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Tragedia a Palinuro

Individuati i sub dispersi

21 agosto 2016, 07:03

Individuati i sub dispersi

La speranza di ritrovare in vita i tre sub a Palinuro, mai riemersi da ieri mattina, si è spenta a poco a poco, col passare delle ore. L'ipotesi che potessero essere salvi grazie a una «bolla d'aria» purtroppo non era fondata. E così quando si è diffusa la notizia, non ufficiale, dell'individuazione di due dei tre corpi - nel budello della Grotta della Scaletta, un luogo ristretto, dove probabilmente si trova anche la terza vittima - ogni segnale di ottimismo si è perso.

E intanto si fanno le ipotesi sulle cause della tragedia. Un malore? Un guasto tecnico? Un errore umano? Forse - ma è solo un'ipotesi che le indagini dovranno confermare -uno dei sub potrebbe avere avuto un problema e gli altri due sono tornati indietro per aiutare l'amico in difficoltà senza riuscirvi. E sono morti con lui.

Una lunga giornata quella vissuta oggi a Palinuro. I corpi di Tancredi e Anzola sarebbero stati individuati nel cunicolo della Scaletta dai paleosub dei Vigili del Fuoco durante l'ennesima ispezione all'interno delle grotte di Punta Iacco. Nei pressi si ritiene vi sia anche il corpo di Cammardella, nel tardo pomeriggio non ancora avvistato.

E' stata una doccia fredda sulle già flebili speranze che si erano alimentate durante la giornata. Perché la voglia disperata di tutti da quando cioè i tre, insieme con altri sub, si erano immersi senza più riemergere, era di ritrovarli miracolosamente in vita.

Del resto, le speranze già ridotte al lumicino hanno subito un duro colpo quando i sommozzatori hanno ispezionato la bolla d'aria all'interno delle grotte, nella quale si sarebbero potuti rifugiare i sub.

Le immersioni sono proseguite a ritmo incalzante, tanto da essere necessaria la richiesta, dell'invio di una camera iperbarica per garantire la sicurezza dei soccorritori.

Sul fronte delle indagini il sostituto procuratore della Procura di Vallo della Lucania, Vincenzo Palumbo, ha tenuto contatti costanti con la Capitaneria di Porto, partecipando questa mattina ad un sopralluogo nello specchio d'acqua antistante le grotte di Punta Iacco. Nessuna ipotesi al momento viene esclusa, dal malore al problema tecnico, dall'errore umano alla tanto temuta ebbrezza da profondità. Quello che è successo lo chiarirà l'indagine. Anche perchè Mauro Cammardella, Mauro Tancredi e Silvio Anzola erano sub molto esperti e si fa fatica a credere che imprudenza o imperizia possano essere all'origine della tragedia.

Le grotte ambiente ostile

«Nelle immersioni il biglietto serve per l'uscita, non per l'ingresso». Così Umberto Bacchini, istruttore Fias (Federazione italiana attività subacquee), ed ex assessore e vicesindaco di Felino, spiega «la» difficoltà dello sport subacqueo.

«L'acqua profonda è comunque sempre un ambiente ostile e tanti possono essere gli incidenti che ostacolano un'immersione: impigliarsi in una rete, incontrare un grosso pesce, la torcia che si spegne, l'”ubriachezza” da azoto, l'embolia. Ma la grotta - spiega Bacchini - è un ambiente ancora più ostile e problematico, al punto che ci sono brevetti appositi per questo tipo di escursioni, così come per le immersioni notturne o quelle sotto ghiaccio», spiega Bacchini.

Nella grotta, continua il sub di Felino, «l'acqua è torbida, manca la luce, ed è essenziale il cavo di guida, ben ancorato all'esterno, che funga per il sub da “filo di Arianna” per tornare in superficie. E un rischio può anche essere incrociare qualche altro sub che, in cunicoli molto stretti, stia nuotando nella direzione opposta».

I consigli? «Prudenza, prudenza, prudenza. Non sopravvalutare le proprie capacità e non sottovalutare le difficoltà. Le immersioni non sono pericolose e non richiedono un eccessivo sforzo fisico. Io, ad esempio - spiega Bacchini - mi immergo ancora oggi, a 73 anni: ma sempre tenendo conto delle mie condizioni fisiche, e quindi non oltre i 40 metri e senza decompressione».

Che immergersi non sia un'attività «estrema» ci tiene a ribadirlo anche Pierluigi Negri della Fias Parma: «Lo confermano i numeri: è uno degli sport meno pericolosi. Purtroppo se ne parla solo quando accadono incidenti», dice Negri. Secondo le statistiche su 100 mila incidenti quelli mortali sono due, a fronte di oltre cinquemila iscritti alla Fias, altrettanti alla Fipsas e circa 10 mila brevetti rilasciati in media ogni anno da Fipsas.

Training adeguato

«Mai immergersi da soli; controllare gli strumenti; attenzione ai limiti imposti dal brevetto che si è conseguito». Queste le tre regole di sicurezza secondo Fabio Paterlini, 62 anni, commissario Fipsas (Federazione italiana pesca sportiva e attività subacquea) e all'attivo circa duemila immersioni: non solo per diletto ma anche come professione, dalle piattaforme petrolifere.

La grotta che ha inghiottito i tre sub a Palinuro Paterlini la conosce, per averla esplorata. «Come tutte le grotte, va affrontata con cautela. Direi che ogni immersione dovrebbe essere affrontata come fosse la prima. Fra sub ripetiamo spesso che “l'esperienza uccide”: per dire che chi pratica da anni questo sport può essere portato a sopravvalutare le proprie capacità, mentre all'inizio si è più cauti e ci si fida di chi è più allenato».

L'immersione in grotta, continua il sub parmigiano, richiede una preparazione e un'attrezzatura extra: «Il cavo guida e i chiodi per fissarlo, una bombola in più e almeno due torce».

Difficile per ora dire cosa possa essere andato storto nell'immersione di venerdì scorso. Paterlini insiste su quello che viene chiamato l'”effetto Martini”, l'ebbrezza causata dalla narcosi da azoto quando, oltre i 30-40 metri di profondità, aumenta la pressione: «Si è intorpiditi, quasi ubriachi appunto, non si seguono più le regole e si può arrivare a strappar via l'erogatore», spiega. Altra incognita di ogni immersione è il panico: «Per un sub la soglia del panico deve essere altissima e il training è fondamentale. Per questo diffido dei corsi-lampo di una settimana. Occorre minimo una preparazione di due-tre mesi anche per affrontare i 20 metri. Solo se si mantiene la calma si riesce a superare situazioni critiche». A lei è mai capitato? «Sì, al Giglio, a 45 metri di profondità si è bloccato l'erogatore. Sono risalito grazie al compagno di immersione: abbiamo respirato a turno dalla sua bombola».

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