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Parma alto rischio usura: 15mila denunce in 7 anni

08 settembre 2016, 07:03

Parma alto rischio usura: 15mila denunce in 7 anni

Roberto Longoni

Si vivrebbe con il cappio al collo qui da noi più ancora che a Trapani, Vibo Valentia e Palermo. Perfino a Foggia, Siracusa e Crotone il nodo scorsoio sarebbe meno stretto che nella prospera (almeno rispetto alle altre) capitale della food valley.

Parma è la città italiana più esposta al rischio usura: il nome della nostra città svetta, tra i tanti di capoluoghi del Sud, nella classifica tutt'altro che lusinghiera stabilita dall'Eurispes. Sintesi che fa discutere e viene accolta con qualche scetticismo innanzitutto dagli addetti ai lavori. «Non poche perplessità» le desta nella stessa Consulta nazionale antiusura, che sottolinea la mancanza di una «certificata metodologia scientifica» nella ricerca. Due almeno i fattori che rendono lo studio poco omogeneo: innanzitutto, la maggiore propensione a denunciare da parte dei parmigiani. E questo anche perché, tranne che in rarissimi casi, sono presunte vittime di usura bianca (quella in giacca e cravatta) e non di usura nera (quella che magari spara, se non paghi e se parli). Inoltre, a Parma è attiva dal 2009 l'ex imprenditrice Wally Bonvicini che con la sua Federitalia ha spalleggiato migliaia di cittadini in guerra con gli istituti di credito e con Equitalia. «Ho denunciato quasi tutte le banche» ricorda lei, di rientro da un viaggio in Piemonte, pronta a partire per la Calabria, prima di una puntata a Sondrio, sempre nel giro di pochi giorni.

L'argomento è complesso e sfaccettato. Lo è diventato ancora di più in questi anni, di crisi e quindi di affari d'oro per gli strozzini. Si stima che nel 2015 siano stati oltre 37 i miliardi di euro prestati a famiglie e imprese. Sommati ai 44,7 restituiti come interesse, portano a un totale di quasi 82 miliardi. Cifra che fa ovviamente gola alle organizzazioni criminali le quali, spiega il presidente dell'Eurispes Gian Maria Fara, «hanno ben compreso che l'usura rappresenta un metodo di straordinaria efficacia: da un lato per riciclare denaro sporco e ottenere facilmente ingenti guadagni, dall'altro per impossessarsi di quelle imprese e attività che non sono in grado di far fronte ai debiti contratti, divenendo dapprima soci e in seguito veri e propri proprietari. Tutto questo con rischi più contenuti rispetto a quelli connessi ad altre attività illecite come ad esempio il traffico degli stupefacenti».

A rendere delicata la questione si aggiunge la ritrosia delle stesse vittime a denunciare. Per paura di ritorsioni, ma anche per vergogna. «Oggi il business è gestito anche una serie di “insospettabili” - prosegue Fara - che hanno approfittato della crisi per arricchirsi a scapito di chi è finito con l’acqua alla gola. Sappiamo che la figura dell’usuraio non è rintracciabile solo tra criminali e mafiosi, ma è presente anche tra negozianti, commercialisti, avvocati, dipenden ti pubblici, che hanno sfruttato il lungo periodo di crisi economica e l’indebitamento di famiglie, commercianti ed imprenditori per arricchirsi, forti delle crescenti difficoltà di accesso al credito bancario. E' nata la figura dell’usuraio della stanza accanto».

Quanto sia complicato il tema lo ribadisce anche la parola «anatocismo». Ha il suono ben diverso dal termine «usura», ma gli effetti (anche se si tratta di un illecito civile e non di un reato penale) non si discostano poi di molto. Comporta la pretesa di interessi sugli interessi: un meccanismo perverso in grado di moltiplicare a dismisura i tassi su mutui e fidi. Basti pensare che da un 9,5 per cento si può raggiungere e superare il 450 per cento. Come si è detto, a termini di legge, l'anatocismo non rientra nel Codice penale. «Ma anche le banche possono essere denunciate per usura - sostiene Wally Bonvicini -. Senza guardare i tassi, ma concentrandosi sulle commissioni e sugli oneri. Non dobbiamo dimenticare che le commissioni di massimo scoperto fino a poco tempo fa superavano gli interessi. Acqua passata. Ora ci si deve guardare dalla commissione disponibilità fondi, che paghi anche se non usi il fido. Sono soldi anche questi. E tanti».

In sette anni sono 15mila le querele seguite da Federitalia per parmigiani: cifra che dovrebbe spiegare i motivi della classifica di Eurispes. «Di queste, 8-9mila sono state sporte nel nostro territorio - precisa la fondatrice di Federitalia - e le altre nelle città che ospitano i vertici apicali delle banche in questione». I risultati? «Eccellenti. Otteniamo spesso l'articolo 20, che consente di sospendere i pagamenti per 300 giorni, ma anche di 600 o 900, se è il caso». E quanto il tempo sia denaro è inutile ricordarlo a chi è inseguito da scadenze.