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REPORTAGE

Con i volontari parmigiani nei luoghi devastati

26 agosto 2016, 07:02

Roberto Longoni

Montegallo, 800 e passa metri di quota, ai piedi del monte Vettore. Il nome non è segnato in rosso sulle cartine del disastro. I riflettori delle tv di mezzo mondo non lo illuminano, non lo raccontano le dirette trasmesse di scossa in scossa, di lingua in lingua. Eppure, c'è dolore anche qui. E tanto. L'ombra rischia di renderlo anche più pesante. C'è dolore nel passo strascicato dei vecchi che camminano avanti e indietro sul piazzale del camping, la giacca a nascondere schiene curve, senza un posto in cui andare. C'è dolore dietro le imposte chiuse di case che chissà se mai torneranno a essere focolari: monche dei comignoli, le più all'esterno presentano solo grosse crepe. Ma hanno tutte lesioni profonde. Dentro sono state invase dalla furia del terremoto. Chi si è avventurato in cerca di vestiti e medicine parla di mobili rovesciati, di cristalleria in cocci, di soffitti fatti a pezzi.

Tra Balzo, il capoluogo, e le 22 frazioni del comune, gli abitanti saranno sì e no 500. Tutti fuori. Sfollati. Tranne i vecchi che al di là delle loro quattro mura non hanno più niente. Farli uscire dalle case è una fatica che si replica a ogni sisma. Dall'Umbria all'Abruzzo. E ora tra Marche e Lazio. E' qui, a Montegallo, che sono venuti i parmigiani con la colonna mobile della Protezione civile dell'Emilia-Romagna. Un intervento lontano da ogni palcoscenico, ma sempre per chi ha bisogno. E' grazie a loro che la notte scorsa la gente l'ha trascorsa in tenda e non più in auto, alle prese con un freddo che d'estivo ha ben poco. Quella precedente, di notte, invece tutti hanno improvvisato la stanza in un abitacolo.

Quando Alberto Panizzi, delegato alla Protezione civile per l'Assistenza pubblica di Parma, ha spento il motore e ha abbassato il sedile erano le 4 di ieri. Già che c'era, ha allungato per Rieti. «C'erano da consegnare 35 tavole spinali complete e 30 barelle d'emergenza oltre ai relativi accessori caricati dalla Spencer di Sala Baganza». Al Pronto soccorso hanno spalancato gli occhi e le braccia di fronte a tanto bendidio. Poi, finalmente, Panizzi è ripartito per Montegallo. Un'oretta di dormita, ed è arrivata la scossa. Un 4.6 che farebbe notizia, se non avesse picchiato in una terra già in ginocchio. «Si è sentito anche il boato» racconta Francesca Farolfi, infermiera di Fidenza , qui nella tuta gialla della Seirs. Il mattino dopo c'è appena il tempo per stropicciarsi gli occhi. Si lavora alle tende. Per offrire un riparo alle gente, per creare un punto di riferimento per chi ha bisogno di cure. La tenda medica è stata eretta in un angolo del piazzale del camping, l'unico di questa terra di continui saliscendi. Il fatto che la tendopoli sia eretta in un campeggio dà un'idea strana della situazione. Alla sofferenza si sovrappone quasi un senso di vacanza comunitaria dalla quotidianità. Per i bambini innanzitutto. E per i vecchi, meno soli del solito. “Stanotte hanno dormito nei bungalow” dice Tiziano Pignolini, il titolare del campeggio e anche vicesindaco. La moglie ai fornelli, a cucinare pasta per tutta Balzo e lui a organizzare e ad affrontare emergenze. «I turisti hanno capito, e ci hanno lasciato i posti liberi. La gente era già tutta qui poco dopo la seconda scossa». E presto s'è messa in moto la solidarietà. In varie forme. Una porchetta enorme, che avrebbe dovuto essere protagonista di una sagra rinviata, ora viene affettata dagli ospiti del camping-tendopoli. «Il proprietario l'ha donata».

Altri l'hanno presa meno bene. Giù, a Piano, si segnala un uomo che vaga in stato confusionale. Gli ambulatori dei medici di base sono inagibili. Lo staff del 118 è pronto a partire. Giovanni Pagliarini, parmigiano, primario anestesista a Reggio Emilia, ha appena visitato una bimba con una crisi asmatica: un'ambulanza della Seirs la porterà in ospedale. Tania Serri, rianimatrice di Reggio ha visitato una donna con problemi neurologici. Nessuno dei due medici avrà molto altro da fare. Meglio così, no? «In ogni caso è giusto esserci. E non limitarsi a parlare» dice la dottoressa. Con loro, Paola Ghirardi, da sempre in prima linea con Parmasoccorso e qui impegnata nella gestione di aspetti logistici oltre che sanitari. «Abbiamo trovato grande disponibilità e un forte senso di appartenenza da parte della gente di qui» dice Paola ricordando i biscotti offerti a colazione dagli sfollati.

Ma che non sia un intervento semplice lo sottolinea Luigi Iannaccone, presidente della Seirs di Parma. «C'è una miriade di piccole frazioni da seguire. Le difficoltà operative sono moltiplicate dal territorio». Stefano Camin, responsabile dei volontari della Protezione civile di Parma, lo ribadisce. «I nostri mezzi fanno fatica a salire fino a qui: troppo stretta la strada...» E così si scarica e si ricarica, in un su e giù moltiplicato. Intanto, 20 tende sono già state montate a Balzo e 16 a Uscerno. E' lì che si è fermata la cucina mobile ricevuta dalla Protezione civile dalla Barilla (in tutto, sono dieci i volontari della Protezione civile del Gruppo impegnati). «E' il battesimo del fuoco per il camion» sorride Ylenia Tommasato, sustainibility manager del Gruppo. «E' in grado di preparare 500 pasti all'ora. Sarà in funzione per i primi tre giorni. Poi, entreranno in scena le cucine da campo. Dove continueranno a essere impegnati i volontari della Barilla». E continuerà a essere offerta la pasta della Barilla, anche grazie a una doppia “vicinanza”, visto che uno stabilimento si trova proprio ad Ascoli.

Almeno una fortuna, in un fronte d'intervento tutt'altro che semplice. Se ce ne fosse bisogno, lo ribadisce anche Giovanni Pessina. Volontario della Croce Rossa di Pontetaro in missione con la colonna mobile regionale insieme con Alberto Zibana, un “collega” di Sorbolo, è rimasto bloccato in lunghe attese. Troppo grossi i camion per le strade da affrontare. Dopo un viaggio infinito, dopo una serie di mete cambiate, causa difficoltà delle strade, Pessina e Zibana riusciranno a scaricare ad Arquata. «Abbiamo appena allestito un modulo mensa» sorride Pessina. «Valeva la pena di tutto, come all'Aquila e a Reggiolo». Al coperto di quel modulo, almeno per il tempo di un piatto di pasta la gente riuscirà a pensare un po' meno al paese sventrato a picco sul Tronto.

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