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INTERVISTA

Deho: «Puntare sull'integrazione per crescere»

20 agosto 2016, 07:00

Deho: «Puntare sull'integrazione per crescere»

Katia Golini

Se dovessimo scegliere un solo aggettivo per descriverlo sarebbe coraggioso. Lungimirante, tenace e fiducioso, se ne avessimo altri tre a disposizione. Octave Clément Deho è arrivato in Italia dalla Costa d'Avorio il 25 aprile del 1992 con una valigia minuscola semivuota. Era in fuga per motivi politici. Oggi è un parmigiano a tutti gli effetti, lavora alla Scuola Europea, ha una moglie italiana e un figlio di cui andare orgogliosi.

«Come tutti i bambini nati dopo gli anni Sessanta - inizia il racconto - sono andato presto a scuola. Il governo ivoriano imponeva l'obbligo scolastico. La nazione aveva da poco acquisito l'indipendenza dalla Francia colonizzatrice e c'era bisogno di sostituire i francesi che occupavano l'amministrazione pubblica, compresi ospedali e scuole».

Lei ha scelto la scuola.

«Sì, volevo insegnare. In Costa d'Avorio però non ho mai insegnato: le peripezie della vita hanno fatto sì che me ne sono andato prima. Negli anni Novanta, che hanno sancito in Africa nera la fine del partito unico e l'avvento del multipartitismo, ho optato per il giornalismo “engagé”, ossia impegnato, militante. Con alcuni compagni di Università abbiamo fondato un giornale chiamato “Le Jeune Démocrate” (Il giovane democratico). Qualche tempo dopo, alcuni articoli ritenuti scomodi hanno causato l'arresto e la prigionia dei miei compagni. Ho dovuto lasciare tutto per venire in Europa dove risiedevano già mia sorella maggiore (in Francia) e mio fratello (in Italia)».

Come è arrivato a Parma?

«Sono arrivato con il volo della compagnia del Ghana, la Ghana Airways, che non esiste più. Atterrato all'aeroporto di Roma, ho preso il treno per Parma dove mi aspettava un cugino che viveva qui con la sua compagna, una donna meravigliosa che mi ha dato il primo abbraccio, il primo sorriso di cui c'è tanto bisogno quando si arriva in un Paese straniero. Vorrei esprimere al suo spirito - è deceduta qualche anno fa - tutta la mia gratitudine. Nella comunità è stato Michel Oulouade, presidente dell'Alse, a prendermi sotto la sua ala».

Cosa ha trovato a Parma?

«Ho trovato una forte associazione composta da lavoratori e studenti extracomunitari, l'Alse, diretta da Oulouadé. Alcuni di quei ragazzi oggi sono medici: Outman Mahamat, Faissal Choroma, Mbissoko Mbang Jean Paulin. Del gruppo facevano parte anche uomini di valore come Ali della comunità somala e Cheik del Senegal. Parma era un terreno fertile. Mi sono quindi fermato qui e ho fondato il primo giornale degli immigrati in Italia, chiamato “Vous et Nous” (Voi e Noi), con la collaborazione di giovani italiani del Gruppo Alfazeta di cui faceva parte l'attuale preside del liceo Bertolucci, Aluisi Tosilini. Maurizio Chierici era il direttore responsabile. Qualche anno dopo ho partecipato all'avventura di “Altracittà”, mensile di informazione sociale, diretto da Walter Antonini».

Chi vi supportava?

«Ci sentivamo protetti da Mario Tommasini e dal suo gruppo politico Nuova Solidarietà, senza dimenticare la Caritas diocesana (dove ho trovato i primi vestiti invernali) con don Franco Minardi».

Cosa faceva per vivere?

«Lavoravo come assistente agli anziani. Per un periodo ne ho seguiti due contemporaneamente. Nonostante le difficoltà, e sono state tante, furono bei momenti: mi permettevano di imparare in fretta la lingua italiana e mi davano un'autonomia finanziaria. Ho fatto anche il raccoglitore di cipolle a Roncopascolo, dove alloggiavo nella vecchia scuola abbandonata insieme ad altri ragazzi immigrati. Ho lavorato alla Pioneer di Sissa e all'Eridania. Più tardi sono stato mediatore culturale in alcuni comuni delle terre verdiane.

Oggi lavora alla Scuola Europea. Com'è la situazione?

«Diciamo così: dal punto di vista geografico avrebbe bisogno di trasferirsi al Campus universitario».

E dal punto di vista dei contenuti?

«Per continuare a crescere deve tenere vivo il messaggio di Monnet, che per me è un faro e che si trova scritto su una pergamena messa a dimora nel primo mattone di tutte le Scuole Europee. La frase è questa: “Educati fianco a fianco, liberati fin dalla più giovane età dai pregiudizi che generano divisioni, iniziati alla conoscenza della bellezza e dei valori delle diverse culture, crescendo prenderanno coscienza di doversi ispirare alla solidarietà. Senza smettere di guardare alle loro patrie con amore e orgoglio, diventeranno, nello spirito, degli europei, ben preparati a completare e consolidare l'opera intrapresa dai loro padri per l'avvento di un'Europa unita e prospera". Dal momento che frequentano il sistema scolastico europeo anche bambini e ragazzi non europei, io proporrei di sostituire nella citazione la parola “europei” con “cittadini del mondo”. Al posto di “Europa unita” metterei “mondo unito”».

Come è cambiata Parma dal 1992?

«E' cambiata tantissimo. Mi ricordo ad esempio di piazzale della Pace che era un parcheggio auto e della stazione che non è più quella di ieri. E' cambiata soprattutto nella sua gente. La popolazione degli immigrati è in continua crescita. Basti pensare alla comunità ivoriana che è passata in vent'anni da 60 membri a più di 1000. E' come se la città si fosse enormemente estesa. Dal punto di vista sociologico però, il grande cambiamento è il muro contro muro tra autoctoni e nuovi arrivati. Vent'anni fa ci si ritrovava spesso insieme tra italiani e non italiani per condividere la quotidianità e i momenti di divertimento. Questo accadeva in via Argonne, al circolo ricreativo, nel Cral Bormioli, nella sede di AlfaZeta e Nuova Solidarità, in via sant'Anna. Senza omettere la festa dei popoli di Ozzano Taro e i vari tornei di calcio. C'erano spazi di dibattito con la partecipazione di politici, giornalisti, funzionari della questura. Ultimamente tutto questo non c'è più. Ormai è dentro le stanze private che si parla delle cose pubbliche».

Sarebbe una metafora della chiusura della città su stessa?

«In un certo senso sì».

Qual è il sentimento dominante oggi nei confronti degli stranieri?

«Penso che ci sia molta paura di incontrarsi. Quando sono arrivato a Parma c'erano persone che ci cercavano, che volevano conoscerci».

Su cosa dovrebbe puntare Parma?

«Da uomo di scuola punterei molto su di essa. E' l'unico spazio dove i ragazzi si misurano e cominciano a conoscersi per poi vivere insieme il futuro. La politica di integrazione si gioca tutta lì. In Francia le scuole-ghetto delle “banlieux” sono state il nido dove sono cresciuti i “foreign fighters”, i combattenti stranieri volontari al seguito dello Stato islamico. Chiediamoci perché alcune scuole pubbliche devono essere chiuse in modo tacito a certi alunni? Perché un alunno di origini umili deve tacere dentro di sé le sue ambizioni e “finire” in un ente di formazione professionale per andare presto a lavorare? Mandela diceva che “la scuola è l'arma più potente che ci sia per cambiare il mondo”. E aggiungeva: “C'è un solo modo per svelare l'anima di chi governa una nazione: osservare come tratta i bambini (futuro del Paese) e gli insegnanti”».

Cosa manca a Parma per migliorare la qualità della vita collettiva?

«Se per qualità della vita intendiamo essere partecipi della felicità dei membri di una comunità, risponderei citando le lettere XI e XII delle Lettere Persiane di Montesquieu. Il filosofo insegna che bisogna aver cura di sé e dell'altro. Essere attenti ai propri bisogni e a quelli degli altri».

Quali iniziative si potrebbero mettere in campo per crescere dal punto di vista culturale e sociale?

«Passando davanti al teatro Regio, qualche volta, mi sono chiesto come possa un luogo simbolo della città continuare ad essere inaccessibile, anche solo per una visita, ai ragazzi di piazzale della Pace. E ancora, quante volte un rappresentante delle istituzioni, in tee-shirt e bermuda, è andato in via Trento a mangiare da Lea, il bar chiamato “The Winner Forever”, oppure è andato nelle Chiese evangeliche degli immigrati anglofoni per cogliere il battito del nuovo cuore della città? Aprirsi al nuovo e incontrarlo: ecco una via per crescere insieme».

Ci sono giorni di festa che sarebbe bello celebrare insieme.

«Il 25 aprile e il 2 giugno sono dei momenti importanti in Italia. Sarebbe bene dal punto di vista dell'integrazione che la città coinvolgesse le comunità di stranieri per una partecipazione attiva a questi eventi. Ogni anno cresce il numero di stranieri che acquisiscono la cittadinanza italiana. C'è una nuova Italia e c'è una nuova Parma. Quelli che sono arrivati insieme a me voteranno al prossimo referendum costituzionale».

Sul fronte economico, che fare?

«Non sono esperto, ma posso azzardare una proposta: organizzare corsi di gestione dello stipendio e del credito bancario ai chi si affaccia alla vita lavorativa. Conosco molti ragazzi africani che hanno contratto un mutuo per la casa e che hanno perso prima il lavoro e dopo la casa. Pensavano di fare come gli italiani, senza considerare che non avevano genitori o nonni in grado di aiutarli in caso di bisogno».

Cosa pensa degli sbarchi e della paura che generano?

«L'arrivo in grande numero degli immigrati via mare, ultimamente sta creando due tipi di timori: il timore che tra di essi ci siano degli infiltrati del sedicente califfato dell'Isis e la preoccupazione da parte del l'altruista italiano di non poterli accogliere degnamente. Quei visi e quegli occhi che la tv mostra ogni giorno non sognano l'arrivo sulla terra ferma d'Europa. Il loro pensiero è rivolto verso la terra che hanno lasciato in fiamme e faranno di tutto per ritornarci. Non c'è odissea senza Itaca. Quindi a tutti dico di non aver paura, ma di “investire” sull'accoglienza, di aprire le braccia. Se faranno così, i loro figli avranno le porte aperte nell'Africa di domani. Tutti lo dicono, l'Africa è il futuro. Già, si sente parlare italiano nelle strade di alcuni quartieri di Abidjan perché alcuni di noi sono tornati coi figli. Non è un caso che in molte scuole e università africane si stanno già aprendo sezioni di lingua italiana. Insomma, condividiamo oggi il brodo in vista di ritrovarci domani tutti insieme intorno a un tavolo per gustare un piatto dell'alloco (piatto di banane fritte in Costa d'Avorio) a Gloplou. Faccio un esempio: da sempre erano gli angolani che emigravano in Portogallo. Oggi il flusso è in senso contrario. Non solo uomini d'affari ma anche studenti, insegnanti e lavoratori si recano in Angola in cerca di una vita migliore».

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