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Esplosione in via Monte Penna

«Quell'uomo ha sbagliato ma vogliamo aiutarlo»

18 agosto 2016, 07:03

«Quell'uomo ha sbagliato ma vogliamo aiutarlo»

Chiara Pozzati

C'era anche lui ieri mattina nella sala della speranza, anticamera del reparto di Rianimazione. Era lì don Umberto Cocconi, dove il tempo sembra sospeso e preghiere, pietà e fiducia si tendono la mano. Il tunisino 43enne che ha appiccato le fiamme nella palazzina di via Monte Penna, provocando l'esplosione, è ancora ricoverato con prognosi riservata. Il 50% del suo corpo è divorato da ustioni e le sue condizioni rimangono gravissime.

«Però sono fiducioso – assicura don Cocconi, al timone dell'associazione San Cristoforo -. E' giovane e in ottima forma, confido che riesca a riprendersi». Il giorno dopo la paura, una buona fetta del quartiere Cittadella è ancora sotto choc. Insieme agli attestati di fiducia, la missione d'inclusione portata avanti dall'ex parroco di San Giovanni Battista ha suscitato una pioggia di critiche.

«Chiaramente ci assumeremo le nostre responsabilità per l'accaduto – dice il prete con semplicità – anche stamane (ieri per chi legge, ndr) con un gruppo di volontari ci siamo adoperati per pulire le scale, poi risistemeremo l'appartamento. Sono consapevole che il vero e più grave danno provocato dal gesto del nostro fratello, è aver generato molta paura, circospezione e allarme sociale. E non posso che comprendere chi ha protestato. Però sono fermamente convinto che il 43enne sia una persona che ha sbagliato e ancora di più ha bisogno dell'amore e del sostegno della comunità. Non solo: vorrei ringraziare i padroni di casa, che ancora una volta hanno guardato all'associazione e ai nostri ospiti con tenerezza. Nonostante le pesanti conseguenze per l'appartamento mi hanno ribadito il loro sostegno».

Il prete degli «ultimi» non si sottrae ai taccuini, anzi tenta di mettere a fuoco sempre più i contorni di una storia delicata. «Purtroppo solo lui sa cosa sia accaduto davvero – chiosa con un fil di voce -. Se si sia trattato di un gesto disperato o se fosse solo un modo per attirare attenzione, sfuggito di mano. Certo è che i suoi demoni lo torturavano da tempo, ma non aveva mai espresso l'intenzione di togliersi la vita».

Demoni che hanno segnato il suo passato di piccolo spacciatore e assuntore, con una relazione naufragata e un rapporto difficile col figlio. «Per questo era particolarmente provato: voleva tornare in Tunisia».

Ma su una questione don Cocconi è perentorio: «Credo che il modo migliore per dissipare le angosce sia spiegare bene come funziona il nostro progetto d'accoglienza».

Innanzitutto l'appartamento di via Monte Penna 1 è fatalmente il primo «e più prestigioso alloggio che ci è stato donato per accogliere persone in difficoltà. Tutto è partito ben 13 anni fa». Una mano tesa verso gli emarginati della società: famiglie straniere sole, migranti, ex carcerati, senzatetto. «Quante persone avranno fatto tappa lì? Impossibile dirlo», appunta lasciandosi sfuggire un sorriso.

«Oggi possiamo contare su 13 appartamenti, fra cui edifici interi nel quartiere Cittadella. Molti sono doni frutto della generosità dei parmigiani che credono, come me, che il territorio possa curare ferite profonde e offrire prospettive per il futuro». A inizio settembre un'altra palazzina, la «Casa della Misericordia» verrà inaugurata in Oltretorrente. «Vorrei ricordare che abbiamo dieci operatori-educatori e possiamo contare sul prezioso sostegno del Sert, degli assistenti sociali del Comune e del carcere. Non si tratta di persone in difficoltà “parcheggiate” da qualche parte, ma di un percorso per tornare a guardare al futuro con speranza».

Che pensiero rivolge al 43enne? «Noi ci siamo ancora per lui, siamo la sua unica famiglia. Siamo pronti a donargli affetto, compassione e ci adopereremo sempre più perché possa fare ritorno in Tunisia». Teme ripercussioni dopo il gesto di martedì? «Credo in questa missione e mi espongo, nella consapevolezza che possano anche ferirmi. Ma ognuno porta la sua croce, no?».

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