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L'impresa di due parmigiani

Su e giù dal Monte Bianco di corsa

29 agosto 2016, 07:00

Su e giù dal Monte Bianco di corsa

Michele Ceparano

Sul Monte Bianco di corsa in dodici ore. Andata e ritorno. Insomma, un'impresa. Non sono nuovi a exploit del genere Massimo Fontana e Marco Campus. Il primo abita a Lurate Caccivio, in provincia di Como, ma ha radici sull'Appennino parmense dal momento che la sua famiglia è di Canetolo, paese tra Bosco e Corniglio, dove torna ogni volta che ha un attimo libero. Il secondo invece è di Lesignano. Tutti e due hanno la passione per la corsa in montagna, disciplina nella quale Fontana è un vero campione e stavolta hanno dato l'assalto al Bianco. La via francese, dislivello in salita di 2.440 metri e arrivo sulla cima a 4.810 si «dovrebbe» fare in tre giorni. Loro invece, assieme alla guida Oscar Cametti, sono saliti e scesi in mezza giornata. Un'avventura piena di insidie - negli ultimi vent'anni in quei luoghi hanno perso la vita settantasei alpinisti -, ma che ha regalato loro una grande soddisfazione. «Nessun allenamento speciale - confida Fontana parlando della preparazione - ma solo corsa in montagna». Giri dell'Appennino tosco-emiliano - Marmagna, Aquila e così via - oltre «alla scalata del monte Adula nella Svizzera italiana (3300 metri), più la salita fino a 3580 al Colle del Leone sul Monte Cervino in solitaria». Dopo essersi documentato bene sui rischi da affrontare, ha poi proposto il tour a Campus («Una persona di cui mi posso fidare») e infine ha scelto una guida esperta che li accompagnasse. Da Langhirano in auto fino a Chamonix, poi con il trenino fino al Nid D'Aigle (2000 metri) e di lì, zaini in spalla, al rifugio Tete Rousse (3167) «che abbiamo raggiunto in anticipo sulle due ore e mezzo previste. Abbiamo proseguito di notte, con caschetto e pila frontale in cordata a tre, e in arrampicata su roccia verso il rifugio sull'Aiguille du Gouter (3817 metri)». Tutto fila liscio fino al Grand Couloir, tristemente famoso come il «Canalone della morte». A un tratto c'è una caduta di sassi ma, prosegue Fontana, «li abbiamo evitati grazie alla prontezza della nostra guida che ci ha letteralmente trascinato via». Arrivati al Gouter, «indossati i ramponi e sfoderata la picozza, siamo ripartiti sul ghiacciaio verso la vetta. E' stata durissima e, nonostante fossi allenato, ho dovuto lottare le ultime due ore con i crampi agli adduttori. Le creste erano tantissime e ogni montagna sembrava quella dove volevamo arrivare. Alla fine però ce l'abbiamo fatta: eravamo sul “Gigante”». In vetta al Bianco tanta gioia ma altri momenti difficili: la borraccia era ridotta a un pezzo di ghiaccio, qualche minuto per le foto di rito e poi via, a ritroso, dal momento che «il gelo ci stava avvolgendo anche in una giornata di sole come quella». Durante la discesa la concentrazione resta alta. «Abbiamo raggiunto il primo rifugio - spiega -, poi il secondo e infine siamo scesi verso il trenino del Nid D'Aigle, il nostro traguardo. Poco più di dodici ore in tutto». La soddisfazione per l'impresa non fa dimenticare i momenti duri: «La paura sia sul Couloir che sulle creste finali, gli strapiombi. Inoltre, a casa nostra erano preoccupatissimi: la tv aveva infatti dato la notizia di due morti sul Bianco proprio quello stesso giorno». Per gente come loro un'impresa tira l'altra. «L'anno prossimo andiamo sul Cervino». Sempre di corsa.

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