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EDITORIALE

Le vere macerie? Quelle della corruzione

di Aldo Tagliaferro

30 agosto 2016, 17:33

C'è un dovere, nel futuro prossimo di questo Paese, che si chiama ricostruzione. Un dovere prima di tutto morale, d'accordo. Ma c'è molto di più: la messa in sicurezza di una terra a forte rischio sismico potrebbe anche fornire una straordinaria spinta per metter fine a decenni di incurie e lentezze (le disposizioni sui nuovi fabbricati sono in vigore solo dal 2009, però la terra trema da sempre) e al tempo stesso delineare l'ossatura di un grande piano di investimenti (magari con l'«aiutino» della flessibilità) utili a rilanciare l'economia nazionale e a sostenere il nostro turismo, rendendo sicuro quel giacimento a cielo aperto che è il Belpaese.
Non sarà facile, lo sappiamo. Soprattutto perché saranno da vincere due mali che erodono l'Italia dal profondo: la burocrazia e la corruzione. Pare, intanto, che almeno il dibattito potenzialmente esplosivo fra il «com'era dov'era» e l'idea della «new town» sia già tramontato considerati i pessimi risultati visti in Abruzzo.
La politica, come sempre, snocciola il rosario di promesse da manuale: ci auguriamo che ogni sillaba corrisponda al vero, ma basta risentire gli sproloqui seguiti ad ogni tragedia - non importa se nella prima o seconda repubblica o se al momento governasse la destra o la sinistra - per alimentare quanto meno un po' di sano scetticismo.
Proprio la lezione dell'Aquila, quando a poche ore dalla tragedia la cricca degli avvoltoi - inchiodata dalle intercettazioni - già si fregava le mani, ha aumentato la consapevolezza del pericolo insito nelle piaghe della corruzione. Renzi ha già messo in campo «San Cantone», una delle poche glorie nazionali, per ribadire il «modello Expo» che pare abbia già dato buoni frutti anche per il Giubileo. La nascita dell'Anac (l'Autorità presieduta appunto dall'ex magistrato Raffaele Cantone) e il nuovo codice degli appalti varato lo scorso aprile - pur in assenza dei decreti attuativi - sono indubbiamente due armi in più sulle quali fare affidamento.
Ma la pagella dell'Italia è brutta, anzi pessima. L'indice 2015 sulla percezione della corruzione elaborato da Transparency International lo scorso dicembre ci poneva al penultimo posto nella Ue (se può consolare, i bulgari sono peggio di noi) e al 61° nel mondo. Pochi giorni fa il superindice di corruzione relativo ai Paesi Ocse stilato dalla Fondazione Hume ci vedeva terz'ultimi, un gradino sopra greci e turchi, lontanissimi dai "soliti noti" scandinavi e dai Paesi di cultura anglosassone. Quel che è peggio è che il trend peggiora, il 75% degli italiani ritiene che la diffusione della corruzione sia aumentata negli ultimi tre anni. Certo, la percezione è figlia anche di una cattiva reputazione che ci portiamo dietro, ma l'Italia dei furbetti del cartellino, degli iter burocratici infiniti e della giustizia civile lenta è una drammatica realtà.
Quanto valga la corruzione forse non lo sa nessuno. La fatidica cifra di 60 miliardi di euro (basata su un teorico 3% del Pil) è stata smentita più volte dallo stesso Cantone e smontata tempo fa dalla Corte dei Conti («Se conoscessimo il valore della corruzione - spiegava il presidente Raffaele Squitieri - avremmo già vinto la battaglia, perché sapremmo quale sarebbe l'insieme di riferimento»).
E' giusto, anzi doveroso, crederci, ma attenti ad illudersi: basta vedere il caos scatenato ieri per la sola scelta del luogo dei funerali delle vittime di Amatrice per capire che ogni passo in questo Paese è sempre maledettamente faticoso.
atagliaferro@gazzettadiparma.net