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INTERVISTA AL DG DEL MONACO

Parmalat continua a investire in Italia e a Collecchio

08 settembre 2016, 07:01

Parmalat continua a investire in Italia e a Collecchio

Patrizia Ginepri

Parmalat ha archiviato i primi sei mesi dell'anno con il segno più per fatturato, margini e utili. Non solo. Il gruppo - presente in 24 Paesi con 92 stabilimenti di produzione - ha confermato per il 2016 la guidance di inizio d'anno, che prevede una stima di crescita del fatturato netto di circa il 5% e del Mol di circa il 10%.

In questo quadro si collocano le attività del gruppo in Italia (10 stabilimenti di produzione e circa 1.900 dipendenti, di cui 800 nel polo di Collecchio) che continuano a migliorare le performance grazie agli investimenti effettuati con continuità e tuttora in corso. Ne parliamo con Luigi Del Monaco, direttore generale della Business Unit Italia del gruppo.

In un contesto difficile Parmalat mantiene in Italia la leadership nel settore del latte, rafforzando la quota di mercato. Quali sono gli obiettivi per il 2016?

Parmalat conferma di voler consolidare la presenza in Italia continuando a investire sulla qualità dei prodotti, sugli stabilimenti, sul territorio, sui marchi, in tecnologia ed innovazione.

Nonostante negli ultimi tre anni il consumo di latte in Italia sia sceso di oltre il 10%, Parmalat Italia ha realizzato performance migliori del mercato, grazie agli investimenti in innovazione sempre migliori e al sostegno alle marche principali. Il miglioramento delle quote sui mercati più importanti come latte a lunga conservazione, il latte fresco, le panne e condimenti ed i succhi di frutta, ci ha permesso di mantenere i nostri volumi stabili in un mercato in forte calo. Per il 2016 abbiamo l'obiettivo di migliorare ulteriormente.

Come evolve la politica dei prezzi?

La produzione di latte in Italia è da diversi anni in leggera crescita e Parmalat che è uno dei maggiori acquirenti di latte italiano sta facendo la sua parte per sostenere il sistema, avendo aumentato la raccolta negli ultimi anni. Un'azienda, tuttavia, ha il dovere di restare competitiva. L'Europa è un mercato unico, il prezzo di una materia prima come il latte è strettamente correlato fra tutti paesi. In Italia, mediamente paghiamo un prezzo alla stalla tra il 15 e il 18% più alto della media europea.

I trend dei consumi cambiano in fretta, come si intercettano?

Stiamo reagendo al calo dei consumi di latte con una strategia duplice: da un lato con la valorizzazione dei territori e dei marchi e dall'altro con prodotti che intercettino le nuove tendenze di consumo che vanno nella direzione del «free from», di una maggiore naturalità, sostenibilità ambientale, funzionalità ed appagamento sensoriale. I consumatori stanno premiando i nostri continui sforzi nel mantenere gli altissimi standard qualità e nel cercare di soddisfare esigenze sempre nuove.

Può farci un esempio?

Uno dei nostri focus è il sostegno alla prima colazione. La perdita di rilevanza del pasto più importante della giornata, è una delle principali cause del calo dei consumi del latte. Nella colazione italiana che è storicamente basata su carboidrati e di zuccheri, l'apporto delle proteine nobili del latte è un complemento molto importante per dare il giusto equilibrio di nutrienti e cominciare la giornata al meglio. «Ogni mattina fatti un regalo»: a questo mirano le nostre campagne pubblicitarie sui diversi marchi di latte fresco locale.

L'innovazione è una leva di crescita fondamentale. Su cosa puntate?

Investiamo con continuità in tecnologia produttiva d'avanguardia e nell'innovazione di prodotto, per rispondere ai bisogni dei nostri consumatori.

Oggi, ad esempio, il trend di consumo del «senza lattosio» è diventato importante e l'innovazione su Zymil è continua: nel 2015 abbiamo lanciato il primo latte Fresco Intero da latte per alta qualità delattosato - che è oggi la prima referenza di latte fresco delattosato in termini di volumi - e la panna da cucina senza lattosio, mentre quest'anno abbiamo introdotto lo yogurt Zymil alla greca.

Inoltre, su moltissimi prodotti abbiamo investito anche nella proposta nuovi formati più adatti alle nuove esigenze dei consumatori riducendo gli sprechi e l'impatto ambientale.

Parliamo del polo produttivo di Collecchio, con quali investimenti il gruppo intende valorizzarlo?

E' un impianto di grande valore. Negli ultimi anni abbiamo investito diverse decine di milioni di euro in linee produttive più moderne per la produzione di latte a lunga conservazione in bottiglia «Hdpe» cioè polietilene ad alta densità che soffiate e riempite nella camera completamente asettica preserva meglio il latte che subisce esclusivamente un trattamento termico senza quindi nessuna aggiunta. Non solo. Attualmente stiamo lavorando all'ampliamento dei magazzini per la conservazione dei prodotti sia in ambiente refrigerato sia in atmosfera naturale.

Non ultimo abbiamo completato di recente la realizzazione di un innovativo impianto di cogenerazione che, bruciando metano per alimentare un alternatore a turbina, produce 6.000 KWh di energia elettrica, coprendo quasi l'85% del fabbisogno dello stabilimento. I gas di scarico della turbina che fuoriescono a circa 500 gradi sono riutilizzati per produrre vapore, coprendo circa il 70% della quantità necessaria alle attività industriali dello stabilimento.

Quanto conta oggi la formazione?

Per Parmalat il personale è la risorsa più importante. Per questo la formazione è fondamentale e noi investiamo con continuità attraverso programmi di formazione strutturati durante l'anno. Nel 2016 abbiamo erogato più di 6.000 ore di formazione a oltre 700 dipendenti.

Sono previste una formazione tecnica per gli operatori negli stabilimenti produttivi e una formazione di tipo manageriale per gli impiegati nelle funzioni centrali.

Per aggiornare in modo costante i nostri dipendenti vengono offerti corsi di informatica e, facendo parte di un gruppo internazionale, corsi di formazione linguistica. Particolare attenzione è poi destinata alla formazione in ambito di sicurezza alimentare all'interno degli stabilimenti. Inoltre abbiamo un contatto stretto con molte università Italiane sia per la ricerca e sia per la formazione degli studenti. Nel biennio 2015- 2016 abbiamo erogato circa 100 stage di laureandi o neolaureati, di cui una parte è rimasta a lavorare con noi.

Quali sono i punti di forza di Parmalat e al tempo stesso gli aspetti più complessi e preoccupanti del mercato?

In Italia la sfida è quella della ripresa dei consumi e della risposta al diffondersi di modelli culturali che limitano il consumo di prodotti di origine animale, come il latte. Parmalat ha nella sicurezza, nella qualità dei prodotti e dei marchi, nella valorizzazione dei territori, nella organizzazione logistica i suoi punti di forza. La sfida della ripresa dei consumi dovrebbe vedere allevatori e aziende industriali schierati fianco a fianco per riportare il latte e i prodotti a base latte al centro dell'attenzione del pubblico.

Nell'era della globalizzazione c'è ancora spazio per le imprese che vogliono mantenere salda la propria identità?

Parmalat, da sempre, ha avuto un'identità internazionale con radici fortemente poste in Italia. Questo non è cambiato. Si è scelto di non delocalizzare nulla. La sede è in Italia, il suo management è per la maggior parte italiano. Ma non è tutto. In Italia Parmalat ha un approccio di stretta vicinanza con i consumatori, i clienti, fornitori, e territori dando forza e continuità ai marchi che esprimono la storia da cui sono nati. Oltre ai 1.900 dipendenti diretti ed i circa 3.000 collaboratori esterni per la distribuzione, se si calcola anche il sistema economico indotto, Parmalat può essere sicuramente annoverata fra le aziende più importanti che operano nel nostro Paese. E anche nel mondo porta un messaggio chiaro e forte sulla propria identità, sia con il nome che con il marchio.

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