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8 SETTEMBRE

«Noi, che 73 anni fa fummo fatti prigionieri in Pilotta"

08 settembre 2016, 07:00

«Noi, che 73 anni fa fummo fatti prigionieri in Pilotta

Chiara Cacciani

Tutti gli ingressi erano stati bloccati dai tedeschi, già da luglio eravamo a zero con le cartucce e poi – allarga le braccia - la conosce la Pilotta, no? Quanto sono alti i muri? Era materialmente impossibile provare a resistere o a fuggire».

Fuggire da quel palazzo storico diventato caserma e poi nel giro di una notte diventato trappola per topi.

Era l'8 settembre del 1943 e Carlo Rossi, soragnino di nascita, di sangue e di nostalgia, era un soldato di 21 anni. «33esimo Reggimento Carristi – scandisce oggi, 93enne, dal divano della casa di Fiorenzuola - . Il primo mese da recluta fu alla caserma Torti, in San Giovanni, poi quelli che avevano studiato un po' di più li hanno mandati nella sede della Reggimentale in Pilotta».

Sorride, Carlo: «Io di studiare non ne avevo tanta voglia, ma l'istituto tecnico inferiore l'avevo frequentato e così mi ritrovai a fare il corso per marconisti. Serviva per andare sui carri armati: su ciascuno c'erano un comandante, un pilota e un radiotelefonista. Ma io non sono arrivato a tanto: è arrivato prima l'8 settembre». L'8 settembre dell'Armistizio, della voce di Badoglio che risuonò nelle radio all'ora di cena, dei destini di migliaia di italiani che si sarebbero scritti di lì a qualche ora.

«Quella sera ci tennero in caserma, in attesa di ricevere ordini ma senza un comando: molti degli ufficiali, sapendo, non rientrarono dalla libera uscita», racconta con lo sguardo che torna a muoversi nel cortile in cui si erano radunati senza darsi appuntamento. «Nessuno volle salire nelle camerate, restammo dove c'erano gli istruttori di radiotelefonia. Erano riusciti a intercettare le comunicazioni dei nazisti, che andavano a una velocità supersonica. Ma nessuno sapeva tradurre dal tedesco...». Poche ore dopo erano dei prigionieri in colonna, a piedi, verso la Cittadella. E lì rimasero due giorni, in centinaia senza cibo e all'addiaccio, «e per fortuna che quello fu un settembre da far invidia al mare». Era solo una tappa, la Cittadella recintata e facilmente controllabile, «e l'11 settembre prima di partire in direzione del centro di caricamento di Mantova ci avvisarono: "Per uno che prova a scappare ne uccidiamo dieci"». Nessuno pensò fosse un bluff. Tanto che quando durante il tragitto la colonna di automezzi incrociò un fuggitivo, «istintivamente arretrammo al centro della nostra camionetta. E quante gliene abbiamo dette a quello, quando l'hanno preso...»

E' lungo il tragitto che Carlo prova, come Pollicino, a seminare tracce: biglietti con nome e indirizzo, contando che qualche buonanima li raccogliesse e avvisasse la famiglia. «Qualche giorno dopo a Mantova mi sentii chiamare. Era mio padre Casimiro, con in mano una pagnotta avvolta in un canovaccio. «Sta mìga endär cun c'lä brüttä géntä lé», mi disse. E nell'abbraccio che ci siamo dati c'era il mio giuramento». Lo mantenne, e il 22 settembre si ritrovò nel campo di concentramento di Hammerstein, internato 51167. Arrivarono i campi di lavoro di Bochum, Dornbirn, Bredelar. Arrivarono le case lesionate da riparare, i rifugi aerei da ampliare, le raffinerie da occultare alla vista degli aerei. I filoni di pane da dividersi in 10 ogni tre giorni, e le tre ciliege e un formaggino - indimenticabili - che una donna gentile gli lasciò dietro una panchina lungo la strada del cantiere. Arrivarono l'operaio tedesco e socialista che parlando di Dante, Verdi e Wagner gli insegnò quanto bastava per diventare interprete del campo, la preziosa amicizia con il medico del paese, i compagni da aiutare e quelli da seppellire.

Oggi apre le cartelline che ha in grembo e mostra i fogli di carta a righe, ricamati da una grafia gentile: «Non so perché a 21 anni mi fossi fissato, ma qui e sugli altri pezzi di carta che trovavo annotavo i nomi delle stazioni che attraversavamo sui vagoni bestiame, le date, le cose che accadevano. E poi c'è questo quadernino: era tra le macerie di una casa e l'ho trasformato in calendario». «Ma questi non li abbiamo mai visti nemmeno noi», scattano in piedi, commossi, uno dei figli, Francesco (l'altra è Annamaria), la nuora Daniela e la nipote Lorenza.

Li ha custoditi gelosamente, Carlo, che il prossimo 27 gennaio- grazie all'interessamento del collaboratore dell'Isrec di Parma Andrea Di Betta - riceverà la Medaglia d'onore. Erano infilati nel sacchetto di plastica che usò come zaino quando partì verso casa. Era l'agosto del 1945, gli americani erano arrivati a liberarli il 30 marzo, ma il disastro delle vie di comunicazione li aveva costretti ad attendere. Era un altro 8 settembre, quello del 1945, quando arrivò di passaggio in passaggio alle porte di Fiorenzuola. «Scoprii da una cliente della drogheria di mio padre che pensavano fossi morto. Allora chiesi a un imbianchino che conoscevamo di andare in bici a casa mia, dalla parte opposta, e dire che erano arrivati dei prigionieri dalla Germania e che si parlava anche di un Rossi».

Se l'era immaginata, la scena, Carlo: «Mio padre che si incamminava dal fondo del paese e io dall'altra parte... Ed è andata proprio così: ci siamo trovati a metà strada e me lo sono preso in braccio. Io che mi considero un fortunato: ho portato a casa la pelle».