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EDITORIALE

La stretta britannica sugli immigrati europei

di Paolo Ferrandi

06 ottobre 2016, 15:45

Alla fine dovevamo arrivarci. Dopo mesi di calma innaturale, seguiti allo choc del voto a favore della Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, il governo conservatore britannico sta facendo i primi passi per rendere effettivo il divorzio. E a quanto pare non sarà un addio «soft» come qualcuno ancora sperava anche se Theresa May, la donna che ha sostituito David Cameron come primo ministro, lo aveva già fatto capire chiaramente. «Brexit significa Brexit», aveva detto laconica, lasciando intendere che il suo governo, anche se lei inizialmente era contraria all’uscita e si era schierata per il no al referendum, non avrebbe fatto sconti. Non ci sarebbe stato nessun tentativo di fare come se niente fosse e nessun voto parlamentare per distorcere il pronunciamento popolare.

Le parole di Amber Rudd – la politica conservatrice che ha rimpiazzato la May come ministro dell’Interno e che, ironia della sorte o banale opportunismo politico, era anche lei schierata, come ministro per l’Energia del governo Cameron, per il «Remain» – però portano la sfida su un altro livello. La Rudd, dicendo che le aziende inglesi saranno obbligate a fare la lista dei lavoratori stranieri che impiegano, addirittura proponendo di «svergognarle» se la quota di lavoratori inglesi è troppo bassa, ha fatto chiaramente capire che il problema della Gran Bretagna con la Ue non è dato tanto dalle regole per la lunghezza dei cetrioli (è una balla, ma i tabloid inglesi ne hanno fatto una bandiera della furia regolamentatrice di Bruxelles), ma dalla libertà di movimento delle persone.

Insomma il problema vero, per riprendere uno slogan che aveva fatto fortuna nell’Europa continentale pochi anni fa, sono gli idraulici polacchi che «rubano» il lavoro ai bravi artigiani inglesi. Per lavorare in Gran Bretagna d’ora in poi bisognerà essere annoverati nel novero dei «best and brightest», i migliori nel proprio campo. E poco importa se l’economia inglese ha bisogno sì di analisti finanziari, medici, professori universitari e scienziati, ma anche di lavapiatti, camerieri, baristi, commessi e muratori. Magari slovacchi, magari portoghesi, magari italiani.

Ma non è finita qui. La Rudd ha anche annunciato una stretta nelle professioni sanitarie, dicendo che ci devono essere più medici inglesi e meno stranieri, e nel sistema dei visti per lo studio, affermando che non tutte le università sono uguali e che quindi per studiare in Gran Bretagna è meglio venire da un’università quotata e non da un ateneo poco conosciuto. Un programma che si sposa bene con l’idea – elaborata dalla May – di riportare in auge il sistema delle «grammar school», di fatto reso obsoleto da Tony Blair che aveva optato per un sistema di educazione superiore magari un po’ meno meritocratico, ma sicuramente meno classista.

Ora che le carte sono in tavola sarebbe auspicabile una reazione forte dell’Unione europea che ricordi che non c’è possibilità di accordi che non comprendano in qualche misura, oltre all’assenza di barriere economiche e finanziarie, anche la libertà di movimento delle persone. Ed è un paradosso che l’Europa continentale, con tutta la sua storia di autoritarismo e statalismo alle spalle, debba ricordare uno dei pilastri della politica liberale alla patria del pensiero liberale in politica e in economia. Una Gran Bretagna che sta tornando piccola, non più «cool» (forte, da imitare), ma «cold», fredda.

pferrandi@gazzettadiparma.net