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Pronto soccorso

Cervellin: solidarietà ai medici indagati

25 agosto 2016, 07:00

Cervellin: solidarietà ai medici indagati

Il primario del Pronto soccorso Gianfranco Cervellin esprime solidarietà ai quattro medici indagati per la morte di una donna di 37 anni. Come la “Gazzetta” ha scritto ieri, quattro medici del Pronto soccorso sono indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla morte della donna, avvenuta 13 giorni dopo il ricovero all'ospedale Maggiore. «So, con certezza, che il vostro comportamento è stato ineccepibile, e probabilmente qualcosa di più», scrive Cervellin in una lettera che ieri ha inviato a tutti i medici del Pronto soccorso e che un medico della sua équipe ha mandato in redazione. Ecco il testo.

Carissimi, oggi è per voi una giornata particolarmente dura. Non è un segreto: basta aprire il quotidiano locale. Vedere la notizia – che pur già conoscevo –, oggi amplificata dalla carta stampata, mi ha fatto dolorosamente ricordare un giorno del lontano 2001 quando analogo urlo di carta mi colpì nelle viscere. Va riconosciuto che nel quotidiano di oggi la notizia è data con ben altro equilibrio rispetto a quanto accadde nel 2001, quando fu lanciata in prima pagina con un titolone di per sé accusatorio. So bene cosa si prova: qualcosa ci muore dentro, si genera una lacerazione insanabile. Purtroppo il rituale è sempre lo stesso: oggi l'avviso di garanzia, entro pochi giorni la cassa di risonanza mediatica. L'affannosa ricerca (in agosto, come avete constatato, ai limiti dell'impossibile) di un avvocato e di un perito di parte, la corsa contro il tempo perché l'autopsia è stata fissata per “ieri”, e via di seguito. È così, non ci possiamo fare nulla: magistrati e giornalisti fanno semplicemente il loro lavoro. Non ci resta che sperare che lo facciano con passione, onestà e senso di responsabilità, consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, come penso tutti noi cerchiamo di fare quotidianamente nell'esercizio del nostro difficile e duro lavoro. Difficile, duro, esposto a critiche - facili, facilissime, in quanto il senno del poi è, come noto, la “scienza” più diffusamente praticata - ed incomprensioni più di moltissimi altri. Tanto più in una società ampiamente imbarbarita e diffusamente amorale quale quella dei nostri giorni.

Sono venuto a conoscenza del caso tragico che vi ha visti coinvolti e so, con certezza, che il vostro comportamento è stato ineccepibile, e probabilmente qualcosa di più. Per dirimere un dubbio clinico più che legittimo (che vi fosse un aumento spurio della troponina) uno di voi ha chiamato il Laboratorio per chiedere un approfondimento inusuale: l'esecuzione del trattamento del siero della paziente per anticorpi eterofili. Ha avuto ragione: non c'era aumento della troponina. Una raffinatezza diagnostica che molti colleghi nemmeno conoscono: fa onore ad un gruppo di professionisti che, evidentemente, riesce a trovare il tempo per studiare ed approfondire gli argomenti tra un turno sfiancante e l'altro, svolti in un PS sempre più sovraffollato.

Purtroppo, e questo è certamente un fatto tragico, la paziente è deceduta 13 giorni dopo la dimissione: un intervallo francamente eccessivo oltre ogni ragionevole dubbio per correlare la causa di morte con la sintomatologia che aveva portato la paziente al PS. Va capito cos'è successo in quei 13 giorni. Siamo certamente tutti vicini alla famiglia della signora deceduta, ma lo siamo con la consapevolezza e la forza d'animo di chi sa di aver agito bene, completamente bene, e di non avere colpa alcuna.

Detto questo, voglio che sappiate che io vi sono e vi sarò vicino, facendo tutto ciò che è in mio potere e nelle mie competenze per supportarvi in questo difficile frangente, come sempre ho fatto negli oltre 10 anni da che dirigo indegnamente questa Unità Operativa, ogni volta che ho percepito un'accusa ingiusta o immotivata rivolta al mio gruppo. Invio questa mail all'intera équipe medica perché vorrei che tutti ci sentissimo partecipi e solidali: il mio più grande desiderio è che noi tutti (e metto me stesso in prima fila) agiamo sempre con competenza, responsabilità e umanità e facciamo di tutto per rifuggire dalla troppo facile tentazione – specie dopo eventi come questo - del gioco allo scaricabarile, gioco nefasto che rischia di diventare contagioso ed autolesivo.

Certo che questi eventi possano e debbano rafforzare la coesione del gruppo, permettetemi di salutarvi con un abbraccio collettivo.

Gianfranco

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