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RICORDO

Fausto Fornari: «Ulivi? Per me era come un fratello»

07 settembre 2016, 07:00

Fausto Fornari: «Ulivi? Per me era come un fratello»

Katia Golini

Il giorno 8 settembre 1943 è un punto sulla mappa della storia. Un momento decisivo, ma di passaggio. Il giorno in cui viene divulgata la notizia dell'armistizio, ma che non segna la fine del devastante secondo conflitto mondiale. Come si sa, ancora molte peripezie dovrà affrontare l'Italia prima di chiudere con la guerra. Sono giorni concitati quelli che si susseguono, vissuti con audacia e speranza dai tanti parmigiani antifascisti.

In quei giorni di oltre settant'anni fa, Fausto Fornari, classe '27, è un ragazzino: fervida immaginazione e intelligenza vivace. Ama scorrazzare per le vie di Ozzano Taro, a piedi e in bicicletta, con il cugino e amico Giacomo Ulivi («quasi un fratello per me e un figlio per mio padre» spiega).

In quei giorni concitati sono sempre insieme, Fausto e Giacomo. «Abitavamo a Parma, ma eravamo sfollati in campagna. Giacomo, figlio di una cugina di mio padre, stava spesso da noi. Lui non aveva ancora 18 anni, io ne avevo 16. Ci volevamo bene, era davvero come un fratello per me. E poi c'era una profonda intesa tra noi. Lui era forse un po' troppo ardito. A volte sfidava il rischio con troppa confidenza, ma era impensabile per me non trascorrere le mie giornate con lui. Ci intendevamo su tutto, e poi avevamo entrambi un grande amore per il cinema. Anche questo ci univa tantissimo».

Siamo sempre nel '43. Mussolini è agli arresti, ma i tedeschi lo liberano il 12 settembre e, una volta tornato in circolazione, tiene il famoso discorso agli italiani che dà origine alla Repubblica sociale. Lo ascoltano tutti, con le orecchie incollate alle radio di casa. Anche Fausto e Giacomo non se lo perdono.

Nonostante le SS siano accampate nelle strade adiacenti alla loro abitazione, i due ragazzi si divertono a deridere il duce, acciaccato e stanco dopo una prigionia che lo ha indebolito nel corpo e nella mente. Lo fanno con un fotoromanzo che è un pezzo di storia della Resistenza locale («forse il più modesto, ma certamente fra i primi» butta lì senza presunzione Fornari).

«A quei tempi ci divertivamo a realizzare fotoromanzi d'avventura, dove banditi vari si sfidavano come nel Far West - spiega -. Quando abbiamo saputo della “resurrezione” di Mussolini ci è venuto in mente di inventarci un racconto sulla sua liberazione. Con i tedeschi delle SS intorno a casa abbiamo rischiato di essere presi e arrestati, ma, quando si è giovani, non si bada tanto ai rischi».

Il foto-romanzo

Nasce così «La sagra dei fantasmi», il racconto satirico per immagini della rocambolesca liberazione di Mussolini denominata Operazione Quercia. Regia e fotografia sono di Fausto Fornari. Un duce bendato e ferito, interpretato da Giacomo Ulivi, prima liberato da soldati tedeschi poi scortato e sorretto dalle guardie viene condotto in ospedale (dove si svolge l'impossibile scena del clistere). In questo caso sono il fratello Giorgio Fornari, il cugino Paolo, il giardiniere Ezio e l'addetto ai cavalli Rosèt a interpretare paracadutisti e infermieri. Il testo lo fornisce agli autori lo stesso Mussolini: fungono infatti da didascalie a corredo delle immagini le frasi pronunciate dal duce nel suo discorso.

«Una simile presa in giro del duce in quei giorni è stato un azzardo. C'erano nazisti ovunque. E non scherzavano, bastava un gesto per essere presi, caricati su una camionetta e spediti in qualche campo da cui non tornare. Erano veramente incattiviti e arrabbiati in quei giorni, anche perché poche settimane prima era stato sottratto a quelle stesse SS e fatto fuggire da Ozzano, per iniziativa di giovani amici ozzanesi, un prigioniero russo di nome Vladimiro. Altro seme, questa operazione, di una Resistenza ozzanese “ante litteram”. Ebbene, nonostante il rischio, nei giorni successivi alle “riprese”, il foto-romanzo circolava nelle mani degli studenti del Liceo Romagnosi, come ebbe a ricordarmi, in una sua lettera che conservo con un pizzico di orgoglio, lo storico direttore della Gazzetta Baldassarre Molossi, allora alunno di quel Liceo. Mio fratello, se non ricordo male, lo aveva fatto conoscere ai suoi compagni del Maria Luigia».

Il documentario che approda a Venezia

L'antifascismo di Fornari ha radici profonde. Passano gli anni dal quel 1943 e le traversie affrontate dal giovane parmigiano sono dolorose. La guerra finisce, ma Fausto ha perso per strada l'amico fraterno Giacomo (fucilato a Modena il 10 novembre 1944). Fausto non può dimenticare, ma la vita deve andare avanti. Col supporto di suo padre decide di cavalcare il sogno di fare cinema. Fra il '46 ed il '48 con l'amico Antonio Marchi produce e dirige la rivista

«La critica cinematografica» che ospita le migliori firme del momento: Zavattini, Zanettin, Aristarco, Pietrino Bianchi, Mario Verdone, responsabile della Redazione romana, Attilio Bertolucci, Oreste Macrì tanto per fare qualche esempio. «Avevamo anche il corrispondente da Parigi: Lorenzo Bocchi. Oltre che per i contenuti importanti, era davvero una rivista interessante. Era elegante dal punto di vista grafico e aveva come illustratore Carlo Mattioli».

Come aiuto regista di Marchi, Fornari realizza alcuni documentari, si appassiona sempre più al cinema e si fa conoscere nel mondo delle case di produzione. Nasce così l'idea di realizzare un cortometraggio tutto suo sulla Resistenza.

«Era appena uscito il volume “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” per i tipi di Einaudi. Volevo servirmi delle parole scritte per raccontare storie vere e per rappresentare lo spirito della resistenza. Per convincere Einaudi ad autorizzare la realizzazione del film dovetti chiedere l'intercessione di Cesare Zavattini che rassicurò l'editore sul fatto che avrebbe potuto fidarsi. Ma Einaudi pretese ugualmente il suo “imprimatur” sull'opera terminata e, naturalmente, finanziata da me».

Fornari non si arrende. Si rimbocca le maniche e accetta la sfida di autoprodurre il film. Non può immaginare la fama che gli procurerà. «Zavattini, dopo avermi sostenuto, vide il documentario in anteprima . Dal momento che mi aveva dato una grossa mano,  mi chiese una citazione come collaboratore alla sceneggiatura nei titoli di testa.  Era una promozione in piena regola. Una soddisfazione infinita».

Le soddisfazioni non sono finite qui. Non solo il documentario arriva alla Mostra del cinema di Venezia nel 1953, ma ottiene un primo premio e un grande successo di critica e di pubblico. Qui il documentario, accolto con diffidenza all'inizio, viene applaudito con grande entusiasmo alla fine. Tanto che i giornali del giorno dopo scrivono: «L'applauso più lungo della mostra al documentario di Fornari». Un battesimo anche di fronte alle case produttrici. Cominciano a piovere inviti e proposte al giovane regista in erba, che non esita a sognare un futuro romano in quel mondo che segue e studia fin dai tempi del cineclub promosso insieme all'amico Ulivi quando entrambi erano poco più che bambini. Un sogno cullato da anni che comincia a diventare realtà. Un sogno destinato però a spezzarsi presto.

«Un giorno un telegramma inviatomi da mio fratello mi allertava che nostro padre non stava bene - continua Fornari -. Ho immaginato il peggio e mi sono precipitato a Parma. Mio padre ha vissuto ancora a lungo dal giorno dell'invio di quel telegramma, ma io fui costretto a prendere le redini della sua azienda e a lasciare Roma e il mondo del cinema. Da allora, potrei dire, non sono mai più entrato in una sala cinematografica e la mia vita ha preso tutt'altra piega. La mia è stata un'esistenza piena di interessi, di attività stimolanti, di belle persone incontrate. Certo, un filo di rimpianto per quella vita amata e abbandonata resta. Ma va bene così».

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