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Epidemia

Legionella, ancora mistero sulle «torri» positive

15 ottobre 2016, 07:01

A 44 giorni dall'inizio dell'epidemia di legionella (partita il 22 agosto con la prima segnalazione) che ha colpito a Parma 40 persone, causando la morte di due malati, è ancora mistero sull'impianto - o gli impianti - dove il contagio si sarebbe scatenato. Dopo aver ripetutamente annunciato che sarebbero stati resi noti gli impianti finora controllati (soprattutto le torri di evaporazione, i siti più «indiziati») e i primi risultati - ancora parziali - delle analisi, Ausl e Regione hanno rimandato le comunicazioni a quando saranno disponibili «gli esiti definitivi degli esami». Un lavoro lungo, visto che alcuni esami (come quelli microbiologici che stabiliscono la concentrazione del batterio, e quindi la sua capacità di causare contagio) richiedono diversi giorni.

Intanto però la ridda di informazioni ha disorientato e continua a disorientare i parmigiani. Alla riunione pubblica alla scuola Don Milani del 6 ottobre scorso, presente il sindaco, i vertici delle azienda sanitarie e medici infettivologi, era stata esclusa la presenza del batterio nelle torri delle Poste di via Pastrengo.

L'11 ottobre l'assessore regionale alla sanità Sergio Venturi, facendo il punto all'assemblea legislativa, parlava di «positività qualitative in alcune torri al servizio di Banca Intesa, spente tra il 7 e l’8 di ottobre e sottoposte a manutenzione straordinaria». Ma poche ore dopo in consiglio comunale il sindaco Federico Pizzarotti annunciava: «La legionella è stata riscontrata in quasi tutte le torri di raffreddamento sulle quali sono state fin qui eseguite le analisi preventive». Banca Intesa ma anche le Poste di via Pastrengo, aggiungeva il sindaco, rimandando all'Ausl la comunicazione degli altri siti controllati e delle positività riscontrate.

Ad oggi quella comunicazione non è arrivata, e le voci in città si sono diffuse a macchia di olio. Si parla di varie aziende, banche e centri commerciali controllati, ma non si conosce l'esito delle analisi. Una situazione che rischia di mettere sotto accusa anche impianti che, probabilmente, non hanno alcuna relazione con la fonte del contagio. E che non rassicura affatto i parmigiani.

L'ordinanza del sindaco del 7 ottobre scorso, che obbliga i responsabili delle «torri» a fornire documentazione della manutenzione e ordina di «provvedere a immediati interventi di pulizia, disinfezione e trattamento finalizzato al controllo del rischio di diffusione del batterio legionella», ha come data di scadenza venerdì 21 ottobre, mentre il tavolo interistituzionale sull'epidemia si riunirà questa mattina in Municipio.

E se è vero che nel frattempo l'epidemia registra il passo - per il terzo giorno consecutivo ieri non si sono registrati nuovi casi e degli otto pazienti ricoverati, sette al Maggiore e uno a Borgotaro, due sono prossimi alle dimissioni - aumenta la sensazione che difficilmente sarà detta una parola definitiva sull'origine dell'epidemia.

Lo ha confermato giovedì, intervistata dalla Gazzetta, anche Paola Borella, docente di igiene all'Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatrice del comitato scientifico sulla legionella della Società italiana di igiene - nominata dalla Procura di Parma come «super-esperta» nell'indagine dei pm Giuseppe Amara e Andrea Bianchi con l'ipotesi di epidemia colposa, omicidio e lesioni personali colpose - parlando delle tante variabili implicate nella genesi della legionellosi. Ed è scritto anche nelle linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi dell'Istituto superiore di sanità, dove si chiarisce che «nel 50-60% dei casi non viene riferito un fattore di rischio noto a cui far risalire la fonte del contagio».

Il problema forse è a monte. «Il caso di Parma ci insegna che il tema della qualità dell'acqua è sottovalutato e demandato a tecnici, ingegneri, idraulici e manutentori. Tutte figure utili, ma che dovrebbero agire in stretta collaborazione con gli igienisti e i dipartimenti di prevenzione della sanità pubblica che proteggono la salute dei cittadini», dice Borella. Le stesse linee guida, fa notare l'igienista, «non sono leggi». m.t.