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Maestro parmigiano

Otto cori per Morini

18 agosto 2016, 07:00

Otto cori per Morini

Lucia Brighenti

La musica rende gli uomini liberi, elimina le differenze, educa a stare in società. Quando si canta in un coro, si è tutti uguali davanti alla polifonia; lo può dire chi in questo campo ha tanta esperienza. Leonardo Morini, musicista parmigiano, è organista, clavicembalista, compositore. Ha scritto musical per bambini e ragazzi - come «Il gigante egoista», andato in scena al Teatro Regio, e «Scusi la musica dov'è?» su libretto di Antonio Burzoni, prodotto dal Conservatorio di Parma - e canzoni, di cui una arrivata in finale al Festival di Napoli. Ma a un certo punto della sua carriera è “stato scelto” dalla professione di direttore di coro, tanto che attualmente ne dirige otto in città: il «Quod Libet», il «Cor de' Vocali», i cori dei licei Ulivi, Romagnosi e Marconi, degli Istituti Giordani e Toschi, e il Coro dell'Efsa. L'amore per la musica è nato presto: «In famiglia non c'erano musicisti, - racconta Morini - anche se un po' d'imprinting è venuto da mia madre che ha sempre amato cantare e ha una bellissima voce. L'idea di fare musica pratica è stata però una cosa improvvisa, come un amore a prima vista».

Cosa ha fatto scoccare la scintilla?

«C'è stato un periodo della mia vita in cui mi sentivo molto disorientato: ero destinato a studiare ingegneria, come mio padre, ma sentivo che non era la mia strada. Quando frequentavo la scuola media ho scoperto che avevo molta facilità a imparare melodie con il flauto: in tutte le altre materie andavo malissimo, in musica invece avevo 10. Quindi è venuta la parte più difficile: fare accettare a mio padre l'idea. Per un ingegnere come lui, musica significava incertezza, quasi una perdita di tempo. Devo moltissimo alla mia insegnante di educazione musicale delle medie, Marisa Amadei, che ha parlato con i miei genitori per far loro capire qual era la mia strada. Quindi mi sono iscritto al Liceo Musicale Sperimentale presso il Conservatorio di Parma».

Come è nata l'idea di studiare organo?

«Ascoltando un disco di musica di J. S. Bach: sono rimasto folgorato dalla sonorità dell'organo e soprattutto dalle strutture imponenti e rigorose di quella musica. Ho capito che quella era la mia strada».

Come è cambiata la vita da quel momento in poi?

«È cambiata profondamente: dal buio dell'incertezza di un futuro indirizzato su una strada che non era la mia, a realizzare una passione che sentivo profondamente. Il Conservatorio mi ha aperto un mondo. Da allora sono diventato più sicuro, fiducioso e ho iniziato ad andare bene anche nelle altre materie: con la musica è nato l'interesse per la vita».

L'insegnante più importante?

«Il maestro Francesco Tasini, che è stato il mio insegnante di organo per dieci anni. Per me era come un santone che insegna i misteri del mondo. Ha fatto nascere in me la passione per la musica antica (lui è stato uno dei pionieri della riscoperta filologica in Italia) e mi ha fatto imparare un linguaggio che inizialmente mi appariva misterioso, poi si è aperto come una verità rivelata».

Nel corso sperimentale era compreso anche lo studio del clavicembalo...

«Sì, il clavicembalo è lo strumento che mi ha dato più sbocchi professionali. Ho suonato in molti ensemble, come l'Aura soave, l'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna, Europa Galante, La Venexiana... Suonare il basso continuo in orchestra mi affascina, perché c'è una componente di improvvisazione: la musica non è scritta per esteso e ti lascia una libertà quasi jazzistica. Il clavicembalo mi ha anche donato l'occasione di suonare (nell'ambito del Festival Monteverdi di Cremona) in un bellissimo concerto con Emma Kirkby, un soprano che ha segnato un'epoca per la musica antica e che è stato il mio idolo sin da quando ero ragazzino».

Come è nata l'attività di direttore di cori?

«Direi che non sono stato io a scegliere questa attività, piuttosto è lei ad aver scelto me. Mi hanno chiesto inizialmente di dirigere il coro Quod Libet, nato dallo scioglimento del Vocalis Concentus di Antonio Burzoni. Ho diretto per qualche anno il Città di Parma, poi sono stato chiamato dal liceo Ulivi, inizialmente solo per uno spettacolo, quindi per creare un coro stabile. Da lì l'attività si è allargata ad altri licei e istituti scolastici, all'Efsa, e così via».

Quali le più grandi soddisfazioni date dal lavorare con i giovani?

«È molto gratificante, perché i ragazzi hanno fame di musica. Farli cantare in coro è un modo per fare cultura in maniera viva, non studiandola sui libri, ma facendola diventare corpo, voce, sangue. Ho visto ragazzi crescere, diventare più sicuri di sé, imparare a stare assieme, piangere di emozione dopo un concerto. In un coro devi essere al servizio della comunità, non prevaricare nessuno, ti responsabilizzi: è una scuola di vita. Li faccio arrivare alla musica classica passando attraverso i loro gusti e qualche volta sono loro a chiedermi di cantare, per esempio, il Lacrimosa di Mozart. L'emozione più grande è vedere la concentrazione di questi ragazzi, di 14-15 anni, prima dell'attacco, quando sai che tra un istante uscirà dalle loro voci quel miracolo che è la musica».

Qual è l'atmosfera in un coro come quello dell'Efsa, nato in un ambiente di lavoro?

«C'è un clima molto particolare. Il coro ha la peculiarità di far sparire le differenze gerarchiche: il dirigente canta al fianco dell'ultimo degli impiegati, ci sono portoghesi, spagnoli, tedeschi, belgi, inglesi e tutti si divertono moltissimo. Per loro è un momento di stacco da un lavoro che spesso è piuttosto competitivo».

Con il Quod Libet avete avuto la soddisfazione di cantare con Josè Carreras...

«Sì, nel 2010: è stata un'esperienza molto forte, completata dalla bellezza di cantare sopra il tetto del Duomo di Milano...».

Tra i prossimi appuntamenti, domani alle 21, alla Piscina di Campora, Leonardo Morini dirigerà l'ensemble «Cor de' Vocali», gruppo formato da giovani tra i 18 e i 25 anni, che interpreterà musiche di Bon Jovi, Toto, Battisti, Fun, Queen e brani tratti da famosi musical.

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