneo dal 1945 ad oggi. Quel peschereccio che il 18 aprile del 2015 si inabissò nel canale di Sicilia con il suo carico di uomini, donne, adolescenti e sogni: ventotto i superstiti, circa 700 i migranti intrappolati nella stiva, chiusi a chiave dagli scafisti alla partenza.

Il barcone della morte è stato recuperato e potrebbe diventare parte di un museo della memoria, corpi e resti sono finiti invece nei «body bags», in un hangar refrigerato nella base della Marina a Melilli. In attesa di dignità: quella dignità che i medici legali italiani stanno cercando di ricavare repertando ossa e fototessere sbiadite, vestiti, denti e (pochi) documenti. Tracce di esistenze, di affetti, e di vita. Di passaggio sulla terra prima di finire in una tomba di assi in fondo al mare.

«E' stata un'esperienza importante per tutti noi», racconta Cecchi. «Dal punto di vista umano decisamente forte: non sapevamo bene cosa avremmo trovato. Abbiamo provato pietà, tanta pietà: è angosciante pensare che nella stiva di quella barca c'erano 700 vite rinchiuse, i cui sogni si sono spezzati nel peggior modo possibile». E poi c'è l'aspetto professionale: «Ed è stato sicuramente molto formativo. Sia per i colleghi che operavano per la prima volta con il metodo previsto per i mass disaster, sia per chi come me lo aveva già fatto durante una simulazione. Abbiamo dovuto lavorare in gruppo, e tra gruppi, con protocolli da rispettare, schede da riempire, e risultati che dovevano essere omogenei e sovrapponibili».

Il programma era serrato: alle 7 di mattina un pullman li prelevava a Catania, poi 50 minuti di viaggio per arrivare alla base militare di Melilli, il via al lavoro, il pranzo alla mensa coi marinai e di nuovo nell'hangar fino alle 20. Quando il pullman riprendeva la strada di Catania, «e là ci concedevamo una cena tra di noi, per scaricare la tensione. Tanta».

Alla partenza da Parma la speranza era di poter effettuare il riconoscimento di una ventina di corpi al giorno, «ma purtroppo le condizioni delle salme erano spesso così compromesse che abbiamo dovuto procedere in modo molto lento, sui dettagli, focalizzandoci su ossa, vestiti, documenti - ricorda la direttrice dell'Unità parmigiana -. Abbiamo cercato di capire etnie e provenienze». E - inevitabilmente - dalle tracce riannodare le storie. «Erano in gran parte uomini, e giovani: sotto i 30 anni. Ed è facile capire perché: sono i più forti e in salute quelli che se la sentono di partire a quel modo. C'erano tanti documenti sbiaditi, tante fototessere che si portavano addosso: indicano che venivano per lavorare, con buone intenzioni, non per una vita da clandestini».

Ci vorranno ancora quasi due mesi per concludere la missione, e a metà settembre, quando il progetto riprenderà, potrebbe esserci spazio per una nuova partenza parmigiana: «Vorremmo tornare, inviando la specializzanda che non è potuta venire, il nostro tecnico e chi desidererà tornare». Nel frattempo è arrivata la buona notizia: «Stanno giungendo i primi protocolli ante mortem dalla Somalia: è una vittoria, una bella cosa». Significa che le famiglie ora sanno, iniziano ad essere raggiunte e avvisate. Che potrebbero ritrovare chi hanno perduto e scrivere un finale. Doloroso ma necessario.

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