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Personaggio

L'avventura olimpica di «Ayo»

27 agosto 2016, 07:00

Massimo Sperindè

Il suo sorriso solare e coinvolgente hanno imparato a conoscerlo tutti, ormai. Il suo entusiasmo è esploso in mondovisione e ha dilagato oltre i confini del puro tifo, nobilitando anche l'affannosa rincorsa a un ruolo di prestigio della pattuglia azzurra dell'atletica.

A Rio, sulla rossa pista che ha celebrato l'apoteosi di Bolt, che si è inchinata alle prestazioni dei vari Farah, Eaton o al «tuffo» vincente della Miller, l'Italia orfana di Tamberi ha sorriso soprattutto grazie alle ragazze della staffetta 4x400, capaci di volare in finale a suon di record italiano e far anche sognare un podio che, per quanto rimasto lontano, è apparso tutt'altro che irraggiungibile.

Delle quattro era la giovane speranza ed è stata la rivelazione. E anche il futuro è rappresentato da lei: la quasi ventenne Ayomide Folorunso, fidentina di Abeokuta, italianissima quanto legata alle sue radici nigeriane. Staffettista nella 4x400 ma anche (e forse soprattutto) brillantemente approdata alla semifinale dei «suoi» 400 ostacoli nella gara individuale. Alla prima Olimpiade, un bottino di prestigio assoluto.

«Sì, è stato bellissimo vivere quest'esperienza - racconta lei, sorridendo senza riserve - entusiasmante già a partire dai giorni precedenti le gare, quando sono andata ad allenarmi nella pista di riscaldamento... Lì, in mezzo a tanti campioni, di tutto il mondo, c'ero anch'io. Fantastico».

Se lì è arrivata, non è stato certo un caso: cresciuta enormemente (prima al Cus Parma, poi nelle Fiamme Oro - «la mia famiglia cremisi» come la definisce con dolcezza lei) sempre sotto la guida di Maurizio Pratizzoli, che l'ha accompagnata anche a Rio, il volo per il Brasile se l'è guadagnato a forza di allenamenti e fatica. Grazie all'umiltà che professa senza ostentazione: «Ho ancora tanto da migliorare, lo so e ci sto lavorando, piano piano la tecnica si perfeziona». Ma anche e soprattutto grazie a quell'evidente intelligenza che traspare dal suo modo di porsi e affrontare i problemi e che l'ha portata ad essere anche una brillante studentessa al Liceo scientifico Berenini, prima, e alla facoltà di medicina, oggi «perché sogno di fare la pediatra, un giorno, quando smetterò di correre».

«Ayo» è sempre la stessa «Ayo» di prima dell'Olimpiade: non ha modificato di una virgola la sua spontaneità, la semplicità del presentarsi all'appuntamento per un'intervista sulla vecchia bici che fu del mitico «profesùr» Pratizzoli e prestatagli dal figlio Maurizio, il suo allenatore «perché la mia me l'hanno rubata...», la serenità con cui dichiara il suo amare la placida vita della provincia padana. E poi la forza dei valori che la motivano, la consapevolezza di come sia duro conciliare sport di alto livello e studi universitari.

«E' stata dura soprattutto all'inizio, lo scorso anno: contemporaneamente sono passata dall'atletica giovanile a quella dei “grandi” e dal Liceo, dove mi conoscevano e capivano (ma senza regalarmi nulla, eh, magari spostavo qualche verifica per una gara, ma poi dovevo comunque farla!) all'Università di Parma. Adesso va meglio, mi sono organizzata bene e vado avanti conciliando lezioni e allenamenti, esami e gare. Certo, ho poche pause - spiega con ironia - ai periodi di grandi impegni atletici non seguono vacanze, ma i periodi di esami e studio. E viceversa. Evidentemente devono piacermi solo le cose difficili...»

Tra cui anche la specialità: ci vuole un bel coraggio per lanciarsi nel «giro della morte», i 400 e ancor più i 400 ostacoli.

«Già. A volte mi chiedo se non sono mezza matta - ride ancora -. Però medicina me la sono proprio voluta io. I 400, invece, non so se sono stata io a sceglierli, o loro a scegliere me...»

Bellissima definizione. In ogni caso una scelta azzeccata, visti i risultati.

«Direi di sì. Ma ho ancora tanto da migliorare, come dicevo prima: i 400 piani sono i più difficili perché vai e vai, ma devi saperti anche gestire per non scoppiare nel finale. Nei 400 hs, invece, anche se c'è più tecnica, è più semplice: c'è una ritmica che decide tutto, con il numero di passi tra un ostacolo e l'altro, che sto man mano riducendo. Quasi ogni anno ho cambiato ritmica, ora dai 16 sto passando ai 15 passi, aumentando gradatamente il numero di ostacoli in cui riesco a tenerli. In futuro magari i 14. Ma devo anche evitare di tenere le braccia troppo larghe quando salto. E migliorare la posizione del bacino, della gamba di richiamo... Insomma, di margini ce ne sono».

In vista di Tokyo 2020?

«Eh sì. In realtà negli anni scorsi io pensavo a Tokyo come obiettivo, non speravo di andare a Rio. Ma è successo, ho dato tutto e va benissimo così».

Anche perché l'esperienza conta: e questa la è stata al massimo livello, si può immaginare. Dalla vita nel villaggio olimpico all'emozione di trovarsi in pista con il mondo come platea.

«Già. Bellissimo vivere l'atmosfera del villaggio olimpico. In realtà più che un «villaggio» dei veri grattacieli, popolati da atleti di tutti i tipi e di tutti i Paesi. Ti ritrovavi accanto a cestisti altissimi e alle «bamboline» della ginnastica (davvero piccole ma davvero toste, eh) vedevi passare giganti dai muscoli enormi e atleti esilissimi. E poi pranzavi alla mensa con accanto, che so, uno della Bosnia e uno di Gibuti o delle Fiji. Alla macchinetta del caffè mi sono ritrovata a chiacchierare del più e del meno con Ashton Eaton! Dico: Eaton il decathleta! Un fenomeno, uno - aggiunge con contagioso entusiasmo - che fa dieci specialità e tutte a livello quasi assoluto. Uno che, da solo, vincerebbe dei campionati societari. Mi sono anche fatta un selfie con lui!»

E poi la prova in pista. Bene la batteria dei 400hs, meno la semifinale.

«E' vero: in batteria ho corso bene, come volevo e ho centrato il mio obiettivo, la semifinale. Lì, invece, ho cominciato davvero a realizzare dov'ero: alle Olimpiadi, in semifinale! Diciamo che mi sono un po' incartata. Ma va bene così, per arrivare alla finale avrei dovuto fare un miracolo, un “personalone”. Ci sarà tempo e modo in futuro».

Invece la staffetta?

«Fantastico: sapevamo di dover fare il record italiano per arrivare all'ultimo atto. Ci abbiamo provato, ci siamo riuscite. Una gioia immensa».

Anche se poi resta un filo di rammarico per quel bronzo che non era così lontano.

«Io non l'ho ancora rivista quella gara, perché, dopo la mia frazione, mi sono buttata a terra, “spingendo” col pensiero Libania (Grenot). E sì, è vero, un po' di rimpianto potrebbe anche starci, ma so che tutte abbiamo dato tutto - sorride ancora con allegria - ed è stato comunque bellissimo. Va bene così. Ne riparleremo a Tokyo...»

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