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«Abbiamo paura di finire in strada: qualcuno ci aiuti»

21 agosto 2016, 07:00

«Abbiamo paura di finire in strada: qualcuno ci aiuti»

Margherita Portelli

Ha gli occhi stanchi e spaventati, la signora Rahel. Parla con un filo di voce, mentre nella stanza accanto le sue bimbe giocano vestite da principesse.

Fosse tutta una fiaba, di quelle che si risolvono nel migliore dei modi con un bel «e vissero per sempre felici e contenti», i sospiri della mamma lascerebbero spazio anche a qualche sorriso da mescolare alle innocenti risate delle piccoline; purtroppo, però, di favoloso c'è ben poco nel presente di questa famiglia e le paure sono troppe, ecco perché è meglio che Betel e Feben, 7 e 4 anni, vadano a divertirsi nella loro stanzetta, mentre i grandi raccontano.

Rahel Getachew Kassa, 41 anni, e il marito Tafese Argaw Meskele, 50, riferiscono la loro storia nel salottino di quella che negli ultimi 11 anni è stata la loro casa; quel nido semplice ma accogliente che da qui a pochi giorni dovranno lasciare per andare incontro a un destino ignoto.

La famiglia è di origini etiopi: lui è in Italia dal 2000 e da poco ha anche ottenuto la cittadinanza, lei è arrivata nel 2005. Dopo anni di serenità, da qualche tempo i due vivono serie difficoltà: ai problemi di salute della donna, infatti, tre anni fa si sono aggiunti disagi economici dovuti al licenziamento del marito, che hanno portato a uno sfratto esecutivo e al rischio di separazione familiare.

Dopo tanti anni in cui ha svolto la professione di metalmeccanico, papà Tafese nell'estate del 2013 ha perso il lavoro e da allora è cominciata la ricerca di un nuovo impiego.

«Finché siamo riusciti abbiamo continuato a pagare l'affitto, 650 euro mensili, ma poi non ce l'abbiamo più fatta - commenta a bassa voce la signora -. Il Comune per circa un anno ci ha aiutati, ma ora dobbiamo lasciare la casa. Nel frattempo mio marito ha trovato un altro lavoro: da febbraio ha un impiego part-time come addetto alle pulizie. Da mesi stiamo cercando disperatamente una casa, lo stipendio è basso, ma se - come speriamo - gli verrà rinnovato il contratto che scade a settembre, potremmo arrivare a pagare fino a 400 euro al mese; per noi andrebbe bene anche un bilocale o un monolocale. Nessuno, però, vuole affittarci un appartamento».

La signora Rahel ha grossi problemi di salute, pregressi di ischemie cerebrali, depressione, stress psicosociale.

«Per l'assegnazione di una casa popolare abbiamo ottenuto un punteggio non sufficiente (13.75) - continua la donna -; in realtà la mia condizione di salute mi darebbe diritto ad almeno 4 punti in più, ma ci vuole tempo per ottenere alcuni certificati, nel frattempo, però, le settimane passano e il 20 settembre si avvicina, per allora probabilmente dovremo lasciare questa casa. La cosa che mi spaventa di più è l'idea di dovermi separare dalla mia famiglia: mi hanno detto di mandare le bambine da mia sorella, così io potrei andare in un dormitorio femminile e mio marito in un altro dormitorio. Questo non lo accetto, piuttosto andremo in mezzo a una strada, ma non voglio dividermi dalle bambine e da mio marito».

A fine settembre la famiglia dovrà lasciare la casa nel quartiere Cittadella: una spada di Damocle che toglie il respiro, soprattutto perché, sempre in quelle settimane, scadrà il contratto di lavoro a termine del padre.

«Ha lavorato bene e i titolari sono contenti, quindi siamo fiduciosi che il contratto sarà rinnovato - continua Rahel -, ma ora che finalmente abbiamo trovato almeno un lavoro, non sappiamo dove andremo a vivere».

La Rossi: «Qualcuno li aiuti»

Tanti, troppi, i nuclei famigliari che in città vivono situazioni difficili come quella della famiglia Meskele. «Sono circa 120 i casi di emergenza abitativa - commenta l'assessore al Welfare del Comune di Parma, Laura Rossi -. Purtroppo le situazioni di difficoltà sono talmente tante che, per quante risorse vengano messe a disposizione - pensiamo a 150 alloggi di edilizia residenziale pubblica - non si riesce a far fronte a tutte».

Dalla graduatoria provvisoria a quella definitiva per l'assegnazione delle case popolari i punteggi potrebbero cambiare, ma le settimane passano, e nel caso della famiglia Meskele il rischio di doversi separare si avvicina. «Ci sono famiglie che si possono permettere di pagare affitti, se pure bassi, ma che non trovano locatori disposti ad affittare - continua la Rossi -. L'invito è ai privati che hanno disponibilità di appartamenti a prendere in considerazione l'idea di affittare a prezzi più bassi a famiglie in difficoltà, famiglie che comunque nel giro di pochi mesi con ogni probabilità rientreranno nell'elenco di quelle assegnatarie di un alloggio del Comune».

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