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Esplosione

Via Monte Penna: don Cocconi scrive agli inquilini

20 agosto 2016, 07:00

Via Monte Penna: don Cocconi scrive agli inquilini

Chiara Pozzati

«Il grave episodio avvenuto ci ha messo alla prova, sono stati per voi momenti drammatici. Devo riconoscere che nonostante questo la vostra pazienza, generosità e comprensione non è mancata insieme – giustamente - a osservazioni, critiche e malumori».

Sono parole scelte con cura quelle di don Umberto Cocconi che si rivolge agli inquilini di via Monte Penna 1. Il tunisino di 43 anni che ha appiccato le fiamme e ha provocato l'esplosione nell'appartamento al primo piano continua a lottare nel reparto di Rianimazione, intanto il parroco scrive una lettera a ciascuna delle 24 famiglie che popolano l'edificio.

«Sento in questo momento così difficile di scrivere a ciascuno di voi per esprimere il nostro rammarico per quanto è successo. Da più di dieci anni la famiglia proprietaria ha messo a disposizione dell'associazione San Cristoforo il suo appartamento e di questo le siamo grati. In questi anni, dobbiamo riconoscerlo, non sempre gli ospiti sono stati dei perfetti inquilini, ma voi avete con pazienza partecipato alle difficoltà del cammino di tanti giovani e adulti che con fatica cercavano un nuovo inizio per la loro vita».

E riavvolge il filo del progetto d'accoglienza «nato proprio in seno alla parrocchia di San Giovanni Battista, che si proponeva di dare una casa, un mondo di affetti a chi ne era privo. La nostra mission non era quella di isolare o di escludere ma di integrare, cercando di costruire un quartiere solidale che si prende cura delle persone più deboli e fragili. Non sempre siamo riusciti nei nostri intenti, ma non per questo ci stanchiamo di credere che è possibile un cambiamento del cuore dell'uomo. Siamo sempre più convinti che solo costruendo insieme delle relazioni, dei percorsi comuni possiamo costruire una città più solidale e fraterna».

Difficile anche per lui che il 43enne lo conosceva da sempre riuscire a sciogliere i dubbi che pesano come macigni: «Le indagini in corso stanno accertando se il gesto compiuto non sia stato solo un tentativo di suicidio, ma un gesto disperato di richiesta di aiuto, che ha avuto conseguenze drammatiche anche per voi, mettendo a rischio la vostra incolumità». E ripercorre per filo e per segno la vita del 43enne: «Aveva terminato di scontare la sua pena nel carcere di Modena e, proprio per la sua buona condotta, è stato scarcerato e affidato su richiesta dei servizi territoriali alla nostra associazione. Era seguito dal Sert e dall'Uepe servizio esecuzione penale esterna. Da più di vent'anni viveva a Parma, si era sposato in giovane età con un'italiana creandosi una famiglia dalla quale era nato un figlio. Sappiamo quanto oggi è sempre più difficile “stare insieme” e fare famiglia, ma l'amore per il figlio in questi anni era la sua prima preoccupazione. In questi mesi nonostante abbia ripreso con il figlio i rapporti, il giovane ha 18 anni – permanevano gravi difficoltà relazionali, per cui visto che non era possibile costruire una nuova storia aveva deciso di lasciare l'Italia e tornare nel suo paese di origine la Tunisia per stare i propri cari. Ma a seguito di provvedimenti giudiziari gli era precluso il ritorno nella sua patria. Forse tutto questo ha generato in lui disperazione, angoscia».

Ma oltre alla pietà don Cocconi non sottovaluta l'accaduto: «Fortunatamente la prontezza dei nostri ospiti, l'arrivo dei vigili del fuoco e della polizia e il vostro intervento hanno evitato conseguenze peggiori. Vorrei aggiungere che anche la provvidenza divina dall'alto ci ha guardato e ha reso il momento meno drammatico per tutti. Questa esperienza ci ha tutti in diversi modi segnato, ma nel contempo ci potrebbe far comprendere che da tante situazioni negative può sprigionarsi una forza di resurrezione».

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