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REPORTAGE

Viaggio fra i borghi abbandonati della montagna

17 agosto 2016, 07:00

Viaggio fra i borghi abbandonati della montagna

Monica Rossi

In una quiete pressoché assoluta, fra silenzi spessi come di gesso, sopravvivono i «sassi» degli antichi borghi, dove al richiamo delle poiane e ai fruscii delle lucertole fa eco il sibilo del vento che, senza chiedere permesso, si fa strada fra le crepe e, altrettanto incontrastato, guadagna l'uscita insinuandosi fra assi e travi «conficcati» nel cielo.

Qui si è fermato tutto e tutto è immobile da decenni: i lastricati dei viottoli sono in rovina, secche sono le fontane che portavano l'acqua, muti i cortili testimoni dei giochi di generazioni di bambini, fredde le stalle, vuote le cantine.

Son spariti i covoni e le balle di fieno, le damigiane e i tini, le ceste, la mobilia tutta, gli attrezzi buoni e finanche quelli rotti. Restano persiane sgangherate, portoni divelti, cardini arrugginiti. E gli sfregi dei vandali, ladri di povere cose.

L'anima della montagna tace, s'avvolge di fitti misteri e non gira anima viva. Dove siamo? Potremmo essere ovunque: a Bössi di Bedonia come a Cà Scapini di Compiano, a Lavacchielli, Pareto o Vosina di Bardi come a Varviaro di Tornolo.

Borghi disseminati fra Valtaro e Valceno e accomunati dallo stesso destino: lentamente spopolati, poi del tutto abbandonati, con case e possedimenti mai più reclamati se non dalla natura che inesorabilmente, una stagione via l'altra, ne reclama gli spazi riconsegnandoli all'edera, ai rovi e alle malerbe infestanti, ma anche ad alberi che si fanno strada fra umili cucine sfondando antichi solai.

Eppure, un tempo questi insediamenti erano popolosi, i battesimi numerosi, le stalle erano calde, le ricorrenze onorate.

E anche se la terra dava a malapena quanto bastava per sopravvivere, era pur sempre vita.

VALTARO

Fra sassi antichi e misteri svelati

Bössi, ad appena 6 km da Bedonia, contrariamente a quanto si legge e si racconta, non è stata abbandonata all'indomani dell'arrivo dei tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nessuna diaspora, insomma... anzi, la leggenda secondo cui la Wermacht vi avrebbe piazzato una mitragliatrice per meglio colpire il nemico dall'alto è tutt'altro che vera, al punto che di tutti i borghi intorno a Bedonia, Bössi è stato l'unico a non essere toccato, quasi fosse stato dimenticato o non visto.

L'emigrazione, piuttosto, si è lentamente portata via i suoi abitanti, «sparpagliandoli» in America o in Francia, in molte città italiane o semplicemente più vicino a Bedonia. Passato a miglior vita l'ultimo tenace residente, il maniscalco Bruno Agazzi, anche Bössi è trapassata e nessuno più ne reclama le antiche case di sassi.

Che a detta degli studiosi erano esempi impareggiabili di architettura rustica, dove ogni nicchia, arcata o scalinata aveva uno scopo preciso: dispensa, cantina, stalla, pollaio, ricovero per gli attrezzi.

Cancellato ormai l'antico lastricato dell'unica strada stretta che attraversava il borgo, dove d'inverno si transitava solo con le slitte, di Bössi rimane sempre meno, salvo la memoria.

Ma per quanto? Di Varviaro invece, più vicina a Santa Maria del Taro che a Tornolo del cui Comune fa parte, si sta perdendo addirittura il ricordo, tant'è che di questo antico abitato già meritevole di citazione nelle cartine dell'800 sono in pochi a ricordarne esistenza e storia, meno ancora a conoscerne l'ubicazione.

Non solo l'arrivarci è impresa da enduristi o escursionisti navigati, ma una volta là si fa fatica a scorgerne le rovine al punto che ogni memoria si ferma a Menta.

VALCENO

Le sue «pietre» fra Toncina, Lecca e Noveglia

Lasciando la Valtaro via passo Colla, oltrepassata Cereseto direzione Valceno, ci si addentra in un territorio che di borghi abbandonati ne conta tanti. E molti, a quanto si dice, si uniranno alle file dell'abbandono nonostante qualche erede coraggioso ristrutturi l'avita casa come accade a Caneto, alle spalle di Granere.

In val Toncina, a pochi chilometri da Bardi ma ancora nel comune di Compiano, seguendo il torrente che dà nome alla valle, lungo una strada sterrata resa più agevole (e ahinoi meno affascinante) dalla costruzione di un metanodotto, compaiono all'improvviso i resti di Cà Scapini, antiche case in pietra tirate su nel ‘700 (così si racconta ma di certo vi è poco) dai sopravvissuti di un'epidemia di colera scoppiata nei borghi circostanti. Scappati da chissà dove, si sarebbero rifugiati a Scapini trovando un nuovo inizio.

Le incredibili storie che avvolgono questo minuscolo borgo sono tante, ma di certo vi è che Scapini non si è svuotata misteriosamente e nottetempo. Semplicemente, anche qui l'emigrazione ha fatto il suo corso, facendosi forte il richiamo delle valli.

L'ultima famiglia, che tutti sanno essere quella di Bruna Sidoli classe 1945, ha lasciato il borgo sul finire degli anni Settanta, mentre Giannino Agazzi, amatissimo maestro bedoniese che insegnava alle allora elementari di Cereseto ricorda ancora l'unica bambina che viveva a Scapini, cui faceva lezione di quinta elementare nel 1978-79. Andati loro, il borgo ha cessato di vivere, lasciando al tempo il ricordo sempre più sbiadito di generazioni di contadini, pastori e mulattieri. Ha cessato di vivere anche Vosina, in val Lecca, ancora abitata fin dopo l'arrivo delle parabole per la Tv e i comfort moderni. Non appena gli ultimi eredi delle vecchie case si sono trasferiti, arrendendosi all'impervia natura, ladri e vandali hanno divelto antichi portoni e moderne inferriate, rovistato fra cantine e rimesse, profanato edicole votive, spogliando così Vosina anche del mistero che di diritto dovrebbe avvolgere gli abitati dei nostri antenati.

Il fascino misterioso dei borghi fantasma torna invece prepotente a Lavacchielli, in val Noveglia: da sempre difficilmente accessibile, in un isolamento quasi totale - per raggiungerla occorre inerpicarsi verso Gravago lungo una stretta strada di montagna a tratti sterrata e poi affrontare una buona mezz'ora di bosco a piedi - si è spopolata negli anni Cinquanta lasciando dietro di sé case costruite con pietre abilmente lavorate e interni che fanno pensare che qui non viveva solo povera gente. Se prestiamo fede a quel che resta di soffitti affrescati e intonaci con delicate decorazioni.

La val Noveglia è celebre anche per Pareto, altro borghetto abbandonato da decenni: divorato dalla vegetazione, sussurra di vite passate quando laboriosi contadini lavoravano le terre, ergevano case in pietra, attingevano l'acqua dall'antica fontana.

Poco oltre Pareto resiste invece Pianelleto, sulla cima del Barigazzo, dove fino a poco tempo fa vivevano tre tenaci anziani (due donne e un uomo, Gino Baccarini, scomparso il 21 luglio scorso).

Poche sono le certezze sugli abitanti passati di questo borgo lontano da tutto, ma di una cosa possiamo essere tristemente certi: anche questo angolo arroccato nell'anima più nascosta dei monti emiliani, si sta avviando a divenire l'ennesimo borgo fantasma, lasciando dietro di sé libri mai scritti di vite eccezionali.

Il pianto dei sette bambini

Favole improbabili e sicure fandonie avvolgono la storia di molti insediamenti svuotati, quasi giustificandone l'abbandono. Che non è mai stato repentino ma semplicemente graduale a causa dello spopolamento della montagna.

A collezionare la serie più sbalorditiva è senz'altro Cà Scapini, che ha scatenato la fantasia di chi, sul web, vuole catturare l'attenzione degli appassionati dell'occulto o della storia rivisitata.

Si va infatti dal ritrovamento di una pastorella senza vita sui gradini della chiesa (di un paese che chiesa non aveva!) al pianto improvviso e straziante nel cuore della notte dei fantasmi di sette bambini perduti, passando per eccidi o fughe più o meno rocambolesche allorché in val Toncina arrivarono i tedeschi.

Anche Vosina ha il suo bagaglio «fantastico»: piace infatti raccontare che i residenti se ne siano andati perché spaventati dalle continue e insistenti «vocine» che si levavano dai dintorni.

E che dire della leggenda secondo cui a Lavacchielli si aggirino gli spiriti di un rabdomante e di un eremita che si erano ritirati nei boschi e di cui non si è mai più avuto notizia? E ancora, mentre in un bosco intorno a Pareto e Noveglia, detto «Serbùiu», si aggirerebbero gli spiriti a far festa, di Pianelleto si narra non solo che fu ed è luogo di «guaritrici» ma che nei suoi boschi si sono sempre aggirati folletti dispettosi. Varviaro invece è talmente sepolta nelle memorie perdute da non restituirci né leggenda né mistero improbabile.M.R.

Lo schianto di un aereo britannico

Il vasto comune di Bardi è quello che, in Emilia Romagna (e forse anche a livello nazionale) ha il maggior numero di borghi e località abbandonate.

Da Pareto di Gravago a Lavacchielli, per proseguire con Boioni (uno sparuto gruppo di case che si erge proprio sulla sommità del paese), Agneto, Vosina e la quasi abbandonata Pianelleto. Se altri piccoli borghi, come Banzuolo e Porelli per il momento resistono col loro minuscolo numero di residenti, è invece entrato a pieno titolo, a far parte dei luoghi «fantasma» il piccolo villaggio di Ronchi di Credarola, raggiungibile solo tramite una strada sterrata e lasciato al suo destino da decenni. La sua vicenda è identica a quella delle altre citate località ma è arricchita da un importante, tragico episodio storico, di cui si parla anche sul portale valcenoweb.it. Infatti nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943 gli abitanti di Banzuolo, Porelli e di Ronchi (che, all'epoca, aveva ancora diversi residenti) furono svegliati di soprassalto da un boato. Infatti, un velivolo militare andò a schiantarsi, forse per un temporale, contro il monte Ronchi. Dell'episodio parla ampiamente Domenico Rossi in un capitolo del suo libro «Credarola: la mia parrocchia».

L'aereo in questione era un Wellington XLM 329, appartenente alla 37esima squadriglia di bombardieri della base britannica di Djedeida (Africa Settentrionale). La squadriglia, come si può leggere anche sul sito valcenoweb, il 24 novembre alle 19.30, decollò per un'incursione notturna su Torino. L'equipaggio era formato da sei membri. Il capitano pilota, P.V. Taffe, neozelandese, il secondo pilota H.W. Fitch, canadese, il navigatore C.H. Wheasley, canadese ed i mitraglieri D.N. Crocker, J. Sheldon, W.G. Holmes, britannici. Erano tutti giovani in età compresa tra i 21 e i 28 anni. Tutti ovviamente morirono. L'aereo portava un carico di 44 bombe incendiarie ed un pieno di 4000 litri di carburante.P.P.

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